Pubblicato nel 1833 e ambientato nella Barletta cinquecentesca, l'Ettore Fieramosca narra dell'affronto di un soldato francese all'indirizzo dei cavalieri italiani, vendicato da questi ultimi con intrepido slancio. Insieme alle contese militari, spiccano nel romanzo l'infelice amore fra Ettore e Ginevra e le tormentate passioni di Elvira e Fanfulla da Lodi. È un mondo romantico in cui Fieramosca emerge come emblema di virtù cavalieresca ed eroe dell'identità nazionale ante litteram.
”La disfida di Barletta”, regia di Alessandro Blasetti, 1938.
Il 13 febbraio del 1503 si tenne in Puglia quella che è passata alla storia come la disfida di Barletta: un duello tra tredici cavalieri francesi contro tredici cavalieri italiani che difendevano i colori spagnoli. Sì, perché, qualche anno prima, Spagna e Francia si divisero il regno di Napoli senza interpellarne il re Federico I: la Spagna invase da sud, la Francia da Nord, il re si dette alla fuga. Gli stranieri, però, non si misero d’accordo su come dividersi il bottino e cominciarono a farsi guerra. Non avevano di meglio da fare? Forse no. Ma comunque seppero limitare i danni: invece di rovinose e rumorose e polverose e costose battaglie tra eserciti, organizzavano duelli, scontri in campo chiuso tra mini eserciti con tanto di giudici e arbitri e regole. Tredici, come appunto nel caso di Barletta. A guidare gli italiani pronti a perdere la vita in nome degli spagnoli (!), c’era proprio Ettore Fieramosca. Gli italiani vinsero alla grande, sia per valore che per tattica di combattimento. Siccome la cosa non è successa spesso, di questa piccola vittoria s’è creato un mito. Che D’Azeglio riprende in chiave risorgimentale, concedendosi un po’ di svarioni storici. Ma tant’è, cuor di patriota non si comanda.
Il castello di Morreale ricostruito negli studi Titanus.
Anche Mussolini s’invaghì di questa fatterello e lo fece suo per propagandare l’amor di patria e del fascismo, che secondo lui la patria rappresentava al meglio. Siccome il D’Azeglio, per quanto nazionalista e patriota, non vedeva molto per la quale la spedizione garibaldina dei Mille e l’annessione del Mezzogiorno, giudicate frettolose, mi risulta che sia spesso citato nei discorsi di leader della Lega che ne esaltano l’apparente razzismo. D’altra parte il Massimo nazionale (D’Azeglio, non D’Alema, veh) se l’è andata a cercare: la sua opera incompiuta causa decesso si intitolava nientepopodimenoche “La Lega Lombarda”.
Nelle scene di massa comparse e costumi a go go.
Questo romanzo fu un best seller, un caso editoriale del suo tempo (stampato dallo stesso tipografo de “I promessi sposi” nel 1833). Ed è servito da base per ben tre film: nel 1909, nel 1915, e poi per l’adattamento più celebre di Alessandro Blasetti del 1938 con Gino Cervi protagonista (physique du rôle?). Blasetti dichiarò due anni prima alla rivista “Civiltà fascista” la necessità di realizzare un film che parli efficacemente dell'Italia fascista a 50 milioni di stranieri. Un filmone, con largo impiego di comparse, costumi, armi e armature, cavalli, e tanto di castello ricostruito negli studi della Titanus. Gioia doppia per il regime che approvava sia il patriottismo della storia sia la rilevanza tecnico-cinematografica.
Elisa Cegani nel ruolo di Ginevra, donzella amata dal Fieramosca. Nel cast anche Clara Calamai, Osvaldo Valenti e Andrea Checchi.
Ora, perché a questo due stelle e al deamicisiano “Cuore” solo una? In fondo, l’impronta è la medesima, il patriottismo e la retorica deflagrano anche qui. La risposta è facile: primo, il romanzo di d’Azeglio non mi è stato imposto (dalla scuola). E secondo, qui ci si può divertire, tra spade lance scudi cavalli ruzzoloni e damigelle (Ginevra, sempre lei, anche se è solo il nome che collega), un po’ di spasso come in un fumettaccio si riesce a recuperare.
Il regista Blasetti sul set col protagonista Gino Cervi.
Un bel romanzo storico di cappa e spada, con intrighi, amori, colpi di scena ed anche una notevole dose di ironia, che non guasta mai. Purtroppo alcune parti della trama non sono state completamente sviluppate e questo è un peccato, ma per essere l'opera prima di un uomo che in vita sua fu anche pittore, musicista e statista, mi è sembrata più che accettabile. In quest'edizione Bur molto interessante è la prefazione (da leggere rigorosamente alla fine del romanzo perché, come di rigore nei classici, viene spiattellata tutta la trama), soprattutto il frammento tratto dalle Memorie del d'Azeglio, in cui ci narra della volta in cui fece leggere, prima di pubblicarlo, il manoscritto a suo suocero, verso il quale provava un timore reverenziale, trattandosi niente meno che di Alessandro Manzoni!
