Goliarda prediligeva l'autobiografia ma odiava i diari, i taccuini. Eppure ne scrisse 8000 pagine. In treno, nei camerini, di fretta, con mezzi di fortuna, su agende scadute, rubriche. Una scrittura furtiva, che si contrappone all'ordine, al rito quasi, con cui scriveva i romanzi - ogni mattina, guardando il mare, su fogli extra-strong piegati in due. Lo definiva un vizio, se ne vergognava, come se dovesse giustificarsi. Questo appuntare in nota alla vita esprime il bisogno impellente di scrivere, anche se clandestino. Per vent'anni scrive solo taccuini. Come una seconda vita, fino all'ultimo, non c'è giorno che non vi finisca dentro ricette, possibili titoli di romanzi, fiori secchi, il fallimento del socialismo, il dolore di non avere figli... Uno sguardo da lontano, il desiderio di dare ordine al fluire quotidiano per dargli senso. Pagine che riflettono anche i romanzi scritti e non scritti, svelando però i segreti più intimi, quelli che si vorrebbero tenere nascosti a tutti. Ma, d'altronde, "si scrive sempre per gli altri".
Goliarda Sapienza was an Italian actress and writer. Goliarda Sapienza was born 10 May 1924 in Catania. Her mother was Maria Guidice, a prominent socialist, her father Peppino Sapienza, a socialist lawyer. As a child, Goliarda Sapienza reenacted films she had seen in cinema. In 1941 she and her mother went to Rome, where she studied theatre. She worked as an actor in both films and plays, but from 1958 she focused on writing. Her now famous novel L’arte della gioia (The Art of Joy) was finished in 1976 but rejected by publishers because of its length (over 700 pages) and its portrayal of a woman unrestrained by conventional morality and traditional feminine roles. It was first published by her husband Angelo Pellegrino after her death.
Quando si scrive parlare a sé stessi è inevitabile. Lo si fa con voci diverse dalla nostra, con personaggi e ambientazioni che appaiono lontani dalla nostra quotidianità, ma che in realtà nascono da essa e da essa vengono costantemente alimentati.
Scrivere è un po’ come muoversi a volo d’uccello sulle cose, vederle dall’alto, dal basso, da ogni angolazione possibile. Scrivere significa non accettare ciò che vediamo per quello che è, non accontentarsi della prima risposta, del primo significato che, per un istante, abbiamo pensato vero.
Scrivere vuol dire rompere quel sottile e pericoloso strato di ghiaccio che ci separa dalla profondità, dai gorghi paurosi e bui della nostra anima; scrivere ci spinge a rendere il mondo un rumore di fondo, qualcosa che – anche solo per un po’ – può essere dimenticato per fare spazio alla creazione, al colore, alla poesia.
E’ intima Goliarda. E infatti questo non è un romanzo. Il vizio di parlare a me stessa è il nome sotto cui sono stati riuniti i suoi taccuini, nei quali scriveva pensieri, fugacità, in cui annotava rabbie e frustrazioni, ma anche momenti semplici, come un raggio di sole preso sul mare; sono i taccuini che lasciò in eredità ad Angelo Pellegrino, il marito, il quale ora li regala a noi, scoprendoci una nuova parte di questa scrittrice che il Novecento ha mal compreso e poco valorizzato. Si tratta degli anni ’80, Goliarda è una sessantenne che ha occhi e sensibilità per qualsiasi cosa le accada intorno, nulla le sfugge, è una vera e propria protagonista del suo tempo, ha l’attualità in pugno e realizzare confronti generazionali le viene facile, se pur doloroso. Figlia di Maria Giudice, convinta socialista, e di Giuseppe Sapienza, anch’egli socialista, la Goliarda dei taccuini è alle prese con difficoltà economiche, le quali la costringono ad accantonare il richiamo letterario, per spingerla nuovamente verso il mondo del teatro, dove guadagna dando ripetizioni di dizione. Il teatro, così come il cinema, non le aggradano, sono mondi claustrofobici, è solo con la scrittura che si sente libera. E dunque riempie fogli, fogli, fogli, che noi ora possiamo leggere, sviscerare, quasi violando l’intricata mente di una donna la cui penna fu un vizio, un vizio per lei, al pari del tabacco e del bere, e un vizio per noi, lettori, che ne vorremmo sempre di più, sempre un pezzetto in più.
