Segrate, 2011; ril., pp. 350. (Scrittori Italiani e Stranieri). Marat Bazarev è quello che è sopravvissuto e sopravviverà. È l'uomo che, con i suoi compagni, una mattina di sole di settembre, è entrato nella scuola numero 1 di Beslan. E lì ha dato inizio alla fine. Marat è l'unico del gruppo di attentatori a essere uscito vivo dalla scuola, catturato dalla polizia russa, e ora in un carcere isolato e gelido di Mosca ci consegna la sua confessione. È pronto a prendersi la parte che gli spetta, ma ha anche un'urgenza più raccontare la sua storia, che è una storia di sangue e vendetta, di un'amicizia che resiste a tutti gli orrori. Prendendo la voce di Marat, con una delicatezza e una profondità che lascia senza fiato, Andrea Tarabbia racconta il viaggio dentro il male nella sua forma più umana e disperata, confrontandosi con il dramma di quello che fu l'11 settembre europeo, con una forza che non si dimentica.
Andrea Tarabbia (Saronno, 1978) è uno scrittore italiano. Ha pubblicato, tra gli altri, i romanzi Il demone a Beslan (Mondadori, 2011; poi Bollati Boringhieri, 2021) e Il giardino delle mosche (Ponte alle Grazie, 2015, Premio Manzoni 2016 e Premio Selezione Campiello 2016). Nel 2012 ha curato e tradotto Diavoleide di Michail Bulgakov per Voland. Nel 2013 è uscito il racconto La ventinovesima ora (Mondadori Xs). Nel 2018, per NN editore, ha scritto Il peso del legno, un saggio narrativo con tema la croce. Ha curato l’antologia Racconti di demoni russi (Il Saggiatore, 2021). Con Madrigale senza suono (Bollati Boringhieri, 2019), ha vinto la 57esima edizione del premio Campiello. Vive a Bologna con la moglie e i due figli.
mosca (è) cieca. ma questo non è certo un alibi, è solo il punto di partenza: di una vendetta vera, e di una storia inventata. la vendetta è quella dei separatisti ceceni che ha portato ai fatti di beslan del settembre 2004, la storia è quella di questo libro che inizia col ricordo del giorno in cui il futuro terrorista scopre il proprio villaggio rastrellato, i corpi di alcuni abitanti trucidati, tutti gli altri portati via. perfino il suo gatto, il gatto di un culonero ceceno, è stato ucciso e appeso all'uscio di casa. ma se questa è la premessa, e se è scontato che nulla può giustificare una strage (su cui tra l'altro nella russia di putin ci sono ancora infiniti punti di oscurità), si capisce perché questo romanzo deve a dostoevskij molto più della citazione del titolo, e di un'epigrafe sulla pagina iniziale. il debito maggiore è con la consapevolezza che risposte incrollabili non ce ne sono, salvo che il male e la vendetta non possono sperare davvero in un'assoluzione, ma che ci sarà sempre qualcuno che crede di sapere perché ci è sprofondato dentro. e infatti l'aspetto più dostoevskijano sono gli interrogativi che il libro lascia, con la differenza che questi (gli interrogativi ma anche i demoni) non sono il tessuto di un grande romanzo russo e muovono invece da una vicenda vera e recente, e si infilano sotto la pelle scorticata. che è poi il motivo per cui personalmente ci ho messo tre anni e due tentativi naufragati prima di riuscire a entrare davvero nella storia e arrivarne alla fine. facendo un po' con questo libro come quelli che spengono la luce della stanza anche se sudano finché non viene riaccesa, per superare l'acluofobia. che è la paura del buio dei bambini, col nome che le hanno dato gli adulti. ma anche questa in effetti è una storia di bambini e di adulti, e di paura e di orrore. la vicenda della scuola 1 di beslan in ossezia del nord - 334 ostaggi uccisi, di cui più della metà allievi della scuola elementare o fratelli ancora più piccoli, tutti lì per la festa d'inizio anno il 1mo settembre - è una vicenda che mi ha lasciato per anni una coda di angoscia. in parte irrazionale, in parte perfettamente consapevole. e un libro che non usa la razionalità, ma come dice il titolo la messa in scena di un demone, richiede credo una fase di rodaggio per metabolizzare che l'io narrante principale pensi, agisca, ricordi come l'unico terrorista sopravvissuto di quella strage. il dettaglio è reale, anche se tarabbia cuce poi addosso all'uomo un nome fittizio e una storia personale di fantasia, peraltro altissimamente verosimile e comune a chissà quante biografie di guerriglieri nel caucaso. being marat bazarev dunque, e non è facile accettarlo. così come ancora meno facile da tollerare degli elementi romanzati - oltre ai dettagli specifici del terrorista, gli altri due io narranti: un bambino vittima dell'eccidio e un vecchio che è stato testimone da fuori - è la verità che invece il libro ricostruisce con una fedeltà quasi da cronaca, e con una scrittura che non cede mai all'enfasi, non inciampa mai in una sbavatura di sentimentalismo o in una concessione alla retorica. una scrittura, proprio per questo, forse ancora più insopportabile. avevo letto una volta una frase di tarabbia che mi era rimasta impressa. l'ho ricercata per copiarla qui, perché mi sembra racchiudere il senso di questo romanzo. «si scrive per fissare il mondo attraverso le parole, per inchiodarlo lì». ecco, più che mai il flusso immaginato delle parole di marat bazarev, a cui il romanziere è come se mettesse in mano una penna mentre se ne sta nella cella coi suoi fantasmi, non è un atto catartico ma la firma sotto la propria definitiva condanna. i demoni non arrivano all'estinzione della pena.