Author Massima D'Azeglio was one of the leading figures of the Italian Risorgimento. As prime minister of Sardinia in the early 1850's he awarded Cavour his first cabinet position and later persuaded King Victor Emmanuel to name Cavour as his successor. In addition to an active political career, D'Azeglio also painted and wrote for the cause of Italian unification. Ettore Fieramosca was one of two novels that he produced.
Ettore Fieramosca is a lance and sword adventure novel that is clearly tradition in the tradition of Walter Scott. D'Azeglio's goal was to convince Italians that they possessed sufficient martial qualities to unify Italy on their own and that they ought not to simply wait in the hope that the French would do it for them. He states clearly at the end of the novel: "I only aimed to make Italian valor known; and in this history amply bears us out."
Given that D'Azeglio's overriding goal was to rally popular support for the cause of Italian unification, it is not surprising that Ettore Fieramosca is not a great work of literature. It is not however truly horrible. D'Azeglio follows the Walter Scott model in a very competent fashion. One wonders if he might have become as a good a writer of swashbuckler novels as Alexandre Dumas or Henryk Sienkiewicz had he continued to write. He did not however. Ettore Fieramosca is a first novel that demonstrates potential and nothing more. Its value is as a document from the era of the Risorgimento.
Con un romanzo del 1833 la valutazione non può che essere doppia: il romanzo è sia storico in senso classico (ambientato in un'epoca passata, cioè il rinascimento) sia storica in senso lato (anche l'epoca in cui fu scritto è ormai per noi passata, cioè il risorgimento).
Altra premessa è che ovviamente lo stile è desueto, il narratore si intromette in prima persona in modo pesante in diversi punti raccontando cosa accade prima, dopo ecc. d'altra parte, lo stile "antico" o quasi "arcaico" potrebbe piacere a qualcuno. Del resto, come dice lo stesso autore "non è facile per uno della nostra epoca (cioè i primi dell'800) immaginarsi un cavaliere medievale" cosa che ovviamente non è più vera per noi del XXI secolo, civiltà dell'immagine, ormai! È proprio questo a dar vita alle migliori parti del romanzo, cioé le descrizioni: sono sempre assai precise, puntuali, ricche di particolari e molte volte anche dinamiche, in particolare nel descrivere aspetto dei personaggi, abiti e anche la natura.
L'intreccio, invece, funziona di meno. Ci sono due storie, in sostanza, che si sovrappongono: la disfida vera e propria tra cavalieri italiani e francesi e la storia d'amore tormentata tra Ettore Fieramosca e la bella Ginevra. Le due parti sono letteralmente messe insieme a forza ed entrambe rispondono credo agli stilemi romantici e patriottici dell'epoca. Non si può non notare la forzatura nell'esaltazione degli spagnoli e nella denigrazione dei francesi, quando invece a conti fatti erano entrambi dominatori stranieri; senza dubbio anche esagerata è la coscienza italiana attribuita al Fieramosca e agli altri.
Il consiglio di lettura è quindi per due tipi di lettori: appassionati di uno stile molto antico o interessati alla storia del risorgimento. E' notevole che D'Azeglio scrivesse in questi termini negli anni 1830 e che sentisse proprio egli, piemontese, di dover scrivere della disfida, dove fu proprio un piemontese a militare nella squadra francese.
Lettura non proprio semplice per via di un "italiano scritto" di quasi 2 secoli fa, con forme verbali e termini ormai in disuso. Nonostante ciò l'ho trovato appassionante, vuoi per l'ambientazione (terra di puglia... la mia terra), il periodo storico narrato e, perché no, per l'uso di una forma di scrittura che ormai non ci appartiene più.
