Questo libro è un ottimo esempio di molte cose: grandissima caratterizzazione e introspezione, ottima resa della vita adolescenziale e opinabilità del linguaggio. A volte è colpa di autori, altre di traduttori e/o editori. Ora mi spiego.
STORIA: siamo alla fine degli anni '70, nel New Jersey, immediata vicinanza a New York. Robin è un adolescente di tredici anni che vive coi genitori, Clark e Dorothy, la sorella Ruby di qualche anno più piccola e Jackson, l'ultimogenito. Tutto comincia con il nuovo anno accademico che vede Robin alle prese con il suo ingresso al liceo, il momento a partire dal quale la sua vita comincia a cambiare inesorabilmente. Robin deve infatti confrontarsi con un nuovo mondo, con leggi che determinano la popolarità e l'impopolarità; le vecchie amicizie che si indeboliscono e le nuove che sembrano nascere; gli attriti coi compagni e la delusione delle proprie aspettative; il suo passaggio nel mondo della pubertà, con la scoperta del sesso, del proprio corpo che matura, del palesarsi inesorabile della sua omosessualità; e, evento che darà la scossa alla sua vita, una tragedia famigliare destinata a distruggere il precario (e apparente) equilibrio esistito fino a quel momento.
PERSONAGGI: Robin è il protagonista pressoché assoluto, e solo per commentare lui ci vorrebbe parecchio. L'intero romanzo è narrato dal suo punto di vista al presente e in terza persona, immergendo il lettore completamente nei suoi pensieri, nelle fantasie, nelle paure, perfino nei sogni. Si vive quasi tutto il tempo nella testa di Robin, e l'autore è stato magistrale nella sua resa, perché spesso per un lettore diventa difficile farsi un'idea "autonoma" su personaggi ed eventi quando la narrazione avviene dal POV assoluto di uno di loro. Di solito questa tecnica finisce con l'influenzare largamente le opinioni dei lettori, in quanto restituisce giudizi e valutazioni "preconfezionate" dal personaggio principale; ma qui non accade. La narrazione, pur avvenendo dal POV di Robin, non ne viene "viziata". Si riesce a mantenere uno sguardo abbastanza lucido su eventi e personaggi e, allo stesso tempo, capire perfettamente quello di Robin, i suoi sentimenti, le reazioni, cosa lo spinge a comportarsi in un certo modo. C'è l'insolita sensazione di avere una visione oggettiva da una parte, che spesso mette nella posizione di contestare le azioni di Robin - ribelli, puerili, (giustamente) adolescenziali; e dall'altra la sua visione, il suo sentire, che in qualche modo riesce a far comprendere e perfino giustificare quel suo modo di agire. Devo dire che l'autore è stato bravissimo in questo doppio binario, davvero notevole. Robin è davvero un personaggio particolare, che mi è piaciuto tantissimo: un ragazzo più intelligente e maturo rispetto alla sua età, che non si trova bene con i coetanei, dotato di una vena artistica e un'indole docile, discreta, che lo fa vivere un po' ai margini, anche in famiglia. Non è solo la resa del suo carattere a essere ottima, ma anche la transizione tipica di quell'età: il suo corpo che cambia, matura, entra nella pubertà. La rappresentazione che viene fatta di questo difficile passaggio è sorprendentemente realistica e vivida: il pensiero ricorrente del sesso, i primi sogni erotici, gli sfioramenti continui e le fantasie alle quali si lascia andare su Todd, il vicino, e poi Scott, un nuovo amico; le "paranoie" tipiche di quell'età, come il timore (chi non lo ha mai provato?) che qualcuno attorno gli leggesse in faccia le cose che faceva o desiderava; il terrore di essere scoperto; le fantasie più radicali ed esagerate sulle eventuali conseguenze. Tutto strettamente tipico di quel periodo, come se il mondo giri attorno a lui e ogni cosa