Il primo settembre 2004 un commando di 32 ceceni (anche se qualcuno pensa fossero russi che si spacciavano per ceceni) irrompe nella scuola n. 1 di Beslan, in Ossezia. E' l'apertura dell'anno scolastico e più di mille persone sono radunate lì nella scuola.
I ceceni hanno alle spalle una vita di soprusi, di violenze, di stupri, di morti, di torture perpetrate dai russi, che li considerano esseri inferiori. E' per riuscire a scuotere l'opinione pubblica e riuscire a liberare il proprio popolo, che il commando entra nella scuola.
Epilogo: più di trecento morti, di cui centottantasei bambini e di oltre settecento feriti.
Ha importanza il fatto che i ceceni fossero disperati? Ha importanza che la maggior parte dei morti fu dovuta all'intervento armato delle forze speciali russe? Può il fine giustificare la morte di innocenti? Non si fa confusione a volte tra giustizia e vendetta?
Il libro, rapido, efficace, diretto, spietato, crudo, descrive i tre giorni visti dall'unico ipotetico superstite. Difficile leggere, spesso, per l'inaudita violenza.
Non possiamo evitare di farci domande, alla fine. A cosa è servita questa strage? Chi ci ha guadagnato? Cosa può fare un piccolo popolo quando ha la sfortuna di avere il petrolio e l'oppressione da parte di una nazione spietata, senza scrupoli e molto potente? Cosa può restare nella mente di chi ha provocato tutto questo?
Settembre 2004. Per la mia storia personale, un unico fatto che spazza via tutti gli altri. La nascita di mia figlia. Nono mese di gravidanza, i fatti di Beslan, li guardai con un occhio solo. Insopportabile l'idea di torcere un capello a un bambino, figurarsi l'affrontare una strage di innocenti. Ed è così, che con l'eccidio di Beslan, avevo un conto in sospeso. Sì perché chiudere gli occhi davanti un fatto così efferato, non è in alcun modo giustificabile.
Ascolta: se tutti devono soffrire per riscattare con le loro sofferenze l’armonia eterna, che cosa c’entrano però i bambini? Dimmelo, per favore! Non si comprende assolutamente perché debbano soffrire anch’essi e riscattare l’armonia con le loro sofferenze. DOSTOEVSKIJ , I fratelli Karamazov
Tarabbia sceglie di raccontare questa storia mettendosi nei panni, ma soprattutto nella testa dell'unico sopravvissuto tra i terroristi ceceni. E stare nella sua testa non è sicuramente una passeggiata di salute. È cattivo Marat Bazarev? È in un qualche modo giustificabile come vendicatore degli stermini subiti dal popolo ceceno per mano russa? È misurabile il Male? Ha più torto chi ha cominciato prima a commettere efferatezze? Un libro che vale veramente la pena di leggere perché ha il coraggio di mettere in discussione l'esistenza stessa di torto e ragione, di bene e male. Un libro teso, duro, che non lascia concessioni a pietismi o facile retorica. Ma che dilania e atterrisce, di fronte all'unica realtà dei fatti. Marat Bazarev non è altri che un uomo. Come tutti noi.
Qualunque cosa dicono gli appassionati di matematica, i numeri sono freddi, asettici, privi di emozione, ma a volte – forse proprio per questo – tremendamente efficaci. A Beslan, nel settembre del 2004, un commando di 32 indipendentisti ceceni prese in ostaggio in una scuola più di 1.200 persone. Dopo l’intervento – oggi considerato decisamente poco professionale – delle forze speciali russe, si contarono 334 morti tra cui 186 bambini e 727 feriti. Un mese dopo la strage, negli ospedali della zona si contavano ancora 240 ricoverati, fra i quali 160 bambini.
