GENERALE
Il problema principale di libri come questo è che non parte da una situazione particolare per criticarla e poi proporre delle idee generali. Questo libro neppure fonda delle basi generali per esplorarne la potenza deduttiva.
Ecco che siamo davanti ad una critica astratta di idee altrettanto astratte. Per ciò il saggio si riduce a una specie di "accordo", "ammiccamento" triviale per cui "riconosciamo che c'è un problema" e inconsciamente ad un "e tu fai appello alle mie emozioni negative per appoggiarti ad affrontare il problema canalizzando quelle emozioni".
Per il resto è un inutile riassunto di idee dette e ridette.
Nel seguito troverete un numero, a cui segue una citazione dal saggio, poi il commento e poi un altro numero che sancisce l'inizio di una nuova citazione e così via.
Per pigrizia camuffata da ragi0ni spaziali e una certa sfiducia nelle potenzialità del saggio ho commentato solo alcune delle citazioni, ma si potrebbero criticare tutte.
Così per ironia creo un prodotto di critica astratta sulla critica particolare (ma di contenuto astratto) di questo signore.
CITAZIONI E COMMENTI
1.L'attività pratica quotidiana degli uomini delle tribù riproduce, o perpetua, una tribù. Questa riproduzione non è solo fisica, ma anche sociale. Attraverso le loro attività quotidiane, gli uomini delle tribù non riproducono semplicemente un gruppo di esseri umani; riproducono una tribù, cioè una particolare forma sociale all'interno della quale questo gruppo di esseri umani svolge attività specifiche in un modo specifico. Le attività specifiche degli uomini della tribù non sono il risultato di caratteristiche “naturali” degli uomini che le svolgono, come la produzione di miele è il risultato della “natura” di un'ape. La vita quotidiana messa in atto e perpetuata dall'uomo della tribù è una risposta sociale specifica a particolari condizioni materiali e storiche.
Che le attività specifiche non siano il risultato di caratteristiche ANCHE naturali è un'ipotesi irragionevole. Altrimenti cosa sarebbe naturale? Mangiare, dormire, sesso? Niente è naturale nelle più elementari e straordinarie scoperte: architettura, medicina etc. SE si intende per innaturale una manipolazione dell'ambiente a proprio favore. Ma in questo caso perché esecrare questa artificialità? Oppure per innaturale si può intendere "che non richiede uno sforzo volitivo" perché le api non possono scegliere di fare o no il ruolo che spetta loro nella comunità di api: dalla regina fino ai fuchi. Ma sarebbe questo dominio della socialità astratta un'utopia migliore, a fronte delle sicure difficoltà dell'artificio, ma anche delle innumerevoli migliorie che esso apporta? Per non parlare poi dell'artificio delle maniere sociali, che sono sì lo strumento di manipolazione dell'educazione, però sono anche la possibilità di dare una forma mentis civile diversa dalla paura. Infatti, il consenso deriva dalla paura o dall'educazione. Se non deriva dall'educazione, che mette a rischio di manipolazione la mente, allora fonderemmo una migliore società sulla paura? Del resto il significato originario di Politica (Politeia) significava proprio mettere le persone nel posto più adatto a seconda del talento. Però questo talento o è innato o non lo è. Se non lo è c'è bisogno dell'artificio, almeno un po', per coltivarlo, e di sicuro della manipolazione dell'ambiente, e quindi, della competizione (che deriva naturalmente dalla finitezza e usi alternativi della materia). Se il talento è innato, allora ci può essere un talento naturale a scapito degli altri concorrenti, per esempio essere molto più intelligenti o molto più forti. Anche qui ci vuole un artificio per canalizzare questi talenti ad un uso non egoistico o non tribalistico (aiuto solo quelli della mia tribù con i miei talenti, stile arianesimo rivisitato). Perelman parte, come tutti i primitivisti, dall'assunto che "la natura è migliore dell'artificio", poi articolato in vari modi. Il problema è che nello sviluppo della storia questo assunto è evidentemente falso in ogni interpretazione, perché la natura è indifferente all'esistenza di "condizioni specifiche" o "specifiche attività" in senso esistenziale, mentre invece ogni esistenza tende a fare il proprio interesse personale, modulato da una componente gregaria con tendenze selettive. Oppure Perelman ritiene che "risposta sociale" implichi una totale assenza di questo comportamento egoistico individuale? In questo caso, l'ape non ce l'ha, ma si può benissimo dire che l'ape è "schiava" della sua società. Che nella natura ci sia meno coercizione è un mito.