che gli accade possa essere percepita dagli altri e innescare effetti catastrofici. Davvero una resa incredibile. E i voli pindarici? Robin salta da un pensiero all'altro, fa associazioni tutte sue, mentre parla con qualcuno ecco che nella sua mente si affacciano immagini o fantasie improvvise su come possa finire quell'interazione. Davvero emozionante, è come rivivere l'adolescenza e i turbamenti tipici di quel periodo, irripetibili in qualunque altro momento di vita. Anche la scoperta del sesso, che avanza tumultuosamente e lo turba ancora di più perché non direzionata verso le ragazze ma i ragazzi; un sesso il cui desiderio non è ancora quello adulto e consapevole, che spesso precede l'attività sessuale. Robin non desidera prima e poi agisce, ma come ogni adolescente desidera nel momento in cui agisce, perché è nello scoprire quelle sensazioni forti e travolgenti che quella brama gli esplode in corpo. Una brama mai conosciuta prima, che più scopre, più cerca. E tuttavia, nella sua spasmodica e costante ricerca di piacere, nella scoperta del suo corpo e delle esperienze con altri ragazzi, mantiene un velo di ingenuità e spontaneità, una dolcezza insolita. Ma l'aspetto che più ho amato di lui, a parte la sua intelligenza spiccata e la maturità che lo condannano inevitabilmente a essere un disadattato fra i suoi pari (considera "sfigati" quelli che parlano volgarmente delle ragazze, preferisce l'arte allo sport e odia chi se la prende con i più deboli), è il dualismo feroce che lo anima: un lato tenero, sensibilissimo, docile, e l'altro crudele, arrabbiato, furioso fino a diventare violento, come meglio mostrato alla fine del libro. Questa sua dualità, assolutamente umana e realistica, è resa perfettamente nel modo in cui reagisce e nelle fantasie che fa. Il suo lato oscuro è forte quanto quello docile, è inarrestabile, si nutre dei torti subiti dagli altri e dalla vita, lo rende un Robin incapace di provare compassione per le persone che gli hanno fatto del male. Trovo che sia davvero umano e credibile in questa sua doppia natura che compone ognuno di noi.
Gli altri personaggi non sono da meno. Dorothy, la madre di Robin, mi è piaciuta molto. Una donna che aveva sogni, ambizioni, romantica e dal palato "fine"; delusa dalla vita e da se stessa. Il rapporto che ha con il figlio maggiore è qualcosa di davvero speciale, anche questo reso in modo magistrale. Credo sia uno degli elementi più intensi e belli dell'intero romanzo, qualcosa che viene narrato e mostrato fra gli alti e bassi della quotidianità e poi della tragedia, che rischia di infrangersi più volte e che alla fine sembra ritrovare un suo equilibrio. Il loro rapporto è particolare, quasi simbiotico e tuttavia difficile, sofferto. Solo per questo il libro meriterebbe di esser letto. E poi ci sono il padre, Clark, uomo inizialmente equilibrato e pacato, che di fronte alle difficoltà si sgretola e mostra tutta la reale fragilità di cui è fatto; Ruby, la sorellina che verso la fine fa stringere il cuore; Jackson e Larry (loro cugino), i cui caratteri fastidiosi vengono mirabilmente resi in poche pennellate; il vicino Todd e il nuovo amico Scott, esempi massimi di chi combatte per reprimere la propria natura o almeno nasconderla al mondo perché "sbagliata"; e tutti quelli marginali (che poi marginali non sono, perché hanno ruoli importanti seppure compaiano di meno) come la nonna Rena, il padre di Scott, il prof. Cortez, Victoria (ex migliore amica di Robin e sorella minore di Todd), gli zii Stan e Corinne (genitori di Larry). Tutti ben resi, senza il bisogno di indugiarci pagine e pagine, a volte attraverso poche azioni, parole o caratteristiche. Gran bel lavoro di caratterizzazione per tutti.