31 dei 32 terroristi furono uccisi, almeno due linciati dai genitori degli alunni. Andrea Tarabbia ha dato voce e biografia immaginaria non soltanto all’unico sopravvissuto, ma a un caleidoscopio di voci di persone coinvolte nel tragico evento.
Il demone a Beslan è un romanzo scuro, scurissimo, in cui non si intravedono raggi di speranza fin dalle prime pagine, in cui è raccontata un’adolescenza cecena fra mille soprusi e orribili attacchi ai civili. E’ una lettura dolorosa e importante, che pone mille domande sulla capacità dell’uomo di cedere al Male e che trova il suo culmine narrativo nell’ultima sezione del libro, pagine in cui le voci dei protagonisti che abbiamo ascoltato singolarmente in precedenza si mescolano senza soluzione di continuità, in un coro che è insieme orribile e letterariamente bellissimo.
Ho terminato la lettura – e la consiglio davvero – con gli occhi gonfi e il cuore lacerato. Ho sentito il bisogno di quell’istante di luce che (opportunamente) non ho potuto trovare nel volume, e mi ha aiutato lo sport: a Tokio 2020 Artur Naifonov ha vinto la medaglia di bronzo nella lotta libera maschile 86 kg. Nel 2004 aveva sette anni, ed era a Beslan fra i bambini sequestrati.
Ho scoperto uno scrittore sorprendente! È riuscito a trattare un tema impegnativo e scottante costruendo una storia sì romanzata, ma assolutamente verosimile. Ho apprezzato tutte le scelte stilistiche di Tarabbia, a partire dal triplice punto di vista utilizzato: quello di Marat, l'unico attentatore di Beslan rimasto in vita, quello di un bambino tenuto in ostaggio e quello di un anziano che assiste alla vicenda dall'esterno della scuola. Marat ricorda i fatti scrivendo su fogli che gli vengono misteriosamente passati sotto la porta della sua cella. Quello dell'attentatore è indubbiamente il punto di vista più ostico da raccontare perché il rischio è di giustificare ciò che ha fatto o, al contrario, rendere il personaggio un pazzo immotivato. La saggezza di Tarabbia sta proprio nel mantenere un perfetto equilibrio fra questi due estremi. Ci vengono spiegate le motivazioni che determinano l'agire dei ceceni, ma, alla stesso tempo, ciò non significa assoluzione per la strage che hanno causato. Marat ha dei ripensamenti, la sua coscienza non lo lascia tranquillo e si manifesta nelle voci di Ivan e, soprattutto, Petja. Il racconto di Petja è devastante, è il racconto delle centinaia di vittime innocenti che hanno solo avuto la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato. È il racconto della crudeltà subita e dell'incapacità di comprendere il male. A completare il quadro c'è il punto di vista di Ivan, lo spettatore esterno che, proprio per la sua posizione, ci può dare un'idea di ciò che accade fuori dalla scuola e di come si muovono le forze militari per affrontare il sequestro. L'ultima parte è assolutamente magistrale con le tre voci che si uniscono fra loro diventando l'una la prosecuzione dell'altra in un turbinio di accadimenti disastrosi.
Ogni famiglia cecena è infelice e lo è allo stesso modo.
Noi pensavamo di poter dare una voce e un kalashnikov alla furia delle madri.
La strage c'è stata ma l'avete fatta voi. Siete sempre stati voi, da sempre. Quella che lei sta leggendo è la cronaca di secolo di guerra racchiusi in una palestra.
Sono arrivata a metà. Tarabbia é molto bravo. Non giudica, non parteggia, la sua ricostruzione romanzata dei fatti avvenuti un po' prima e durante quei tre giorni di settembre del 2004 a Beslan, la scuola numero 1 é di scrittura asciutta ed essenziale. Io però non ce la faccio ad andare avanti. Sospendo.
Il 1° settembre 2004 si festeggiava in Russia l’apertura dell’anno scolastico (il “Giorno della conoscenza”). Nella Scuola numero 1 di Beslan (Ossezia del Nord) si trovavano circa milleduecento persone – tra le quali novecento studenti dai sei ai diciotto anni, accompagnati da genitori, fratelli e parenti –, convenute per la celebrazione della giornata. Una cerimonia prevedeva che i nuovi alunni donassero fiori a quelli dell’ultimo anno, i quali li avrebbero accompagnati alle loro aule tenendoli per mano. Il profumo di migliaia di fiori riempiva corridoi e saloni, un’aria di festa contagiava ragazzi e ragazze che si rivedevano dopo le vacanze e bambini che per la prima volta entravano in una scuola. Ma, poco dopo le 9, l’irruzione di un gruppo composto da una trentina di persone armate con il volto coperto scatenò il terrore: esplosioni, colpi di kalašnikov, persone stramazzate al suolo, sangue, urla. Per le 1.127 persone che non riuscirono a fuggire fu l’inizio di tre giorni di prigionia, cinquantasei ore scandite da esecuzioni sommarie, terrore e privazioni, senza potersi muovere né parlare in una palestra surriscaldata, senza cibo né acqua e – per la maggior parte di esse – senza poter accedere ai bagni.
