“Nei Mari di Ulisse” è un romanzo piuttosto peculiare, che supera i confini della narrativa.
La penna di Maria Teresa Giaveri trasporta lə lettorə nel mondo e nei misteri di Omero, attraverso la cornice di un Grand Tour settecentesco che tocca anche le coste della mia Napoli. Tra realtà e una serie di licenze poetiche, questo libro diventa una vera e propria lectio sull’importanza dell’Iliade e dell’Odissea e sulla figura ambigua di Ulisse, uomo dal molteplice ingegno e dalle infinite identità. È forse questa la forza e la più grande debolezza di questo testo, un ibrido tra opera di saggistica, travelogue e romanzo storico. I passeggeri della nave Matilda, gentiluomini inglesi (realmente esistiti) appassionati di epica greca e archeologia, mi sono quasi sembrati figure evanescenti (come le ombre interrogate da Ulisse), dei mezzi attraverso i quali l’autrice ha potuto portarci nella leggendaria Itaca, sacrificando, però, tutto il resto.
Poco si vede e si sente di Napoli, Istanbul, Budrum e delle stesse Palmira e Baalbeck, che hanno portato due di questi viaggiatori, Robert Wood e James Dawkins, a pubblicare dei volumi importantissimi per gli studiosi del tempo.
Questo libro è un’immensa celebrazione dell’amore europeo per l’età classica, che ha superato il tempo e lo spazio, abbracciando molteplici generazioni di letteratə, storicə, antropologhə.
Ma è impossibile ignorare l’assenza di una componente narrativa che non riesce a mettere radici in pagine e pagine di critica letteraria.
In sostanza, “Nei Mari di Ulisse” è una lettura più che soddisfacente per chi ha già una conoscenza delle opere di Omero, ma una leggera delusione per chi si aspetta un’opera di narrativa a tutto tondo.