2. Attraverso le loro attività quotidiane, gli uomini “moderni”, come gli uomini delle tribù e gli schiavi, riproducono gli abitanti, le relazioni sociali e le idee della loro società.
Idea buona, ma sembra annetterci un significato catastrofico che non c'è. Sembra che riprodurre sia entrare per forza in una specie di ciclo sisifico di sofferenza e oppressione, ciò che è falso. Un termine più corretto semanticamente, che risale alla caverna platonica, sarebbe "copiare". E non solo. Bisognerebbe dire che queste copie sono fatte in modo indiscriminato e a sfavore di un percorso che ci porterebbe agli originali, che dovrebbero, con una nuova ipotesi, essere migliori.
3. A differenza delle forme precedenti di attività sociale, la vita quotidiana nella società capitalista trasforma sistematicamente le condizioni materiali a cui il capitalismo ha risposto originariamente.
Questo è falso. Tutte le attività sociali hanno cambiato le condizioni a cui hanno risposto originariamente. L'agricoltura ha portato la sedentarietà per rispondere ad un'esigenza di regolarità nel cibo, ma insieme ci sono state delle conseguenze ambientali e faunistiche che non si può dire fossero sotto controllo dei primi agricoltori, e di certo non erano legate all'esigenza della fame.
4. Il concetto di “ritardo culturale” non spiega la continuità di una forma sociale dopo la scomparsa delle condizioni iniziali a cui rispondeva. Questo concetto è solo un nome per la continuità della forma sociale. Quando il concetto di “ritardo culturale” si presenta come un nome per una “forza sociale” che determina l'attività umana, è un'offuscamento che presenta il risultato delle attività delle persone come una forza esterna al di fuori del loro controllo. Questo non vale solo per un concetto come quello di “ritardo culturale”. Molti dei termini usati da Marx per descrivere le attività delle persone sono stati elevati al rango di forze esterne e persino “naturali” che determinano l'attività delle persone; così concetti come “lotta di classe”, “rapporti di produzione” e in particolare “la dialettica” giocano nelle teorie di alcuni “marxisti” lo stesso ruolo che “il peccato originale”, “il fato” e “la mano del destino” giocavano nelle teorie dei mistificatori medievali.