Sopravvissuto al blitz delle forze speciali russe che concluse il sequestro degli ostaggi, il separatista ceceno Marat Bazarev rievoca quelle drammatiche giornate, con gli eventi e le motivazioni che in precedenza lo avevano indotto a unirsi al gruppo di guerriglieri. Il memoriale, o confessione, è redatto su fogli che i carcerieri non mancano di fargli trovare nella sua cella d’isolamento. Oltre a riflessioni e ricordi personali, Marat riporta anche ciò che i suoi “fantasmi” gli raccontano durante le loro visite notturne (il piccolo Petja – sequestrato in compagnia della madre ma sofferente per non riuscire a incontrare lo sguardo della sorella persa tra le altre mille persone – e il vecchio Ivan – un uomo mite dal volto sfigurato, capitato nei pressi della scuola in cerca del suo gattino fuggito nella confusione). I racconti del bambino e dell’anziano sono atti d’accusa, ma anche versioni da punti di vista differenti che permettono a Marat di ricostruire gli avvenimenti di cui non poté essere testimone (all’interno della palestra quando lui era impegnato altrove e all’esterno della scuola, lungo il perimetro assediato da milizie, abitanti e inviati dei media).
Giorno dopo giorno prende forma una storia di massacri e saccheggi, stupri perpetrati nei villaggi della Cecenia nel corso di spietati rastrellamenti, cui fa seguito la vendetta di un gruppo armato mediante un’azione vile, attentato al quale la polizia risponde immediatamente con il sequestro di duecento ceceni d’ogni età – scelti a caso – e la loro carcerazione in una base militare nota per la pratica della tortura. “Chi sei tu? Sei stato tu? Io lo so chi sei, tu sei quello che faceva più paura di tutti: sei quello con la forca” dice Petja. “Io non ci credo che la mia faccia sia un dono di Dio, ma del diavolo – il demone che c’è a Beslan e che secondo me anche lei, dottor Bazarev, deve avere conosciuto” sostiene Ivan. Nei racconti del bambino e dell’anziano, Marat Bazarev vede riflessa una parte di sé quasi sconosciuta, un’immagine controversa che mette in discussione le convinzioni e le scelte fatte in un’altra vita, una delle infinite sembianze assunte da una malvagità che sembra ignorare confini e irridere schieramenti, torti e ragioni; un demone che si nutre d’odio e fanatismo e che trae forza dall’indifferenza dei privilegiati verso i popoli vessati e annichiliti con la forza.
“Il demone a Beslan” è un romanzo coinvolgente, ben costruito e basato su riscontri storici; un libro che impone riflessioni e non permette una piacevole lettura; una storia di violenza e sofferenza che lascia pena e tristezza.
Ho terminato ieri la lettura di "Il demone a Beslan", di Andrea Tarabbia. Mi e' piaciuto molto. Protagonista del libro e' l'unico terrorista sopravvissuto all'attentato alla scuola di Beslan, in Ossezia, nel settembre 2004. Ora si trova in un carcere di massima sicurezza a Mosca, in isolamento. La vicenda e' narrata in un tempo presente, e cioe' la realta' quotidiana della vita carceraria in isolamento, e in un tempo passato, e cioe' gli anni di guerra e guerriglia che hanno portato Marat ad unirsi al gruppo di guerriglieri con cui ha preso in ostaggio 1200 persone circa, nella scuola di Beslan, e i tre giorni trascorsi con gli ostaggi e con gli altri terroristi, asserragliati nella scuola, prima dell'intervento dell'esercito russo. Il ritmo e' sostenuto, per piu' di tre quarti del libro, ma diventa da cardiopalma verso la fine, non c'e' un momento di respiro. L'autore ha sfruttato l'espediente di avere 3 narratori....Marat che e' il terrorista, Ivan che e' un residente di Beslan, anziano, e che ha assistito all'intera tragedia dal giardino di casa sua, vicino alla scuola, e Petja, uno dei bambini ostaggio nella scuola, con la mamma e la sorella. Ma e' presto evidente come Ivan e Petja siano due allucinazioni della mente di Marat, create dalla solitudine dell'isolamento, dai sensi di colpa, dal suo sgomento di fronte alla tragedia di cui si e' reso protagonista. Non avevo mai sentito nominare Tarabbia, e non ricordavo molto della storia narrata nel libro. Posso solo immaginare quante ricerche l'autore abbia fatto, quanto abbia letto, sulle guerre cecene, sui problemi e i conflitti in questa parte del mondo, per poter scrivere un'opera cosi' bella, cruda, e realistica....su wikipedia si dice che ci siano ancora moltissimi interrogativi irrisolti, circa l'intera vicenda, dal numero dei terroristi coinvolti, al comportamento dei vari corpi dell'esercito intervenuti per liberare gli ostaggi, ai ritardi nei soccorsi...Per stomaci forti, e possibilmente vuoti.