La lucidità della scrittrice è lampante: quello che dovrebbe essere un diario di segreti, sembra in realtà la bozza di un articolo di giornale, talvolta, o di un romanzo, tanta è la linearità e la coerenza di idee. Salta subito all’occhio la necessità di ricercare quel disordine geniale, demoniaco, sublime irrazionale nello stile, ma non nelle idee, che sono chiare, sì, piene di vita, ma compatte, non sfugge una sola virgola nonostante raccolgano tutti gli aspetti della vita interiore della scrittrice, ma anche esteriore, quella che la circonda. E’ di quegli anni il riconoscimento di mille figli naturali, la cui notizia, appresa da un quotidiano, getta Goliarda in alcuni pensieri malinconici riguardo la sua sterilità, il suo bisogno di sentirsi madre, una figura così ricercata, tanto che poi, più avanti, dirà del dolore di non poter più pronunciare la parola mamma in seguito alla morte di questa; è forte il dolore del distacco materno, ma è altrettanto forte il dolore dell’impossibilità di non poter ricoprire questo ruolo così ambito, che le darebbe un impegno personale, ma anche sociale. Ma per Goliarda è un attimo, e dalla sfera privata, da un dolore che sente come intimo e segreto, si passa subito alla necessità di valutare ciò che accade intorno: la ripercussione del comunismo. Quest’ideologia ormai tramontata, che ha scosso i fiori del campo italiano come un vento imperterrito, viene valutata negativamente da Goliarda che, dopo un viaggio in Russia e in Cina, dopo la sua esperienza transiberiana, sente di dover rigettare questa lezione politica e si chiede cosa accada alla sua generazione, figlia di fascismo e comunismo, così imborghesita e reazionaria. Proprio per separarsi nettamente da questo imperante atteggiamento borghese, ruba oggetti di valore e viene condannata ad un periodo di reclusione a Rebibbia; un atto di sfida, ricercato e mai rivalutato che la conduce in carcere, dove le sembra di trascorrere il periodo più vero della sua vita, circondata da donne sature di esperienze, di sentimenti, di insegnamenti. Ed è sulle donne che spesso Goliarda si sofferma, da quelle come Virginia Woolf, che con il loro passo forte e deciso hanno saputo sfidare oltrepassare la linea di confine e farsi sentire dagli uomini, a quelle che invece sono la condanna della propria stessa stirpe con i moralismi e le lingue da serpi. Poi amici, innumerevoli amici, Goliarda sente di non esserne mai stanca, di volerne sempre di nuovi, affamata di vita come è, e benedice la gioventù, della quale coglie sofferenze e egoismi. C’è il viaggio in Europa, con un ritratto così vivido da poter quasi sentire l’odore dei canali di Copenhagen. E nomi di letterati, Moravia, Pasolini che, come lei, hanno contribuito al proprio tempo, rendendo gli anni Ottanta italiani un palco di produzione artistica notevole, della quale non rimane che essere nostalgici. E la morte, la morte come spettro, ma non come paura, perché in fondo la morte è di chi rimane, non di colui che la vive in prima persona.
E di Luana? Di Luana-lettrice che ne è stato? E’ presto detto. Conoscevo già Goliarda Sapienza, ne lessi L’arte della gioia ormai quattro o cinque anni fa, restandone affascinata e eroticamente ammaliata. E prendere possesso di questi Taccuini, scoprire chi è stata Modesta, la protagonista del romanzo appunto citato, per Goliarda, scoprire quanto sia stato doloroso il travaglio editoriale di questo imperdibile personaggio per questa madre letteraria così spesso rifiutata, è stato un colpo. Non un colpo che mi abbia indebolita, l’ho recepito, anzi, come quelle palle di cannone che poi rimangono sulle mura ad abbellirle nei secoli, come un orpello invidiabile. Mi sono sentita vicina a questa donna, naturalmente ammirata, e, inevitabilmente, invidiosa dell’incredibile capacità di raccontarsi e di raccontare, di analisi, di comprensione. Ho sentito dolorosamente vivo e mio il passaggio in cui Goliarda spiega cosa sia per lei Angelo che va via, quando il lavoro lo porta lontano da lei, e tutto diventa assenza, ma mai elemosina d’amore, è una donna, questa scrittrice, che sa affidarsi al proprio uomo, ma tiene forte la sua posizione, ama appassionatamente, ma non dimentica di amare anche se stessa. Pensieri e parole come proiettili a volte, e a volte come carezze, che mi hanno convinta che pensare e scrivere, e sopratutto, ricordare, siano azioni fondamentali, quasi etiche, quasi dei doveri per il rispetto degli altri, e anche di se stessi. Ho letto inquietudini che sono un po’ anche le mie, e trovato risposte che cercavo senza saperlo. Mi sono nutrita del focolare di Goliarda sapendo che di donne ce ne sono tante, ma di donne così ce ne sono veramente poche.
La grandezza di Goliarda Sapienza nella sua espressione pura. Questi estratti dei suoi taccuini lasciano il lettore deliziato e a tratti "colpevole". Mi è sembrato di frugare tra le sue cose e mi sono liberata di questa sensazione solo quando ho letto che autorizzava Pellegrino (e solo Pellegrino!) alla pubblicazione dei suoi diari privati. Intensa, femminista, antiretorica, un peccato averla persa, un peccato averla scoperta (tutti) solo dopo la sua morte. Consiglio questo libro a chi ha già letto "l'arte della Gioia".
Da quando ho letto L'Arte Della Gioia mi sono innamorata di Goliarda Sapienza senza sapere nulla di lei. Solo una persona geniale poteva aver partorito Modesta e questi taccuini hanno confermato questo amore. Il fatto che Modesta sia realmente una sorta di figlia e madre allo stesso tempo mi rende il libro ancora più prezioso. Ti voglio bene Goliarda
This entire review has been hidden because of spoilers.
Ho messo 15 giorni a leggerlo. Fino al 1989 si legge spedito, é lieve, é la Sapienza dell'arte della gioia (uno dei romanzi più particolare del 900 italiano). La parte finale è triste, depressa forse la consapevolezza dell'età, "l'être cerné de près par les enterrements" per dirla con Bassens. È ad ogni modo scritto in un italiano bello, chiaro e scorrevole. Pensare che sono solo appunti. Quattro stelle, non è avarizia.
Goliarda scrive anche i taccuini con tanta ricchezza letteraria che non vedo differenza tra le opere 'ufficiali' e questi quaderni. Lei ha una mente tormentata ma anche tanta voglia di vivere e tanta consapevolezza sociale. Vorrei che le cose lesbiche fossero più sviluppate però. Poi a volte se non conosci chi sono i suoi familiari è un po' difficile seguire però per fortuna ho avuto un corso che mi ha spiegato tutto ciò.