Sotto gli occhi di tutti
“Da qualche tempo ormai ho l'impressione che i romanzieri e i terroristi stiano giocando una partita che si conclude zero a zero. Quello che guadagnano i terroristi, lo perdono i romanzieri. Il potere dei terroristi di influenzare la coscienza di massa è la misura del nostro declino in quanto forgiatori della sensibilità e del pensiero. Il pericolo che essi rappresentano è pari alla nostra incapacità di essere pericolosi. […] Beckett è l'ultimo scrittore che abbia forgiato il nostro modo di pensare e di vedere. Dopo di lui, le opere principali comportano esplosioni a mezz'aria e crolli di edifici. Questa è la nuova narrativa tragica. […] Il loro modo di vivere nell'ombra, di vivere volontariamente con la morte. Il loro modo di odiare molte delle cose che odiate anche voi. La disciplina e l'astuzia. La coerenza delle loro vite. Il loro modo di provocare l'ammirazione, se la provocano. In società ridotte allo sperpero e alla sovrabbondanza, il terrore è l'unica azione significativa. C'è troppo di tutto, ci sono più cose e messaggi e significati di quanti ne possiamo usare in diecimila vite. Inerzia e isteria. E' possibile la storia? C'è qualche persona seria? Chi dobbiamo prendere sul serio? Solo il credente letale, la persona che uccide e muore per la fede. Tutto il resto viene assorbito. L'artista viene assorbito. Il pazzo per strada viene assorbito, trasformato e incorporato. Gli dài un dollaro, lo metti in uno spot televisivo. Solo il terrorista resta fuori. La cultura non ha ancora trovato il modo di assimilarlo. E' sconcertante quando uccidono l'innocente. Ma questo è precisamente il linguaggio per essere notati, l'unico linguaggio che l'Occidente comprenda. […] E' il romanziere che capisce la vita segreta, la rabbia che cova sotto ogni oscurità e negligenza. Voi siete dei mezzi assassini, quasi tutti voi”.
Don De Lillo è uno scrittore emozionale e intermittente; ma con una coscienza razionale inattaccabile. Non si accontenta mai di raggiungere narratività e stile. E' interessato a indagare i grandi temi umani: volontà, memoria, coscienza, libero arbitrio (capacità di distinguere tra bene e male, empatia, intelligenza emotiva). Mi pare che questo pensiero critico di una studiosa del NY Times sia ben rappresentativo del lavoro di De Lillo del 1991, con la sua prosa concettuale e performativa: “Ma lo scrittore è ancora pericoloso per il suo impegno nell'estendere la coscienza. Un romanziere crea un personaggio per rivelare qualcosa di ignoto, per aumentare il flusso di senso nel mondo. E' il sistema della letteratura di rispondere al potere e allontanare la paura, modulando nuove frequenze per la consapevolezza e le possibilità umane”. Due immagini sono state all’origine di Mao II, con le sue storie molteplici, intrecciate: il ritratto rubato di Salinger, apparso sul New York Post; e la fotografia che ritraeva il matrimonio collettivo della setta messianica e apocalittica del reverendo Moon. Questo libro, ambientato tra New York e Beirut, riesce in qualcosa di molto difficile: esprimere un discorso complesso e coinvolgente sul senso del dolore collettivo, sulla distruttività agita dalle masse, sulla specie umana contenitore della “nostra parte lunare che sogna un suolo devastato”. Riflette sui tentativi artistici e politici di eliminare il sé attraverso la sua riproduzione iconica, di creare un immaginario culturale come residuo antropologico di esperienza, un fossile vitale che si prolunghi oltre la mortalità. Percepisce l'essenza del male, come altri grandi scrittori novecenteschi hanno fatto: il male non ha a che fare tanto con oscure pulsioni di morte, ma con la volontà di sopravvivere a oltranza, con la insensata negazione della mortalità. Questo racconto è focalizzato sul nostro essere massa: seguaci, persone in lutto, spettatori, senzatetto, dimostranti, voci; collettività transitorie ferite e orgogliose, minacciate o pericolose, dimenticate o illuminate. Ritratte e rappresentate in fotografie che catturano il rischio, il corpo, la strada, l'istante, la nullità, il confine. Mao, Khomeini, il reverendo Moon, Tien an men, la folla in uno stadio, intrappolata o esaltata, lo scrittore recluso e disperato, l'ostaggio. De Lillo segnala così il doppio legame che si crea nell'esporre soggetti e oggetti, agenti e partecipanti, emittenti e destinatari alla violenza del discorso mass-mediatico. Amore e morte si sposano, inizio e fine si confondono, e caos e ragione non sono più in conflitto, ma prigionieri del medesimo impulso, dello stesso orrore, di un programma fuori controllo. Lo scrittore Bill Gray non riesce a resistere alla fermezza del valore conoscitivo, non può arretrare di fronte alla razionalità di mettersi in gioco, e in questo modo si condanna ad una fine biologica inaccessibile e silenziosa. Vive la solitudine come ossessione e non vuole più esporsi al giudizio di sé come restituito dagli altri. Quando crede che il mondo sia suo, ecco che questo lo schiaccia, soffoca il suo grido democratico. La sua vita sprofonda in se stessa tornando allo smarrimento del primo dolore. Tra resoconti, profezie e avvertimenti, non volendo provare ciò che prova la gente, realizza in un destino di estinzione la sua cosmologia del dolore.
"Questo romanzo è un gioiello. DeLillo ci conduce in un viaggio sconvolgente intorno alle versioni ufficiali della nostra storia quotidiana, a tutte quelle facili rassicurazioni su chi è chi. E lo fa con un occhio tanto attento e una voce cosí espressiva e diretta da non somigliare a nessun'altra". Thomas Pynchon