Indicazioni editoriali Marat Bazarev è quello che è sopravvissuto e sopravviverà. È l'uomo che, con i suoi compagni, una mattina di sole di settembre è entrato nella scuola numero 1 di Beslan. E lì ha dato inizio alla fine. 334 morti, di cui oltre la metà bambini: questo il bilancio dei tre giorni di sequestro in cui più di mille persone sono state tenute in ostaggio da un commando di separatisti ceceni. Marat è l'unico fra gli attentatori a essere uscito vivo dalla scuola, catturato dalla polizia russa e imprigionato in un carcere di massima sicurezza a Mosca. E qui, chiuso in una cella gelida e isolata, scrive la sua ultima confessione. È pronto ad assumersi la responsabilità che gli spetta, ma ha anche un'urgenza più forte: raccontare la sua storia. È così che comincia: con Marat e il suo migliore amico Shamil seduti sull'erba di un anfiteatro in un pomeriggio di pace, con Shamil che ridendo si allontana nella boscaglia e dopo pochi passi lancia un urlo terrificante. Nascosti sotto un mucchio di pietre e frasche trovano sette corpi straziati: è il primo segnale. A casa li attende un villaggio saccheggiato e deserto, le porte delle case spalancate e nessuno dei familiari e degli amici. È così che comincia: Marat in quel pomeriggio terribile capisce che non esiste più una legge e nemmeno le regole, che non c'è onore né coraggio, ma solo paura. E allora si unisce ai guerriglieri in montagna, e con loro si prepara a un'azione in grado di rimbombare da un capo all'altro del mondo. È così che comincia: in un giorno di festa pieno di fiori, in una scuola alla periferia del Caucaso e del mondo. Facendosi carico di tutto il peso e la colpa della voce di Marat, Andrea Tarabbia immagina una storia di vento, fango, sangue e vendetta, la storia di un'amicizia che resiste a tutti gli orrori. Con delicatezza e profondità, racconta il viaggio dentro il male nella sua forma più umana e disperata, a confronto con i demoni che terrorizzano l'Occidente. E lo fa con una forza che non si dimentica. ‐‐------------------ Non avevo mai trovato il coraggio di leggerlo, questo gran libro di Andrea Tarabbia. Mi sono decisa a prenderlo in mano in questi giorni, in seguito ai "nuovi" attentati a Mosca. A quanto vedo, è già in corso l'ennesimo balletto di Putin per appiopparne le responsabilità a chi gli fa più comodo al momento. Trattasi di un copione che si ripete. Grazie ad Anna Politkovskaja, conoscevo già piuttosto bene i fatti di Beslan, e non solo quelli. Purtroppo stavolta, a raccontare i fatti della Crocus City Hall Anna non c'è e l'ultimo grande oppositore in terra di Russia -il rinnegato Aleksej Naval'nyj- è finito anche lui tra le braccia di nostro Signore. Amen.
Romanzo molto potente, ti tiene incollato alle pagine e allo stesso tempo riesce a lacerarti dentro. Un tema molto difficile da maneggiare, ma che Tarabbia riesce a gestire con incredibile maestria, perchè sarebbe stato fin troppo facile scadere nel ovvio e banale, invece è un romanzo in cui non ci si riesce a schierare, non ci sono vittime o carnefici, sono/siamo tutti colpevoli. Gli unici innocenti sono sempre e solo i bambini. Molto bello anche lo stile di scrittura, perfetto per spezzare il ritmo incalzante ed insostenibile di questi 3 giorni di orrore.
