Il pretesto di un romanzo autobiografico relativo ad un periodo di lavoro passato in Francia è l'occasione per sfogare con lucidità l'indignazione che si prova verso quello che succede da tempo nel nostro di paese.
Nella narrazione, ricca di riferimenti della nostra triste quotidianità, ciò che irrita maggiormente non è tanto lo scempio ecologico e paesaggistico della nostra terra che ha radici antiche - l'autore fa spesso un parallelo tra Venezia, la sua città e Saint-Nazaire, porto Bretone nel quale spesso ritorna - quanto lo scempio di teste, ormai in balia della regressione intellettuale a cui ci hanno abituati con lo stillicidio continuo e programmato dell'esaltazione della stupidità, dell'arroganza, dello scandalo che, bene o male, ci addossa come cittadini italiani vergogne di cui non tutti siamo responsabili.
Mi accomuna a Ferrucci il sentimento di sconcerto di fronte alla facile ma strategica etichettatura: chi non agisce come noi è un comunista, i docenti sono tutti di sinistra, nella scuola si insegna il contrario di quello che vogliono le famiglie e così via. Pensare in modo critico è diventata una colpa politica.
Che poi, a dire il vero, questi non ne azzeccano una, tanto che siamo sull'orlo dell'abisso economico. Forse sarebbe ora che qualcuno pensasse un po' di più anziché limitarsi a blaterare.
Tornando al romanzo queste esternazioni si alternano ad una storia d'amore alla quale il protagonista si attacca per necessità di identità e di sopravvivenza. Il finale sembra a lieto fine ma, per una inevitabile legge di compensazione - o me o voi-, lascia noi, che stiamo qui in Italia, sotto una cappa di pesante pessimismo.
Era in vetrina. L'ho portato via di li e adesso un po' me ne pento. Chi non lo vede lì come farà a chiederlo? A trovarlo? Saprà cercarlo? Perché eccolo un libro bello, bello perchè si legge senza affanno e senza fastidio e con una specie di leggerezza, nonostante no, non sia poi così leggero. E a sommarsi a quello stato di non leggerezza che il libro porta in sé ci sta il leggerlo come libro pubblicato prima in Francia che in Italia, eppure scritto da un autore veneziano, come non restasse altra alternativa, ormai, anche per le parole. Cercarle altrove. E detto questo io lo consiglio. Perchè dentro ci sono cartoline della nostra Italia d'oggi e di ieri, guardate da un'altra parte, immagini che dovremmo cominciare a raccogliere e ad utilizzare. La voce narrante di questo libro dell'Italia e di chi ha votato l'attuale governo si schifa parecchio. Ed ecco, non offre un briciolo di speranza. Ecco, io con questo non sono del tutto d'accordo e vorrei dire... che, ecco... eh, è proprio arrivato il tempo di reimparare a dissentire ;)
La parola “romanzo” può raccogliere di tutto, anche questa sorta di diario ricco di commenti sull’Italia berlusconiana e la sua vergogna, che ha un filo narrativo esile ma mette a confronto Venezia e Saint-Nazaire, Italia e Francia. Il narratore guarda quel lontano angolo di Francia e pensa alla sua Italia, vede le diversità e la forza delle istituzioni francesi e la capacità di risposta alle sopraffazioni del potere di un popolo che fece “la” rivoluzione. Pensa e commenta, il nostro prof, dall’alto del Building in cui l’hanno accolto i suoi ospiti in ragione dei suoi libri (si veda Cosa cambia, Marsilio), e ne discute a distanza con la sua compagna. Alla fine, gli balena l’idea di far nascere un figlio in Francia, di doppia nazionalità.
Le osservazioni sull’Italia, sul suo leader e sul popolo che se ne è lasciato corrompere, sono spietate, e più moralistiche che sociologiche. Il libro, non così sovversivo, è di prima del referendum ma le sue indignazioni sono ancora valide. L’equilibrio tra la narrazione, il diario, la riflessione e l’invettiva è precario, è la Francia a risultarci più chiara e l’Italia più convenzionale, tuttavia l’originalità di quest’impresa ha un suo valore e una sua forza, è il percorso civile di un letterato che sa scrivere. Le pagine più belle sono quelle sul monsieur Hulot di Tati, girato da quelle parti.