Scritto da un musicista inglese, Derek Bailey, già parecchio tempo fa (tra gli anni ‘80 e ‘90 del secolo scorso; lui è morto nel 2005) questo interessante libro è stato recentemente ripubblicato dalla casa editrice ETS in una forma curata ed elegante, la stessa dell’altro libro da me recentemente letto e recensito (e comprato insieme a questo al Salone del libro), “La musica per amare la vita” sui musicisti dilettanti.
Improvvisare significa eseguire musica non scritta, che nasce e si sviluppa nello stesso momento in cui viene suonata. Almeno nel mondo accademico occidentale è una pratica abbastanza poco praticata negli ultimi secoli; in altre culture invece è sempre stato un caposaldo, addirittura la norma, dove se mai l’eccezione era la musica scritta. E comunque gli etnomusicologi sono abbastanza concordi sul fatto che nella musica delle origini l’aspetto improvvisativo fosse predominante, e che la separazione tra musica improvvisata ed eseguita sia stata posteriore all’invenzione di sistemi di notazione (utilizzati soprattutto come supporto mnemonico quando già andava stabilendosi un “canone” di musiche che dovevano essere eseguite in un certo modo e non in un altro, ad esempio col canto gregoriano).
Ovviamente l’autore non ha certo la pretesa di esaurire l’argomento, ma l’excursus è estremamente interessante: si parla di varie culture extraeuropee, in particolare estesamente della forma dei raga indiani; si distingue tra improvvisazione idiomatica (quella in cui il musicista può basare le sue improvvisazioni su un dizionario di modalità espressive chiaramente definite, e in qualche modo deve stare in quel contesto; ad esempio, il jazz tradizionale) e improvvisazione non idiomatica, invece un contesto dove si può fare un po’ quello che si vuole, decisamente più frequentato nella musica contemporanea e in ambienti più d’avanguardia. L’unico ambito in cui l’improvvisazione è sopravvissuta nella tradizione accedemica occidentale è quello organistico, tanto è vero che è una vera e propria materia insegnata, ma la cosa ha un suo perché: spesso l’organista deve adeguarsi ai tempi della messa, e comunque si tratta di un’improvvisazione certamente idiomatica e rigorosamente formale, basata su progressioni, modulazioni, scale e tonalità.
Viene indagato anche il fatto che i musicisti tradizionali occidentali hanno una vera e propria renitenza a lasciarsi andare all’improvvisazione: questo per anni e anni di didattica in cui si cerca di riprodurre nel miglior modo possibile la pagina scritta nel sacro rispetto di quanto ha scritto il compositore, e che in qualche modo ha rigorosamente tagliato le gambe alla creatività del “qui ed ora”; e anche perché si tende a considerare il compositore un musicista di livello più “alto”, e fare qualcosa che richiama la produzione e non l’esecuzione viene percepito come un peccato di presunzione.
Il libro è completato anche da una serie di interviste a musicisti improvvisatori, gruppo a cui anche lo stesso autore ovviamente appartiene. E’ interessante il fatto che all’improvvisazione ci siano diversi approcci, che vanno dal lasciare che le proprie mani vadano in totale libertà controllandole il meno possibile, a chi afferma che l’improvvisatore, al contrario, deve essere un compositore capace di pensare velocissimamente (è il caso ad esempio del celebre organista Jean Langlais). Bella poi questa testimonianza di Frederic Rzewski: «Nel 1968 ho incontrato Steve Lacy per la strada a Roma. Ho tirato fuori il mio registratore a cassette portatile e gli ho chiesto di descrivere in quindici secondi la differenza tra composizione e improvvisazione. Mi ha risposto: “In quindici secondi la differenza tra composizione e improvvisazione è che nella composizione hai tutto il tempo chie vuoi per decidere cosa dire in quindici secondi, mentre nell’improvvisazione hai quindici secondi”. La sua risposta era durata esattamente quindici secondi ed è ancora la migliore formlazione del problema che io conosca».
Probabilmente oggi, dopo anni e anni di sperimentalismi estremi e ritorni a formalismi più o meno marcati, l’improvvisazione è meno emarginata nell’espressione musicale dell’epoca in cui Bailey scriveva questo libro e suonava (esistono anche sperimentazioni molto tonali e molto leggere praticate soprattutto da pianisti al confine tra jazz e new age), ma comunque gli spunti di riflessione in esso contenuti sono ancora del tutto validi.