Il male si può misurare. Io posso quantificare il male che ho fatto, così come posso misurare il male che ho ricevuto. Non è mai una questione di qualità. Anche voi lo fate, voi farmacisti che pensate di potermi giudicare e mi giudicate e mi tenete rinchiuso dentro la pancia di questa specie di ciminiera. Possiamo metterci qui, se volete, e misurare il male che i nostri popoli si sono fatti l'un l'altro, chi ha ragione e chi ha torto, chi ha più ragione e chi ha più torto. Il male esiste, e come tutte le cose che esistono si può misurare, paragonare, si può decidere se diminuirlo o aumentarlo. Questo mi rende insieme più colpevole e più innocente di voi. Io non sono come voi, sono migliore o peggiore, ma non sono come voi.
Questa non è la nostra guerra, lo è diventata. Questa guerra è vostra, è sempre stata vostra, e da quando voi siete entrati nelle nostre case è diventata di tutti, anche delle persone che stanno nella palestra. Noi vorremmo vivere in pace nella nostra terra, ma non ci è permesso. Quello che stiamo facendo è una risposta a quello che voi fate a noi.
Con grande attualità e dolente concezione dell'umanità, Tarabbia ripercorre i fatti del massacro di Beslan, quando terroristi ceceni sono entrati in una scuola e hanno sequestrato oltre mille persone, in un'operazione che ha causato la morte di oltre trecento di loro, dal punto di vista di molteplici personaggi appartenenti a diverse etnie e fazione, a evidenziare come la ragione, il torto, il bene e il male siano concetti fittizi, e ognuno di essi sia annidato nel cuore delle diverse fazioni. Gli unici innocenti sono i bambini e coloro che vivono ai margini della società russa e cecena, come il barbone Ivan, a evidenziare come ogni cultura porti in se stessa la necessità di stabilire dei confini che si portano appresso arbitrarietà e soprusi. Il procedimento narrativo mi ha ricordato quello utilizzato dalla Alecsievic in Preghiera per Chernobyl
Mi ha spronata ad approfondire tutto un doloroso, intricato, violento e complicato pezzo di storia su cui, in tutta sincerità, ero molto lacunosa. Per il resto, l'ho purtroppo terminato a fatica: non ovviamente per il tema trattato, ma credo più per una prosa un po' priva di sfumature particolari e un modo, a mio avviso, semplicistico di trattare certi passaggi, sentimenti e dialoghi. Probabilmente era l'intenzione di Tarabbia, lasciare che a parlare fosse la storia e non il narratore, e, considerando l'argomento, ci sta. Non mi aspettavo nulla di sfarzoso o elaborato. Ma, comunque, ho fatto notevolmente fatica e l'ho trovato a metà tra il ripetitivo e lo sbrigativo verso la fine.
Tarabbia racconta un fatto storico durissimo e purtroppo poco conosciuto e ricordato e lo fa in maniera fantasiosa ma al contempo molto onesta: il personaggio principale e i secondari sono inventati, ma questo non toglie mai credibilità alla narrazione. Lo stile é coinvolgente, la scrittura bella, limpida senza troppi manierismi. I suoi libri ormai li compro a scatola chiusa, credo, per mio gusto personale, sia il migliore autore italiano contemporaneo, trovo sempre molto interessante il suo punto di vista su fatti storici e la ricerca che fa sia sugli eventi sia sulla componente umana e le implicazioni morali che le scelte del singolo hanno. Sicuramente in questo caso, data la crudezza dell'evento (come era già stato per Il giardino delle mosche) non é un libro da affrontare a cuor leggero, ma privarsene sarebbe un gran peccato. Anche solo per i tantissimi spunti di riflessione sul Male che la lascia la lettura. Bellissimo.
Dopo aver divorato "Il giardino delle mosche" e conosendo il tema forte del romanzo, avevo riposto in questo libro enormi aspettative. Sono andate deluse. L'autore é un maestro nel raccontare l'orrore in modo lucido e acritico, con scelte narrative azzeccate ed evocative. Qui, a mio avviso, non centra appieno l'obbiettivo: le voci del racconto si sovrappongono creando caos e spezzando la storia, impedendo al lettore di immergersi nel libro e di trovarsi dentro quella maledetta palestra. Tarabbia é capace di molto meglio. Degno di nota il pezzo finale del libro, la coralità diventa perfezione, un affresco meraviglioso, una chiusura magistrale per un libro che, ahimè, non la merita.
Pensavo che fosse un documento storico e invece si tratta di un romanzo basato sulla strage di Belsan del 2004. Dopo la delusione iniziale però sono subito stato catturato dal libro: cupo, crudo, pesante. Racconta i fatti di Beslan da 3 punti di vista differenti: uno dei terroristi, un bambino preso in ostaggio e un vecchio che osserva i fatti dall'esterno della scuola. Non è certo una lettura da ombrellone, ma il romanzo è molto valido.
