Conoscevo già Gianrico Carofiglio nella sua versione giallista mentre qui lo ritroviamo in una versione inedita da romanziere che ho davvero apprezzato tanto.
In questo libro facciamo la conoscenza di Giacomo e Roberto, uno bambino che ha perso il papà e che scrive sul suo diario, l’altro adulto, maresciallo dei carabinieri in congedo per malattia, e in cura da uno psichiatra, per affrontare i suoi demoni.
Questo è un racconto dolcissimo, delicato, tenero da un lato, ma anche forte e violento allo stesso tempo.
Questo perché i temi trattati riguardano i dolori dei protagonisti, le sofferenze delle diverse età, e della professione di infiltrato per indagini nel narcotraffico, e i segni lasciati da vecchi e nuovi dolori e dalla vita quando ha tirato fuori gli artigli.
Ma riguardano anche la delicatezza dell’avvicinarci in punta di piedi a queste loro storie da esseri umani feriti ma ancora in grado di dare tanto, e con una ricchezza morale che li contraddistingue, e la capacità di tornare a godere delle piccole cose e dei piccoli momenti piacevoli della vita, senza correre e senza pretendere troppo da se stessi e dalla propria esistenza, difficile per chi è sempre stato abituato a vivere sul filo del rasoio, da quando il padre è andato via.
E questo nel caso di Roberto, attraverso le sedute che svolge con il suo psicoterapeuta, che riesce ad aiutarlo a far emergere i suoi timori e le sue fragilità .
Ed è lì anche che conosce Emma, la terza protagonista di questo romanzo, che però finisce per restare inevitabilmente in ombra col suo narcisismo, di queste due figure che finiscono per prevalere e occupare tutta la scena e il cuore del lettore.
Giacomo mi ha fatto tanta tenerezza, questo bambino che però odia essere chiamato bambino, che dimostra un coraggio e una forza di volontà da adulti e il suo amico Scott che crea per parlare con se stesso nel sonno e che “usa” per far pace col padre.
Ma Roberto è unico e, nonostante adulto, fa ancora più tenerezza di Giacomo, mettendo a nudo davanti ai nostri occhi la propria anima, di persona integerrima che, squassata da ciò a cui deve assistere impotente e che deve sopportare a causa del proprio lavoro, fino alla sofferenza più grande, quella indicibile che spacca il cuore, va in crisi totale di identità e non riesce più ad accettarsi come uomo.
E dopo essersi ricostruito pezzo dopo pezzo grazie a un inconsueto terapeuta, al riscoprire Roma e i suoi luoghi , i propri hobby e ad una ugualmente fragile donna, cosa potrebbe coronare meglio questa sua ricomposizione se non tornare a operare in favore dei più deboli contro dei soprusi ?
Degna conclusione per un capolavoro di analisi della psiche umana mascherato da semplice e leggero romanzo.
“Queste cose non hanno mai un andamento lineare. Si fanno tre o quattro passi in avanti, e poi due indietro e poi qualche altro avanti e così via. I passi indietro derivano dalla paura del cambiamento. Se si convive a lungo con la sofferenza, alla fine essa diventa in qualche modo parte di noi. Quando cominciamo a star meglio, quando cominciamo a staccarci dalla sofferenza, viviamo degli stati d’animo contraddittori. Da un lato siamo contenti, dall’altro ci sentiamo in difficoltà, perché ci manca qualcosa che faceva parte della nostra identità e comunque garantiva una forma di equilibrio. L’oscillazione fra euforia e tristezza dipende proprio da questo. È normale, non c’è nulla di cui avere paura. Non più di quanto ci sia da avere paura nel fatto di stare al mondo, naturalmente.”
“Forse il problema è proprio questo. Ho paura di state al mondo.”
“Io credo che lei debba essere fiducioso. Quando una situazione migliora, cioè cambia, gli scossoni si sentono. È normale che a qualche giorno di vera e propria euforia seguano momenti meno euforici. Nel nostro lessico si parla di momenti disforici. Quando arrivano è un po’ come finire sotto un’onda. La regola fondamentale è non farsi prendere dal panico, non fare resistenza perché è inutile, e aspettare che passi.”
“Passa?”
“Quasi sempre. Lei del resto dovrebbe sapere bene com’è, finire sotto una grande onda.”
“Si perde del tutto il senso della posizione. Non sai dov’è il sopra e dov’è il sotto. Non hai più nessun controllo dei movimenti e del tuo stesso corpo.”
(...)
“E come si fa a venirne fuori?”
“Bisogna aspettare che passi.”
“Appunto. È la stessa cosa. A volte, se l’onda è particolarmente grande, se la caduta è stata violenta, immagino che un aiuto torni utile.”
“Ho letto un romanzo in cui si parlava anche di surf e ho trovato una frase che mi ha colpito. Faceva più o meno così: un conto è aspettare l’onda, un conto è alzarsi sulla tavola quando arriva.”
“Chi ha scritto quella frase sapeva di cosa stava parlando. Quando sei lì capisci che tutto il resto sono cazzate. Scusi dottore, ma volevo proprio dire cazzate. Esiste un senso di verità, non so come dire, l’idea che ogni cosa venga...messa a fuoco. Un senso di bellezza, di totalità, di essere un tutt’uno con il resto. Quando l’onda ti porta, senti di fare parte, se capisce cosa intendo; e ti sembra che tutto finalmente abbia un significato. E quando sei su certe onde-montagne di acqua, vere montagne-non ti importa di nulla. Vuoi solo scoprire di che pasta sei fatto. Non ti importa niente, a parte essere lì sopra. E c’è un’armonia perfetta, in quei secondi che sei lì, in equilibrio fra il mare e il cielo, quasi fermo mentre scivoli velocissimo fra l’acqua e l’aria, e il fragore. Passi nel mezzo dell’onda, nel punto esatto, equidistante tra questi opposti.”