Pubblicato nel 1833 e ambientato nella Barletta cinquecentesca, l'Ettore Fieramosca narra dell'affronto di un soldato francese all'indirizzo dei cavalieri italiani, vendicato da questi ultimi con intrepido slancio. Insieme alle contese militari, spiccano nel romanzo l'infelice amore fra Ettore e Ginevra e le tormentate passioni di Elvira e Fanfulla da Lodi. È un mondo romantico in cui Fieramosca emerge come emblema di virtù cavalieresca ed eroe dell'identità nazionale ante litteram. È essenzialmente un romanzo storico-patriottico, comparso proprio negli anni in cui i moti liberali si trasformavano in guerre nazionali di indipendenza. La storia è inquadrata prima e durante la celebre Disfida di Barletta (13 febbraio 1503) tenutasi nella piana tra Corato ed Andria, in territorio di Trani, fra tredici cavalieri italiani (capeggiati dal Fieramosca) e altrettanti francesi. Vinceranno gli italiani, salvando l'onore infangato dal francese La Motta, un cavaliere rinnegato che si era schierato contro l'Italia mettendosi al servizio degli invasori francesi. Massimo D'Azeglio è uomo che vive e muore di patriottismo, lui stesso, nobile, ha rifiutato i suoi privilegi di casta per vivere la vera libertà che è formata sostanzialmente da uguaglianza e fraternità fra uomini. E in Ettore Fieramosca riesce a riassumere il modello perfetto di cavaliere onesto ed integerrimo, colui che difende l'onore delle armi italiane contro l'insidia dei francesi, all'epoca della guerra franco-spagnola per il possesso del reame di Napoli (1502-4). E, come ogni vero cavaliere che si rispetti, anche Fieramosca ha un'amata alla quale tornare, in questo caso la bella Ginevra, moglie di un altro italiano rinnegato che si era schierato coi nemici. Al di là dell'eccitante evento storico (il duello tra italiani e francesi e la battaglia di Cerignola) ciò che l'autore ci vuole far risaltare agli occhi è certamente la passione patriottica e civile ed è per questo che gli giustifichiamo i numerosi anacronismi e le infedeltà storiche presenti nel romanzo. Ovviamente quando si legge questo romanzo bisogna inserirlo nell'atmosfera patriottica dell'epoca, dove fu eletto all'unanimità come manifesto del Risorgimento stesso.
In questa piccola, superba edizione Fabbri datata 1968, c’è un pezzo di Risorgimento. Ebbene sì, perché l’autore Massimo d’Azeglio fu uno dei più grandi intellettuali e uomini politici liberali del suo tempo, un aristocratico che abbandonò il sentiero tracciato dalla famiglia per abbracciare la causa dell’Unità d’Italia. Fu mentre dipingeva un quadro dal titolo La Disfida di Barletta che gli venne un’idea: un romanzo sarebbe meglio servito a “mettere un po’ di fuoco in corpo agli Italiani”. Così, nel 1830 iniziò a scriverlo e infine nel 1833 lo pubblicò (o meglio, riuscì a pubblicarlo, visto che passò incredibilmente attraverso le rigide maglie della censura austriaca). Piegando la Storia per i propri fini, ammantando di un’aurea mitica e anacronistica un episodio delle Guerre d’Italia avvenuto nel 1503 (fortunelli, non ho abbastanza spazio per addentrarmi in una pur breve sintesi dell’ambientazione storica), d’Azeglio costruisce con Ettore Fieramosca l’archetipo del patriota italiano (badate bene, italiano) onorevole e coraggioso, indomito, gentile, attaccato alla Patria fino a mettere a repentaglio la vita. Discorso prettamente risorgimentale, che serviva appunto a eccitare gli animi anelanti la libertà dall’oppressore. E vi riuscì: poche altre opere artistiche possono dirsi “ispiratrici” del movimento unitario, e queste portano i nomi di Nabucco (e l’acronimo VIVA VERDI correlato) e di Le mie Prigioni, di Pellico. Forse per questo oggi è praticamente dimenticato. Relegato a un tipo di narrativa “minore” (già il romanzo storico nel complesso non è tenuto in gran conto, se si eccettua IL romanzo storico e italiano per antonomasia, sì proprio Lui) e forse sorpassato dai suoi stessi scopi filantropici abbastanza manifesti, in pochi ne ricordano l’esistenza. È un vero peccato. I primi capitoli brillano per impostazione, caratterizzano luogo e personaggi con abili pennellate e una volta che si entra nel vocabolario del 1830 (toscano, come per il “suocero” 😉) si è già immersi nella Barletta assediata del 1503, in mezzo alla soldataglia spagnola dalle variopinte uniformi.
Ho voluto dedicarmi a questo libro dietro suggerimento del mio professore di Storia e Filosofia, che lo aveva decantato in tutti i modi possibili. Ora, dopo averlo finito, ho capito che molto probabilmente non seguirò più i suoi suggerimenti.
Il libro non è bruttissimo, anzi la trama generale non è neanche male, ma, onestamente, l'ho trovato noioso. Sono davvero pochi i punti che mi hanno colpito per il linguaggio o per le svolte nella trama. Ho impiegato così tanto tempo per finirlo, e alcune pagine le ho anche saltate.
Credo che lo consiglierei solo a chi è un grandissimo appassionato di storia, o a chi sta facendo ricerche sul Risorgimento italiano (dal momento che questo libro fu scritto proprio per l'occasione).
Noioso, tremendamente noioso. Non entra mai nel vivo e prepara un climax ed un intreccio che, però, non si dipana mai. Della disfida vera e propria solo 10 pagine nel penultimo capitolo, privo di pathos.
Volevo leggere un esempio di romanzo storico dal clima rinascimentale e cercavo in Ettore Fieramosca la storia di un perfetto eroe romantico e cavalleresco. Non è quello che ho trovato, purtroppo.