STILE E FORMA: ebbene, il neo doveva esserci. Lo stile dell'autore è davvero bello. La narrazione gode di notevole scorrevolezza e fluidità; le descrizioni sono sempre ben bilanciate ed efficaci, non esagerano mai e non annoiano. Anche quelle dei luoghi, per le quali facilmente inizio a provare avversione, sono funzionali e vivide. I dialoghi li definirei nevralgici, fanno capire ed emergere molto delle dinamiche famigliari e relazionali di Robin. In qualche tratto, specialmente all'inizio, l'autore usa quasi uno stile da copione teatrale per riuscire a dar voce a più personaggi nello stesso momento (Nome:"..."), ma capita solo in un paio di occasioni. Narrazione, descrizione, dialoghi sono ben distribuiti e si amalgamano armoniosamente, senza mai far stancare la lettura perché uno prepondera sull'altro. E l'autore ama molto usare le immagini e le similitudini, cui ricorre frequentemente per paragonarvi persone o situazioni. E le sceglie perfettamente, non sono mai artificiose o criptiche fino all'incomprensibile come ho letto in Cunningham (vedasi recensione sul suo libro "Una casa alla fine del mondo). Ma. MA... Ebbene sì. Il linguaggio.
Tralasciando l'inconsueto tipo di punteggiatura che la casa editrice applica, il problema per quanto mi riguarda risiede nel registro. Che si tratti di autori o traduttori, il mio discorso è generale: a volte sono le versioni italiane a essere rese più volgarmente di quanto necessario, altre volte è anche la versione originale a presentare termini piuttosto bassi. Quindi il discorso che sto per fare vale per gli autori che scelgono a monte di scrivere in un certo modo e per i traduttori/editori che, anche quando hanno un margine flessibile di scelta, optano per i termini volgari.
Il testo in sé è lineare, pulito e direi anche chiaro. Il guaio arriva quando si accennano le scene di sesso. Il libro da quel punto di vista è una voliera. Volano u**elli da tutte le parti, per non parlare di tutta una serie di termini altrettanto (se non più) beceri per descrivere parti del corpo e secrezioni. Ebbene, non ci sto, è squallido. Perché io non smetterò mai di ribattere alla schiera di persone che affermano quanto sia "giusto" usare quel registro per la narrazione sessuale da un POV maschile che invece NON lo è affatto, per tutta una serie di ragioni che ribatterò vita natural durante:
1) falso che sia linguaggio tipicamente maschile. Ma davvero esistono ancora questi discorsi sessisti? Proprio le persone che leggono questo tipo di letteratura, sostenitrici del mondo LGBT, cosa fanno? Si dimostrano legate ancora a concetti "di genere"? Quindi mentalità binaria, sul serio? Bella contraddizione. Senza contare l'immensità lì fuori di uomini che NON sono affatto volgari nell'esprimersi, e di donne che invece lo sono enormemente. Quindi basta con questa non-argomentazione che cerca di legare scurrilità a virilità, per favore.
2) il fatto che siamo nel XXI secolo autorizza a diventare volgari e sboccati? In pratica tradurre in maniera elegante, o quantomeno neutrale, sarebbe da Romanticismo dell' '800 e invece oggi è lecito involgarire qualsiasi termine possibile perché sia "realistico"? Beh, anche qui gran limite. Perché io non so chi sostiene queste idee dove sia cresciuto e in quali ambienti viva, ma a casa mia la volgarità non esiste. La prima parola volgare mi è sfuggita a vent'anni e mio padre non voleva nemmeno che parlassimo dialetto (infatti non lo so parlare). E molte realtà sono così, non per questo siamo persone ottocentesche. Si tratta semplicemente di educazione, ambiente, e se in alcuni posti può essere realistico, in molti altri invece no. Mi disturba che si voglia assolutizzare una realtà estendendo al resto del mondo le sue caratteristiche; è un modo di vedere le cose fallace e ingenuo.
3) molti contemporanei narrano scene sessuali. Ora mi spiegate perché una Anne Rice, uno Stephen King, un Haruki Murakami, quando parlano di scene di sesso non vengono mai tradotti con un linguaggio squallido? Eppure spesso raccontano di personaggi maschili. Ebbene sì, uomini. Eppure la traduzione mantiene un alto livello, come dovrebbe essere sempre. Quindi perché alcuni sì e altri no? E vogliamo parlare di quanti autori, attualmente (anche uomini) narrino scene omoerotiche senza mai scadere nel volgare?
