La lettura di “Scorticato vivo”, che ha per sottotitolo “Racconti autobiografici”, il cui autore è Edmund White, mi ha destabilizzato. Non nel senso che vi ho trovato tematiche o descrizioni così scioccanti da urtare, sconquassare il mio animo; no, mi ha destabilizzato perché mi trovavo costantemente a pensare “Perché Edmund ci stai dicendo queste cose?”. La mia domanda non era priva di senso. Nella prefazione scritta da David Leavitt, egli sostiene che, a differenza di Larry Kramer, attivista gay molto impegnato per la causa, e che lo divenne ancor di più allorquando il virus – l’HIV– si propagò inesorabilmente, che riteneva che la letteratura gay dovesse essere intrisa di politica e di un qualche afflato pedagogico che inducesse i gay a smettere pratiche sessuali promiscue e imprudenti, Edmund White, al contrario, rifiutava questo compito per la letteratura: un romanzo era un romanzo, non un trattato di politica. E doveva rispettare i canoni della letteratura, non quelli della propaganda. A quel punto si produsse una frattura che non si poté più rimarginare tra queste due figure di primissimo piano nel panorama gay degli anni ’80. Quindi, sulla base di ciò, ho letto questi racconti autobiografici con gli occhi di Edmund White, e non con quelli di Larry Kramer. Assumendo però questo punto di vista, risultava sensata la domanda che ho posto all’inizio e che mi ha perseguitato per tutta la lettura. Insomma, negli otto racconti autobiografici che compongono l’opera non ci si doveva leggere nulla di “politico” o di “educativo”. Allora che cosa ci si doveva leggere?
Questi otto racconti possono essere divisi in due gruppi: quelli che fanno riferimento alla giovinezza dell’autore e alle esperienze che egli ebbe in tale periodo e quelle che fanno riferimento a un periodo della vita dell’autore decisamente più “inoltrato” e alle esperienze da lui vissute. La caratteristica che colpisce di questi racconti è duplice: da un lato, Edmund White sceglie di usare (per quasi tutti i racconti) un linguaggio in terza persona, quasi come se fosse qualcun altro a scrivere della sua vita – curioso infatti che uno dei suoi racconti si intitoli “Il suo biografo”; di nuovo ritorna l’espediente della terza persona –, dall’altro, il linguaggio è diretto, ben rifinito, con registri che si alternano opportunamente, ma, soprattutto, privo di censure: tutto il vissuto di Edmund fuoriesce senza filtri, senza “emendamenti” o perifrasi o circonlocuzioni, procedure che andavano di moda in un tempo in cui si era, anche nel linguaggio, più pudichi, forse, come quello in cui si trovava a scrivere Edward Morgan Forster, a esempio. Il linguaggio, d’altronde, non concorre a segnare il tempo storico in cui si vive? Non è anche lui un indicatore del tempo in cui si vive?
Così, i racconti giovanili sono improntati al divertimento, alla spensieratezza, anche nelle relazioni amorose, alla definizione del proprio Sé, all’audacia che caratterizza gli anni adolescenziali; i racconti più “maturi”, invece, sono improntati al rimorso, al ricordo struggente, di chi non c’è più, a esempio, allo sconforto, alla “saggezza”, dovuta, quest’ultima, anche al fatto che l’autore, come moltissimi altri della loro e di altre generazioni, contrasse l’AIDS. (Tranquilli: Edmund White è ancora vivo.)
Su tutto, sulle esperienze variopinte vissute dallo scrittore, sugli incontri promiscui, sul linguaggio, che ad alcuni può parere francamente scurrile, si faceva sempre più pressante la domanda dell’inizio, per quanto mi riguarda: “Perché Edmund ci stai dicendo queste cose?”
Ho capito, arrivando alla fine del libro e leggendo la postfazione di Antonio Veneziani, che quella domanda era mal posta, anzi, ho compreso che non avrei dovuto proprio pormela… Sono giunto a capire che ci si poteva porre quella domanda solo se si erano letti questi racconti autobiografici con l’occhio di Kramer e non con quello di Edmund. Con l’occhio di Edmund, il libro diviene una collezione di istantanee in movimento, creando quella tipica illusione di movimento che si può osservare nella tecnica dell’animazione tradizionale. I frammenti di vita che acquisiscono dinamismo, tuttavia, non hanno – me ne accorgo solo ora! – il solo intento di “intrattenere”, titillando il lettore con dettagli scabrosi o scene arroventate, penso che abbiano avuto un effetto catartico su Edmund stesso, generando così un processo che, come scrive Antonio Veneziani nella sua breve postfazione, «trasforma le scorie dell’autobiografia nell’oro del mito.»
A me non è dispiaciuto affatto; è anche vero che, da ciò che ho scritto, sono dovuto arrivare alla fine per rendermi conto che leggevo le cose con occhiali aventi delle lenti sbagliate.
Di solito si scrive a questo punto – alla fine – a quale tipologia di lettore consigliamo la lettura di un dato libro. Bene, io, al contrario, vorrei delineare quella tipologia di lettore alla quale sconsiglio la lettura di “Scorticato vivo”. Ne sconsiglio dunque la lettura a chi: 1. È puritano; 2. Non ama i linguaggi troppo triviali; 3. Non è interessato alla vita di uno scrittore omosessuale tra quelli che più di molti altri hanno segnato un certo panorama culturale (quello degli anni ’80, nello specifico); 4. Non gli/le piacciono i racconti, e men che mai autobiografici; 5. Non ne apprezza la copertina; 6. Non gli/le piace il titolo; 7. Potrebbe non gradirne la lettura per varie ed eventuali ragioni non precedentemente menzionate…
Ecco, a tutti coloro che si ritrovano in almeno un punto precedentemente elencato, ne sconsiglio la lettura.