Dedica e firma autografe dell'Autrice con piccolo disegno, datata Milano 7 maggio 1965 (Inscribed and signed by the Author (Milan, 1965)). 16mo pp. 126 Brossura, sovracoperta (wrappers, dust jacket) Molto buono (Very Good)
Milena Milani è nata a Savona nel 1917, ha studiato a Roma, pur soggiornando anche a Milano, Venezia, Cortina d’Ampezzo e Albisola. Rivelatasi nel dopoguerra, ha pubblicato poesie, racconti, saggi, romanzi ( tra cui La ragazza di nome Giulio, Longanesi Milano 1964 che fu al centro di un clamoroso processo). Da questo libro fu tratto un film che rappresenterà ufficialmente l’Italia al xx Festival Cinematografico di Berlino nel 1970. Ha fatto parte dello Spazialismo di Lucio Fontana sin dall’inizio di questo Movimento, firmandone tutti i Manifesti. Ha tenuto più di cinquanta mostre personali in varie città, con i suoi quadri-scritti e le sue ceramiche-scritte. Nel 1982 il Comune di Milano le ha conferito la Medaglia d’Oro di benemerenza civica per le sue attività nel campo della letteratura, della poesia e dell’arte. Nel 1988 è stata nominata da Francesco Cossiga, Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Nel 1999 il comune di Albisola Mare le ha assegnato l’Oscar di Albisola. Nel 2004 è stata insignita del Premio Regionale Ligure per la letteratura, attribuitole a Genova, città Europea della Cultura. Nel Luglio 2003, a Savona, a Palazzo Gavotti, si è inaugurata la Fondazione Museo d’Arte Contemporanea Milena Milani in memoria di Carlo Cardazzo, con le opere della collezione della scrittrice-pittrice-ceramista, donate alla sua città natale.
Anna Drei è un fantasma, un idolo, una ragazza persa in un mondo che non esiste, che non ha nulla di reale, ma che per lei è tutto, l’unica cosa che conta. Appare alla narratrice davanti a un cinema, quasi fosse un sogno, un essere fatato sbucato dal buio.
Le due sembrano comprendersi, passano la serata insieme, Anna la invita a trascorrere la notte da lei, ormai è troppo tardi per tornare a casa. Dormono una di fianco all’altra, due corpi giovani e pieni che si sfiorano nell’oscurità.
Entrambe sembrano non avere uno scopo nella vita, si aggirano per Roma alla ricerca di qualcosa che non ha nome, mentre l’inverno lascia timidamente spazio alla primavera. Le strade grigie, le luci calde, la terrazza alla quale affacciarsi per sentire un’aria finalmente diversa, finalmente profumata, tiepida di sole e di mare: tutto le avvolge e le avvince, tutto sembra abbastanza.
Ma la mente di Anna Drei viaggia su strade mai battute, si apre con l’istintività della natura a una dimensione metafisica, nella quale i desideri del corpo e la materialità della vita sono pesi insostenibili, che la schiacciano a terra, tra le mani di uomini che nulla sanno di lei e che non fanno altro che prendere.
La narratrice osserva i mutamenti di Anna, ne legge l’enigmatico manoscritto, dove la giovane racconta della sua infanzia e adolescenza lontane da Roma, di un tempo in cui poteva correre spensierata, battere tutti i bambini che la sfidavano, inconsapevole dei cambiamenti che avrebbero stravolto lei e il suo corpo, che le avrebbero fatto conoscere un desiderio vorace, ma amaro.
«Del resto non era che bello, toccare il fondo, annegare nel vuoto, e rinascere subito dopo con tutta una ricchezza che sapeva di sole, anche se sole non c'era.» - «I morti inondano con i loro miasmi l'universo, dall'ossa sprigionano scintille, di notte i cimiteri sono campi fioriti, le stelle scendono dai cieli, quei morti sono gelidi e spaventosi. Le nostre case le abbiamo edificate sopra di loro. Nelle pareti ci sono bricioli della loro carne. Se mi chiudo in una stanza, l'aria scompare, essi potrebbero giungere a soffocarmi.» - «Crescere vuol dire diminuirsi. Accettare significa intendere la verità. Sulle montagne della Terra vivono esseri che concepirono sogni di potenza e che divennero puri guardandosi dentro come negli specchi».
"Però, a volte, che disperazione. Vorrei che le strade non avessero fine e che i miei piedi si gonfiassero a percorrerle, qualcosa mi crollasse di dosso, la mia impalcatura di carne, io restassi fresca e nuda, profumata di fiori."
Sinceramente annoiata dalla lettura di questo libro; onestamente mi è parso una palla. Tema apprezzabilissimo, eh: il peso dell'esistenza, di sentirsi soli in un mondo di persone interscambiabili, la solitudine di avere molto da dire ma nessuno a cui dirlo e percepire la propria carne, il proprio corpo come l'unico strumento per trarre qualcosa di potenzialmente emozionale. Ma è scritto in modo così noioso, lento, anonimo; e poi ho una specie di repulsione per la paratassi.
Del resto non era che bello, toccare il fondo, annegare nel vuoto, e rinascere subito dopo con tutta una ricchezza che sapeva di sole, anche se sole non c’era.
Letto per caso...la trama è secondaria, quello che merita davvero è il modo di scrivere. Questa è vera alta letteratura. Non si può chiamare in modo diverso
Una delle cose migliori che ho fatto per me stessa è stata iniziare la scoperta delle autrici italiane del '900. A scuola mi dicevano "eh l'Italia è forte in poesia, ma il romanzo italiano non è un granché", sì amo, perché avete lasciato fuori dal canone queste assolute regine. Pensa te se devo scoprirle adesso che ho 40+ anni.