4) ma poi, fatemi capire: usare termini neutrali, non voglio dire eleganti perché (sebbene io adori l'eleganza) forse a volte sarebbero troppo "alti" rispetto allo stile generale, toglierebbe qualcosa alla storia, al libro? Assolutamente no. Non penso. La bellezza narrativa non viene intaccata se si usano termini neutri; non "medici", sono NEUTRI. È diverso. Medico è "organo riproduttivo"; medico è "gonadi"; medico è "liquido seminale". Medico NON è "pene", "testicoli", "sperma". Ma forse parlo perché un medico in casa l'ho avuto, medicina l'ho studiata (e udite udite, sessuologia, quindi parlo con cognizione di causa) e distinguo perfettamente il linguaggio medico dal semplice e normalissimo italiano. Anche perché se un autore/traduttore volesse non usare termini beceri in pratica NON PUò farlo perché automaticamente cadrebbe in questo linguaggio definito "medico", non esistono altre opzioni. O volgare o medico, nessuna via di mezzo. Mah, molto, molto opinabile.
5) fingiamo anche di sopportare il becerismo. Ok, il protagonista è un ragazzino (non dico maschio perché questa idiozia sessista non la ammetto nemmeno per assurdo) che probabilmente non si esprimerebbe neutralmente e nemmeno come mi esprimevo io alla sua età perché il suo contesto è diverso dal mio, e va bene (ma nemmeno perché i contesti mi sembrano molto simili come famiglia e modelli educativi). Ma se vogliamo esser FEDELI all'ambientazione e al personaggio, un ragazzo timido, studioso, schivo, che cresce in una famiglia borghese e che non frequenta alcun gruppo o compagnia sboccata, mi dite che c'è di realistico nel mettergli in bocca simili termini? A me pare poco. Potrei capire un bulletto di strada, ma un ragazzo chiuso e di buona famiglia, che passa il tempo con la madre, una donna fine con la passione per l'arte e il buon gusto, ce lo vedo a stento. L'intero libro sfoggia un registro pulito, un bel linguaggio che va a farsi benedire solo nelle scene sessuali, per cui sarebbe sopportabile lasciare certe volgarità solo nel discorso diretto di precisi personaggi, ma NON nella voce narrante, anche se qui è pregna del POV di Robin. NO. Perché, semplicemente, Robin non corrisponde a quel genere di linguaggio, non è coerente attribuirglielo. Esempio: le ultime tre righe del capitolo 7, in cui Robin si sta masturbando. Il periodo inizia con la parola peggiore che si possa usare per indicare lo sperma (s****a), odiata perfino dai lettori più tolleranti, e termina con "impulso estatico". Ora ditemi voi che coerenza linguistica c'è. Si comincia con la volgarità massima e si termina con un'espressione elegante. Questo è solo un esempio di come il discorso "il personaggio parlerebbe così" regge poco. Ora, visto che penso "impulso estatico" in lingua originale non fosse molto lontano da questa espressione, forse il traduttore avrebbe dovuto optare per una versione del primo termine più decente, visto che l'inglese ne ha un paio e l'italiano molti di più. Se c'è scelta perché guastare un libro?
6) qualcuno asserisce che i termini sboccati servano a eccitare. Qui dico solo due cose: 1) questo non è un libro pornografico, non dico neanche erotico perché anche se l'opinione comune è che l'erotico "debba eccitare" (non so chi l'abbia deciso, ma non è affatto questo. Il pornografico deve eccitare, l'erotico parla attraverso il sesso, ma lasciamo stare), resta comunque di fatto che questo libro non lo è. E 2) ammesso che l'erotico (pornografico) debba eccitare, la volgarità non eccita tutti. Anzi.