Che le persone trasformino in dogmi certe risposte efficaci è un modo per perpetuare una specie di lavoro di rappresentazione di idee (come l'autore del saggio). Questo però non significa che TUTTE le persone sappiano come cambiare le cose (verso dove? Ancora l'autore non ce lo dice), e che quindi si aspettino di esserci portate d qualcuno che lo sa (ed ecco riemergere questa ambigua figura sempiterna.. L'eroe, ma dittatore, ma capo della rivoluzione, ma santo etc etc.. Un idolo per chi nella vita non ha delle risposte, VUOLE obbedire ed essere tranquillo.. Oppure vuole obbedire E non essere tranquillo.. Esercitare un'influenza e cose legate, in sostanza, a qualcosa che fino dai tempi antichi va sotto il nome di vanità o brama di potere, gloria et similia. I rivoluzionari obbedirono ad un capo in ogni tempo. Non importa dire che si capiva l'esigenza di rivoluzionare in maniera distributiva (posto che questo è anche irragionevole, sia perché c'è una componente emotiva nel seguire un capo sia perché allora ci sarà sempre almeno un'istanza che giustifichi un qualche ribaltamento)). Anche questo saggio si potrebbe interpretare in maniera capziosa. Signore intelligente abbastanza da criticare il sistema di distribuzione di potere, ma non abbastanza da proporre alternative assolutamente positive (p.e. la lampadina) , capisce che serve avere una posizione di potere. Per farlo non basta da solo. Allora aizza delle persone per creare gruppo e riorientare il potere. Magari nella vita c'è qualcuno a cui basta una vita tranquilla, di abitudine, e non vuole partecipare a grandiosi progetti da "colpo di pistola". Magari qualcuno coltiva un mondo interiore di fantasia e per questo gli bastano delle condizioni sufficienti. "Si ma tutti i poveri e gli oppressi?" Certo bisogna avere una tremenda smania onnipotente per pensare di risolvere quei problemi da cima a fondo, ma ancora di più a fare leva sul senso di colpa delle persone che per mera fortuna (e impiego di forze degli antenati più o meno prossimi) e per loro decisioni sono nati e rimasti in un sistema magari difettoso, ma sufficientemente pacifico e tranquillo per- forse- un avanzamento più lento. Proprio questa assenza di lentezza consapevole, indugio riflessivo e amore particolare, cura autolimitata e misurata hanno portato a eventi catastrofici. Avidità smisurata e astratta, odio, risentimento, rabbia, o magari un carattere destinale. Insistere con la stessa astrattezza, rabbia, fretta però in senso contrario in nome dell'informazione ha alimentato ancora una volta un ambiente teso, dossieristico, vaneggiante e perlopiù con derive fanatiche (anche quelle sono risposte, ma di queste risposte estreme e sbagliate per la loro violenza condannabile senza appelli qua non si fa cenno. Si parla solo di "cogenti e inevitabili risposte". Quali? Alla rivoluzione e si vedrà.
5. Nello svolgimento delle loro attività quotidiane, i membri della società capitalista attuano contemporaneamente due processi: riproducono la forma delle loro attività ed eliminano le condizioni materiali a cui questa forma di attività rispondeva inizialmente. Ma non sanno di compiere questi processi; le loro stesse attività non sono trasparenti per loro. Si illudono che le loro attività siano risposte a condizioni naturali che sfuggono al loro controllo e non si rendono conto di essere essi stessi autori di tali condizioni. Il compito dell'ideologia capitalista è quello di mantenere il velo che impedisce alle persone di vedere che le proprie attività riproducono la forma della loro vita quotidiana; il compito della teoria critica è quello di svelare le attività della vita quotidiana, di renderle trasparenti, di rendere visibile la riproduzione della forma sociale dell'attività capitalista all'interno delle attività quotidiane delle persone.
Eccoci con il motto illuminista per cui se educhi le persone, queste magicamente saranno buone o migliori o [inserire termine più emotivamente affine al momento]. Certo poi le stesse persone non pretendono che un malato terminale smetta di piangere se gli spiega che piangere non lo curerà. Piange perché soffre, si dirà. Davvero si ammette che si fanno delle cose naturalmente che razionalmente non hanno un'efficienza massima e diretta rispetto alle priorità valutate in modo razionale? Allo stesso modo non è che le cose non sono trasparenti: per alcuni lo sono, e non gli importa.. FINO A CHE DIVENTANO la cosa stessa. (per poi pretendere all'occasione di essere stati truffati. Questo è un po' opportunismo). Alcuni idee migliori NON le hanno e seguono quelle che sembrano funzionare. C'è della prepotenza, prevaricazione, esclusione? Ebbene, questa è la natura, e il capitalismo non c'entra affatto come l'improvviso diavolo che è emerso dagli abissi dell'avidità umana. Per paradosso Perelman dice poco prima delle idee che diventano dogmi, ma poi dice qui che il critico deve "svelare nel quotidiano ciò che non è trasparente", come se fosse un prete di una nuova religione che millanta rapporti con un qualcosa di invisibile all' "uomo comune". Ma per favore. È così difficile accettare che esistono persone più intelligenti di altre, e che qualcuna è abbastanza intelligente da capire alcuni trucchi ma non ha alcun potere di convincere chi li subisce a smantellarli, eccetto che facendo appello all'egoismo o ad ulteriore manipolazione (o implicita sul proprio senso di vanità o esplicita di essere la guida)? Anzi, altre volte la persona è abbastanza intelligente da scoprire difetti, ma non abbastanza da correggerli o proporre alternative. Ognuno è chiuso nella propria autoammirazione di risolvere l'enigma mondo (o l'enigma società) e non capisce che soluzioni "perfette" non ce ne sono. Poi se lo dimentica mentre critica ovviamente. Come io che critico la critica per esempio.
