[I fatti e i conti con se stesso]
Si tratta di un libro di memorie scritto vari anni dopo i fatti narrati, anche se l'autore si ispirò a un taccuino su cui usava scrivere in quegli anni; è un memoir uscito in un momento (1955) in cui anche il solo titolo avrebbe fatto drizzare i peli sulle braccia a un sacco di persone; infatti, così fu.
Giuseppe Berto aveva pubblicato qualche anno prima "Il brigante", uno dei suoi lavori meno riusciti ma comunque con una sua dignità e un suo valore; un romanzo che era stato bistrattato sia a destra sia a sinistra: una parte gli imputava di essere troppo di sinistra, l'altra di aver sfruttato la morale socialista-marxista senza però esser lui un marxista, come a dire "adesso vuoi ingraziarti questa parte politica".
Ma alla fine lui non aveva fatto altro che scrivere un romanzo, nemmeno troppo bello, che descriveva una realtà meridionale ben precisa, con particolare attenzione agli ultimi e agli sconfitti, come del resto aveva e avrebbe sempre fatto.
Il marchio di irregolare ce l'aveva già stampato in fronte; con l'arrivo di "Guerra in camicia nera", è inutile dire che tale fama non poté che consolidarsi, specie in un periodo nel quale l'antifascismo era sentito come fosse un culto religioso, più che come un fondamentale presupposto politico; e, come gran parte delle religioni, questo non guardava in faccia nessuno, figuriamoci uno che ebbe il coraggio, nel '55, di uscirsene con un libro il cui titolo grida "fascismo" forte e chiaro.
Purtroppo, come capita spesso con molti libri, film, canzoni, arte in generale, non furono in molti a capirlo; a dire il vero, furono ancora meno coloro che lo lessero, poiché in realtà c'era e c'è poco o nulla da capire, essendo il testo fin troppo cristallino.
Quello di Berto è un racconto chiaro e conciso, la trasposizione della sua esperienza in Africa con la camicia nera. Non ci sono facili e beceri patriottismi e manca ogni traccia di eroismo; è assente soprattutto ogni forma di odio o disprezzo per il nemico.
Ci sono solo fatti; fatti che vedono un uomo solo, talvolta spaesato e confuso, che anche in un contesto simile riesce a differenziarsi per gli umani comportamenti, poco bellici e bellicosi, a cominciare dalla divisa della milizia, che egli portava coi calzoni lunghi anziché corti, per via di una ferita che glielo impediva; e già questo non era visto di buon occhio dai superiori.
Troviamo qui eventi semplici e banali, anche di stasi; narrati sempre con piglio distaccato, sobrio, a suo modo (tardo)neorealista.
Chi già conosce l'autore potrà facilmente individuarvi le tracce del suo attaccamento a figure pure, deboli e ingenue, come avviene nel caso di una bambina italiana o di una ragazza del luogo, o in generale per persone che rappresentano lo spiraglio benefico nel mezzo di un conflitto, vera incarnazione del Male, che si riflette nel perenne senso di colpa del narratore, tema portante della produzione di Berto.
Il suo è un senso di colpa per la partecipazione alla guerra, ma anche per l'adesione al regime; cosa di cui egli continuerà a parlare con estrema sincerità e onestà intellettuale, nonché con lo spirito da bastian contrario che lo caratterizzava, sempre stupendosi per tutti quelli che, da un secondo all'altro, passarono dal fascismo alla parte opposta della barricata, senza mai sottolineare troppo i passaggi emotivi e politici di tale scelta.
Un'operazione che Berto ha fatto e che gli va riconosciuta; così come va riconosciuta l'importanza di questo libro: non tanto letteraria, quanto documentaria; fondamentale per comprendere e approfondire un capitolo fondamentale dell'opera bertiana.