Era dal tempo della Lettera a una professoressa che non leggevamo pagine così emozionanti. Come allora, si parla di ragazzi che frequentano una scuola speciale, e di chi se ne prende cura. Non siamo nell’esilio di una canonica del Mugello, qui, ma in quartieri popolari e popolosi di Napoli dov’è in vigore il Sistema; alle cronache piace chiamarli «il triangolo della morte». L’autrice, Carla Melazzini, è, nella scrittura come nella vita, del tutto aliena dalla retorica e dall’indulgenza facile. Così, commozione, intelligenza e poesia stanno in questo libro con la asciutta naturalezza con cui può sbucare un fiore meraviglioso dalla crepa di un muro in rovina. Senza compiacersi dell’idea che la rovina sia necessaria ai fiori, e ne venga riscattata. Ne troverete di fiori in queste pagine, e di ragazzini fiorai, e anche di rovine. Uno lo anticipiamo qui, è un tulipano finto, così come l’ha raccontato – salvo qualche errore di scrittura – una bambina che era stata bocciata in seconda elementare: «C’era una volta un fiore che non voleva essere un fiore, allora la fata dei fiori disse: “Se tu vuoi diventare un essere umano io ti accontenterò ma se non ti piace, ti dovrai rassegnare perché non potrai più essere un fiore”. Il fiore accettò e la fata lo toccò con la bacchetta e lo trasformò in un essere umano. Il fiore si rese conto che la vita era difficile. La fata allora lo fece diventare un tulipano finto, per non farlo morire, poi scomparì per sempre». Carla ha chiesto a un compagno di classe: «Secondo te che cosa ha voluto dire Concetta con il suo racconto?». «Che il fiore non voleva morire e così la fata lo ha fatto diventare immortale». «Però l’ha trasformato in un tulipano finto! È meglio essere una persona umana e morire o essere un fiore finto e non morire mai?». «È meglio morire».
E' un po' come leggere un Gomorra del mondo della scuola, a tratti, perché sembra davvero un altro mondo per noi del nord. Ragazzi che vengono uccisi in giro per il quartiere, che non escono mai dalle quattro strade in cui vivono, ragazze che vengono "fidanzate" in casa dalle madri, genitori in galera.... Poi invece ci sono le parti che sono vere anche per noi, perché le difficoltà dell'adolescenza sono uguali in ogni luogo. Questi maestri di strada hanno da insegnare a tutti noi. Una paio di frasi: "Il preadolescente diffida dell'insegnante non perché parla italiano, ma in prima istanza perché parla, e in genere parla troppo, mentre lui è intasato da emozioni e conflitti che si esprimono col silenzio, con il corpo, con il gesto, con l'urlo." e la conclusione: "Da che mondo è mondo chi ha la fortuna di sviluppare un'identità sufficientemente forte e autonoma cerca di sfuggire ai lacci di ogni ghetto, sociale, culturale o etnico che sia. Solo così è possibile conservarne e tramandarne le qualità migliori." Scrittura interessante, a volte adulta e pedagogica, a volte nello stile dei ragazzi. Da leggere.
Veramente caotico, molto pesante e senza un filo conduttore ben chiaro. Non c'è nessuna connessione tra i vari argomenti trattati e non sono nemmeno tra loro divisi e spiegati in maniera esaustiva.