Letto per esame universitario. Tarabbia riesce a raccontare la vicenda dal punto di vista del terrorista. Passato e presente si alternano nei vari capitoli, tenendo il lettore incollato al libro. Le ultime pagine hanno un ritmo veloce, frenetico e quasi confuso: rispecchiano perfettamente l'atmosfera del blitz. L'autore riesce a far provare pietà per Marat, ma la sua Responsabilità nella strage non è mai dimenticata. "Io sono l'uomo che cammina con la forca"
Il primo settembre del 2004 un commando, di più di 30 terroristi, fra separatisti ceceni e fondamentalisti islamici fece irruzione nella Scuola n.1 di Beslan, in Ossezia, prendendo in ostaggio più di mille persone. Rinchiusi nella palestra dell’edificio scolastico, ammassati al caldo, senza cibo né acqua, uomini, donne e soprattutto bambini rimasero 3 giorni nel mirino dei kalashnikov dei sequestratori. Le trattative furono confuse e durarono poco. L’irruzione delle teste di cuoio russe, fece più vittime dei sequestratori. Putin, dimostrò, ancora una volta, come già aveva fatto al teatro Dubrovka, che l’impero Russo, non scende a patti con i terroristi, anche a costo di sacrificare esseri umani innocenti! L’unico sequestratore sopravvissuto racconta, in prima persona, dalla cella in cui sconta l’ergastolo, quelle ore terribili. “Noi colpiamo affinché il mondo si accorga di noi. Il mondo si accorge di te solo se violi l’innocenza. (...) “Tutte le nostre vite si somigliano, sono storie di morte, di violenza e di privazione.” Quello a cui appartiene, e quello di molti altri che seminano morte nel mondo, è un battaglione di martiri, formati nel dolore e nella violenza ad una lotta brutale e nichilista, fatta di massacri e autodistruzione. “Abbiamo fatto il male perché lo abbiamo subito, ma non lo volevamo.” Ma può esistere una giustificazione fondata sulla condivisione di responsabilità? Si possono quantificare, il male ricevuto e il male inflitto? Si può giustificare la violenza con altra violenza? Si può stabilire, dopo aver superato ogni limite umano di violenza, da che parte sta la ragione, ammesso che ci sia? Leggo spesso la sera, prima di dormire, è il momento della giornata che più dedico alla lettura. Del “Demone a Beslan” non sono riuscita a leggere neppure una riga, prima di chiudere gli occhi.
Questa è una storia di vendetta e di fango, di sangue e di vendetta, come viene dichiarato fin dall'inizio. Come aveva fatto con "Giardino delle Mosche", dando voce in prima persona a Andrej Romanovič Čikatilo, anche noto come Evilenko, con questo romanzo Tarabbia si reinserisce nella storia Russia tardo-sovietica e contemporanea per dare voce romanzata, invece, a uno dei terroristi che nel settembre del 2004 entrò nella scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord, in uno dei sequestri più drammatici della storia contemporanea della regione.
Tarabbia racconta la strage di Beslan attraverso il punto di vista di Marat Bazarev, un uomo ceceno che pochi anni prima ha perso tutta la sua famiglia e l’intero villaggio in uno dei rastrellamenti a opera dell’”impero” (come nel romanzo si riferiscono sempre alla Russia) e ai kadyrovcy. Ma non si limita al suo punto di vista: infatti, vi è anche il racconto di Petya, un bambino che si trova con la madre e con la sorella nella palestra di quella scuola e che non riuscirà mai a uscirne, e Ivan, il čudak del paese, che assiste dall’esterno della scuola a ciò che sta succedendo, in compagnia del suo gattino Aleksandr Sergeevič, chiamato come Puškin. Questi tre punti di vista forniscono le coordinate del sequestro e della strage di Beslan, e attraverso di esse Tarabbia ritorna come aveva già fatto con Čikatilo a decostruire il Grande Male, a indagarne le innervature passate e presenti, a spostare le maschere per rivelare ciò che vi si nasconde sotto.
Ho apprezzato questo agghiacciante racconto, memoriale dell'unico sopravvissuto del commando separatista ceceno che, nel 2004, insieme ad altri 31, sequestrarono più di 1000 persone nella palestra della scuola onnicomprensiva di Beslan, in Ossezia, Caucaso. Non ho parole per descrivere questo libro, da leggere assolutamente, perché, parafrasando Toltoj, Marat Bazarev dice che " ogni famiglia cecena è infelice allo stesso modo". In questo libro non vengono descritti né vincitori né vinti, ma il male che fanno sia gli invasori e sia coloro che sono stati invasi, la distruzione, la paura, la morte, il sangue, i kalashnikov, le bombe, il carcere di massima sicurezza, l'espiazione delle colpe, i fantasmi che ossessionato. Ma l'immagine più drammatica e simbolica è quella del tappeto di fiori che, caduti dalle mani degli alunni più piccoli, dovevano essere donati a quelli più grandi per festeggiare la "giornata della conoscenza " e invece sono destinati a ricoprire il suolo della scuola che il primo settembre 2004 a Beslan si è riempito di sangue e membra.
