Quando si pensa al romanzo di genere diventa difficile per un lettore forte non assumere un atteggiamento negativo, o quantomeno con un certo grado di prevenzione. Perché spesso nel sentire comune la dicitura di genere sembra un etichetta che squalifichi il libro a cui si riferisce, quasi come stesse ad indicare che l'opera di per sé è mediocre ma che possa essere apprezzata da appassionati del genere, appunto.
La cosa è in sé stessa giusta e sbagliata: giusta perchè purtroppo in una percentuale non trascurabile di casi è davvero così (ci sono casi di scrittori di fantascienza o fantasy o noir non indimenticabili ma che sono imprescindibili per la storia del loro genere); sbagliata perchè comunque quest'idea nasce dal fatto che gli stilemi del romanzo di genere sono usati in modo sbagliato: nelle mani di uno scrittore davvero di talento possono infatti essere utilizzati come strumento per raccontare al meglio qualcos'altro.
E' il caso di Mario Vargas Llosa, paladino e talento indiscusso della scrittura erotica ma che in questo genere non si esaurisce, anzi lo utilizza al meglio per arrivare a restituire al lettore quello scoppiettante ed appassionato senso della vita cui anche nelle condizioni peggiori l'America Latina non può mai rinunciare.
In realtà a mia insaputa ho affrontato l'approccio del grande scrittore di Arequipa alla letteratura erotica al contrario, perchè "I quaderni di don Rigoberto" sono il seguito ed il compimento di "Elogio della matrigna" nella serie in cui la scassatissima, arrapatissima, vivissima, simpaticissima famiglia di Don Rigoberto, Dona Lucrecia ed il loro figlio Fonchito prima si distrugge a seguito dei colpi dell'erotismo pervertito e poi si ricompone nella celebrazione dell'erotismo familiare.
Il percorso del protagonista e dei suoi familiari attraverso una nuova consapevolezza della morale e di come rapportarsi ad essa è costellato di scene erotiche raccontate benissimo, vividissime ma mai volgari, in cui il sesso non è mai fine a sé stesso ma sempre presentato come celebrazione della vita. la castità viene rispettata se scelta liberamente, ma mai se imposta da una morale esterna più o meno religiosa che se non è sentita diventa solo una pesante catena che strozza la felicità dell'uomo.
La sessualità non è però solo lo strumento per lasciare un messaggio al lettore, ma viene anche celebrata dalla letteratura stessa: come Vargas Llosa ebbe a dire in una intervista a Repubblica, "L'erotismo è l'arricchimento dell'amore fisico grazie all'immaginazione ed alla cultura". E' una definizione che arricchisce e definisce questo genere letterario, e che questo libro centra benissimo nella sua trama: scene tanto eccitanti quanto immaginarie ed innocue si dipanano nella mente dei protagonisti, tanto spinte quanto basate su una profonda conoscenza della letteratura e della storia.
Proprio l'immaginazione così attiva (così meravigliosamente sudamericana) di Rigoberto, di Lucrecia e di Fonchito è però anche l'occasione per Vargas Llosa per raccomandare attenzione ai lettori (allo stesso modo in cui lo aveva fatto in modo mirabile ne "La zia Julia e lo scribacchino"): la capacità creativa della mente umana è ciò che davvero ci rende grandi e superiori agli animali ma è allo stesso tempo un'arma pericolosa: i mondi immaginari che ci creiamo possono dare dipendenza ed allontanarci sempre di più dalla vita vera, possono chiuderci agli altri dentro le nostre fantasie sempre più contorte, in una situazione che alla fine diventa penosa. I quaderni di Don Rigoberto sono il mondo fintamente felice in cui Rigoberto si rifugia dopo avere cacciato di casa Lucrecia, allo stesso modo dei romanzi radiofonici per Pedro Camacho (il protagonista de "La zia Julia e lo scribacchino"), allo stesso modo di fantasie più o meno artistiche di mille altri tristi personaggi reali o immaginari.
Perché se si sostituiscono alla realtà, anche l'immaginazione, anche l'arte rendono l'uomo spiritualmente deforme, solo e triste: ed è alla felicità che invece l'atto creativo ci deve accompagnare, facendosi quindi da parte, ad un certo punto.
Quella felicità che Rigoberto e la sua famiglia incontrano alla fine di questo bellissimo libro, quella felicità di cui Mario Vargas Llosa da Arequipa predica e pretende l'esistenza in modo assoluto ed imprescindibile, al contrario di quello che asseriscono con tetro compiacimento i Nordamericani ( Roth, McEwan, McCarthy solo per citare i primi tre che mi vengono in mente).
Caro vecchio Varguitas. Tu hai vinto il premio Nobel, i tre yankee invece no. Comincio a capire perchè è sono davvero contento che la vita ti stia dando ancora oggi le forze e la lucidità per continuare a scrivere.