“Emily afferò la sacca da viaggio e il paniere di vimini con il cibo e cominciò a risalire la spiaggia, il berretto che sbattachiava al vento. “ inizia così questo romanzo di Susan Vreeland, con un’immagine di una donna che cammina contro vento . Sola. Con un paniere e gli acquerelli. In salita.
In due righe l’autrice ha scattato un’istantanea del carattere e della vita della Carr.
Chi era questa donna?
Emily Carr, come ho scoperto, è stata un’artista canadese che ha cercato per tutta la vita di immortalare lo spirito dei nativi. Dipingendo totem, case, nativi; dipingendo le meravigliose foreste dell’Ovest, infondendogli tutto lo “spirito” che sentiva quando era lì, circondata dalla Natura. Lì si sentiva parte del creato, lì riusciva a “sentirsi”, a interrogarsi, a mettersi a nudo.
“ a volte non so nemmeno perché li sto dipingendo”
“e perché lo fa?”
“ un tempo pensavo che fosse per conservare una sorta di archivio. Adesso penso che sia per essere vicina a qualche spirito che ancora non capisco. Per onorare le persone che li hanno fatti. E pe esprimere il mio amore per l’Ovest.” (dialogo tra Emily Carr e Marius Barbeau, antropologo.)
La sua vita, come la sua pittura (inscindibili) sono state comprese da pochi e solo dopo molto tempo, causandole un grande dolore, facendola sentire dilaniata, sempre mancante di qualcosa. Sia nella vita personale che nella pittura. Non ha mai avuto “tutto”, ha sempre dovuto scegliere, rinunciare a qualcosa o qualcuno. Non ha mai avuto una vita facile.
Da una parte il rapporto conflittuale con le sorelle –Dede in particolare- dall’altra l’amicizia con l’indiana Sophie, tra un mondo e l’altro senza appartenere mai veramente a nessuno dei due; da una parte le accuse del circolo di pittura del Vancouver ladies’ art club di essere simpatizzante con persone “inferiori” e quelle dei primi critici che giudicavano troppo moderni , quasi fauves , i suoi quadri (perché non limitarsi a paesaggi e o nature morte? Perché usare certi colori?) ; e dall’altra il riconoscimento da parte di capi indiani e di artisti francesi come il maestro Gibb o di Frances Hodgkins, pittrice neozelandese che le aveva profetizzato che in patria non sarebbe stata compresa.
E poi Claude, il marinaio che la accende di passione (spenta bruscamente dai ricordi tremendi di un padre terrorizzante) e Harold, un ragazzo fragile ,la cui sanità mentale è stata incrinata dai genitori(cattolici fin troppo ferventi), che diventa una sorta di amico-assistente. Ama in modo diverso entrambi, ma non si legherà mai a nessuno (tranne, forse, al suo adorato cane Billy).
Emily è una donna che si sente irrisolta. Non riesce a darsi pace, non capisce se il suo sia un capriccio o un vero talento – non che sia facile: è una donna di inizio Novecento che dipinge e all’epoca le donne artiste erano considerate strane. Le donne dovevano sposarsi e potevano relegare tele e acquerelli ad un hobby domenicale, ancora meglio se i soggetti delle tele erano i figli- e soprattutto si sente incapace di esprimere davvero quel che sente.
Quando finisce un lavoro e lo guarda si sente frustrata, sapendo di non essere riuscita completamente nell’intento. Per questo parte per la Francia, impara a dipingere ad olio, impara a “vedere” i colori e le forme in modo diverso e man mano che lavora, scava dentro di sé, pennellata dopo pennellata arriva a conoscersi sempre di più.
Quando torna a casa è decisa: dipingerà totem, boschi, dipingerà quello che la fa vibrare: di gioia od orrore non importa, quello che conta è sentirsi viva e trasmettere quella vibrazione, quella forza ancestrale nei suoi soggetti.
Ogni animale intagliato, ogni figura che Emily osserva, lavora dentro di lei, a volte le dà conforto, a volte la sconvolge. A volte è durissima dipingere, sia fisicamente, che psicologicamente e per certi periodi deve interrompere quello che più ama fare.
Ne soffre, ma anche i periodi di pausa – più o meno forzati- servono a darle le risposte che cerca, a farle comprendere , come le ha detto Henry , che ha lei a Hailat:” il dono dello spirito”.
E anche che , come Dzunukwa, anche lei può sempre rimettere insieme i pezzi – morire simbolicamente- e ricominciare, ancora e ancora.
Come dicevo, non ha avuto una vita facile, ma ha avuto una vita intensa, all’insegna della libertà. Pagandola a caro prezzo, letteralmente e metaforicamente. E, forse, alla fine le sorelle e il mondo l’hanno saputa capire(ancor più che apprezzare).
“hai mai voluto qualcosa così violentemente da essere disposta a gettare via tutto e a rischiare la vita? (..) non ti è mai venuto in mente che aggrapparsi alla vita pieni di paura, senza il desiderio di viverla appieno, non è una forma di gratitudine nei confronti di Dio per avercela data?” (Emily alla sorella Lizzie )”
Ed Emily Carr, così come ce la racconta la scrittura sempre meravigliosa della Vreeland, ha fatto della sua vita e della sua arte proprio questo: si è spogliata delle paure e ha regalato al mondo opere potenti , che arrivano al cuore di chi sa vedere. Em’ly (come la chiamava Sophie) ha reso onore e memoria a quei nativi che tanto amava e grazie ai quali ha imparato a usare “parole forti”, a cantare la sua canzone.
Ho amato anche questo lavoro di Susan Vreeland, questo romanzo che è un omaggio ad un’artista che non conoscevo affatto (ho mandato un’email alla cugina di mia mamma, che vie ad Alberta e che da quando è in pensione ha preso una laurea in storia dell’arte e dipinge, per sapere se lei conosce Emily Carr e il suo lavoro. Mentre scrivo questa recensione attendo una risposta).
E che è anche un omaggio ad un popolo meraviglioso, con tradizioni e usanze antichissime, spazzate via dall’uomo bianco, dalla sua cultura e dalle malattie portate dal Vecchio Mondo (vaiolo, morbillo, tubercolosi per dirne alcune): quando ho letto che la vera Sophie ha perso non sei, ma ventun bambini, mi si è stretto il cuore).
La religione, portata avanti in modo cieco e assolutistico – insieme a interessi economici- ha portato alla distruzione di qualcosa di prezioso, derubando l’umanità di qualcosa di estremamente importante. Per fortuna Emily Carr e altri appassionati hanno cercato di rendere giustizia al popolo nativo americano.
Quattro stelle a questo romanzo che parte piano e non proprio in maniera accattivante ( io ed Emily ci abbiam messo un po’ per capirci!) , ma che poi svela il suo “Grande Spirito “ e lascia il lettore pieno di sgomento e meraviglia.
Perdetevi anche voi tra zanzare e foreste immense, con “Foglie d’erba “ di Whitman ( che adoro, e le cui citazioni son nel libro) in una mano e le tele nell’altra, catturate lo spirito dei totem, dei potlach e fate la conoscenza di una vera artista, che fino alla fine della vita (già su una sedia a rotelle e con un paio di ictus) ha continuato a dipingere.