Scusate la digressione, non voglio convincere nessuno della mia posizione sull'uso del registro, ma solo argomentarla, farla capire. Odio vedere bei libri rovinati da traduzioni pessime, e purtroppo la cosa è dilagante. In questo caso ci sono passata sopra perché l'opera è davvero scritta bene, tocca argomenti molto intensi, è scorrevole e non è una storia d'amore. Ma garantisco che quando trovo questo genere di linguaggio in un romanzo che si suppone d'amore, lo cestino senza troppi complimenti, perché d'amore non mi sa affatto. E ne ho presi, in passato, di ebook del genere. Tutti eliminati. Dovrò aspettare di trovare le versioni in lingua, ma se non altro so quali CE seguire e quali no. La cosa più grave è che poi si abitua il pubblico al becerismo, alla volgarità. Chi lavora nel mondo editoriale ha enormi responsabilità: fa passare dei messaggi, plasma la mentalità, educa. Se autori/traduttori abituano a un certo linguaggio facendolo passare per normale, resta da stupirsi poco se le nuove generazioni siano sboccate. Non fraintendetemi: penso di avere vedute molto ampie. Non ho problemi con nessun genere di tematica, non esiste niente che censurerei - non mi scandalizzano incesto, orge, pratiche BDSM - e mi piacciono anche le scene ben dettagliate, nel sesso. Amo i dettagli in generale e le scene erotiche non sono escluse, devo vedere tutto, mi piace; ma la forma può drasticamente cambiare ogni cosa. Non posso assolutamente dare lo stesso peso a parole come "s****a" e "bianco piacere" (traduz. per Anne Rice) per indicare lo sperma. Siamo proprio su pianeti distanti anni luce. E la cosa peggiore è che i lettori ci si abituano e finiscono poi, paradossalmente, col criticare o non apprezzare autori e traduzioni di livello.
Ricordo che un signore chiamato Umberto Eco, fra le ironiche regole per scrivere bene, dichiara "Solo gli stronzi usano parole volgari" (Regola n.14). E almeno lui un po' di credito direi che lo merita.
Il libro meritava cinque stelle piene e non posso dargliele, causa quanto suddetto. Forse la versione originale le merita tutte, ma l'italiana no. Peccato.
Chiaramente questa è la mia posizione, per cui chi non fosse d'accordo sul discorso "registro" troverà solo pregi in questo libro, perché è davvero intenso e ben scritto. Non è una storia d'amore; è una storia di scoperta. Di se stessi e del mondo, della vita, è la storia dell'abbandono delle spoglie infantili per cominciare il viaggio verso la maturità e la serie di rivelazioni che questa comporta.
Robin non è un ragazzo "normale". I ragazzi "normali" si interessano di feste, ragazze, sport, di fare gruppo e angustiare quelli che non sono come loro. Robin non può essere normale perché a lui tutte queste cose non piacciono: preferisce i ragazzi, i musei, l'arte, narrare storie; schiva ogni forma di attività sportiva e non sopporta pettegolezzi, soprannomi e prese in giro. È un ragazzo sensibile che sente il bisogno di parlare dopo un'esperienza sessuale, che vuole capire, sentirsi speciale per qualcuno; che ha un'indole dolce, romantica come sua madre, ma ogni giorno si scontra con una realtà che non è come lui e che lo ferisce, lo delude profondamente. Si chiama crescere. E assiste alla capacità umana di fare del male, dalle offese che riceve dai bulli alla freddezza dei suoi primi ragazzi, con cui si sente solo un corpo; dalla crudezza reale di New York e di chi vi abita - che rappresentano poi la vita reale e adulta al di fuori del proprio bozzolo perfetto - alla sua stessa natura duale che lo spinge a pensare e fare cose crudeli a coloro che lo feriscono. Il male è nell'uomo, è nella vita; è questo che Robin apprende nel romanzo. E per questo lui non può essere normale, ma è diverso dagli altri perché "quasi tutti prendono la vita come qualcosa di fondamentalmente bello, anche se ogni tanto capitano cose brutte. Robin invece ha l'impressione di aver colto la verità, una verità più ampia di qualsiasi cosa la madre gli abbia mai insegnato, ovvero che la vita è quasi sempre brutta, e questo perché le persone sono capaci di atti orribili. La gente è convinta che la vita offra una serie infinita di occasioni per ottenere ciò che si vuole, ma per Robin esistono solo occasioni infinite perché tutto ti venga sottratto". E questo entra ufficialmente nei miei passi preferiti di sempre. Parole che condivido pienamente.
Stra-consigliato a tutti perché tratta mirabilmente temi che riguardano ognuno di noi: la crescita, la scoperta, la ribellione agli stereotipi, il bisogno di conferme e lo sbattere contro una realtà di gran lunga diversa da quella che ci si aspetta. Disillusione e delusione.
Non consigliato solo a chi cerca storie d'amore, perché non è un romance.