Si può quantificare il male? Si può mettere su una bilancia con un male che è stato fatto a noi e quello che vorremmo fare ad altri? Questa è la domanda che percorre il romanzo di Tarabbia. La vicenda è quella nota della strage della scuola di Beslan, quando tra il 1 e 3 settembre 2004 un gruppo di separatisti ceceni prende in ostaggio più di mille persone, tra adulti e bambini. L'autore ci fa entrare nella mente dell'unico terrorista sopravvissuto, ci sono le storie dei membri del commando che ci portano nella guerra in Cecenia, si parla degli orrori verso i civili ceceni, degli stupri, dei rastrellamenti... Ci sono temi molto molto forti, vi avverto. Sappiamo purtroppo come è finita a Beslan e delle colpe del governo russo su tutto. Ma è sulla figura di Marat che si concentra la riflessione: se ci è stato fatto un male indicibile, è giustificato fare lo stesso, soprattutto se a nessuno interessa di noi e della morte di un popolo? Forse non c'è una vera risposta, forse sì... Rimane una storia straziante per chiunque coinvolto 💔 stupendo.
Il primo settembre 2004 un gruppo di separatisti ceceni e fondamentalisti islamici assalta la scuola n. 1 di Beslan e per tre lunghi giorni terrà in ostaggio più di mille persone, fino al tragico epilogo. Lo scrittore utilizza tre punti di vista differenti per raccontare la strage: l’unico attentatore sopravvissuto al quale dà un nome fittizio, un bambino all’interno dell’istituto scolastico e un anziano che si trova fuori dalla scuola durante le lunghe ore di assedio. Le diverse reazioni rendono la lettura tragica, con le presunte ragioni dei carnefici che contrastano con l’innocenza dei bambini, sia di quelli all’interno delle aule, sia di quelli nei villaggi ceceni, trucidati senza alcun ripensamento. Ho aspettato anni per leggere questo libro in quanto ero rimasta sconvolta da questa strage, ma il racconto, nonostante alcuni episodi particolarmente strazianti, mi ha fatta più riflettere che soffrire. Un romanzo che racconta un evento terribile e ripercorre una Storia di divisione e uccisioni derivanti da anni di dissidi che non sono mai arrivati ad una conclusione sensata.
Molto bello, ma è quello con più ingenuità stilistiche tra i tre libri della "Trilogia del Male" di Tarabbia. Probabilmente, se lo avessi letto prima del "Giardino delle mosche" e di "Madrigale senza suono" mi sarebbe piaciuto di più. Interessante però constatare come l'autore abbia gettato le fondamenta di ciò che poi ha portato a compimento nelle opere successive. Ho apprezzato in particolar modo la parte finale con il rincorrersi delle voci di Marat, Petja e Ivan. Devo dire che è stato toccante leggerlo in un periodo storico in cui, tra Ucraina e Palestina, si stanno ripetendo molte delle condizioni storiche che hanno portato i terroristi ceceni alla strage di Beslan. Dopotutto, dalla storia non abbiamo imparato proprio niente.
Molto, molto difficile dire qualcosa di questo libro, comincio col dire che comunque lo consiglio. È la storia romanzata dell'unico terrorista della strage di beslan sopravvissuto e in carcere a vita in Russia. È difficile perché è narrato in prima persona da un assassino, che non fa sconti a se stesso, e racconta il perché (forse) è diventato un assassino, racconta della seconda guerra di Cecenia, delle stragi russe, delle violenze, e racconta dei tre giorni in cui rimasero rinchiuse più di 1000 persone e 32 terroristi in una palestra in una scuola, che "il male non si può misurare, non si può paragonare, non è un esercizio di pesi e di misure". E nemmeno le sue conseguenze
Un libro durissimo, una riflessione aperta su cos'è il Male, dove nasce, cosa lo nutre, dove puo' abitare... E qualche risposta che sembra affiorare puo' lasciare sconcertati, attoniti. Per non dimenticare che siamo tutti uomini e che i demoni, quelli che si riconoscono e si tenta di arginare e sconfiggere, chissà se poi esistono davvero...