6. Sotto il capitalismo, la vita quotidiana consiste in attività correlate che riproducono ed espandono la forma capitalistica dell'attività sociale. La vendita di tempo-lavoro per un prezzo (un salario), l'incarnazione del tempo-lavoro in merci (beni vendibili, sia materiali che immateriali), il consumo di merci materiali e immateriali (come i beni di consumo e gli occhiali) - queste attività che caratterizzano la vita quotidiana sotto il capitalismo non sono manifestazioni della “natura umana”, né sono imposte agli uomini da forze al di fuori del loro controllo.
E QUINDI? Troviamo il pozzo della generosità, dove basta chiedere e ci viene dato tutto? Sembra che Perelman veda un mondo dove il talento è semplicemente aiutato, ma non generato dalle stesse condizioni di avversità (cosa che invece sembra molto più ragionevole). Perché il discorso è: nessuno è così schiavo come chi crede di essere libero senza esserlo. Bene, e dopo avere "influenzato con il proprio controllo il capitalismo"? Ci sarà la "vera" natura umana benevola e migliore? Perlman, ho un altro detto per te: nessuno è così poco libero come chi si crede schiavo senza esserlo.
7. Se si ritiene che l'uomo sia “per natura” un tribale privo di inventiva e un uomo d'affari inventivo, uno schiavo sottomesso e un artigiano orgoglioso, un cacciatore indipendente e un lavoratore salariato dipendente, allora o la “natura” dell'uomo è un concetto vuoto, oppure la “natura” dell'uomo dipende dalle condizioni materiali e storiche, ed è di fatto una risposta a tali condizioni.
Si può creare opposizioni speciose di ogni genere per continuare a fare sempre questo genere di sermoni carnevaleschi da "ribalta tutto", "elimina ogni autorità", "libera dall'oppressione". Sembra che molte persone facciano scelte sbagliate, e poi abbiano una frustrazione, una forza da esprimere "contro" che è indipendente dall'origine di questo sentimento e forza. Quindi l'idea si riduce a: c'è qualcosa di sbagliato, cancelliamolo e ricominciamo. A meno che.. Qualcun altro ha un'idea per cui tutti noi saremmo felici, qualunque decisione prendiamo e senza assolutamente incontrare ostacoli che si ripetono di continuo nella vita? Perché ovviamente gli ostacoli si ripetono perché non abbiamo la soluzione "matematica" della società, e non perché, per esempio, il nostro trovare un significato ne dipende, come esperienza di superamento, e quindi questo stesso modo di trovare l'esistenza significativa riproduce ostacoli o indulge in una vita apparentemente comoda per poi ribellarsi perché "la società è ingiusta." Con un'altra società avresti fatto meglio? Oppure avresti potuto "lavorare secondo la tua creatività senza vendere il tuo spirito"?
EPILOGO
Sarà la brevità, o qualunque altra scusa: questo libro è un pasticcio di idee epigone, errori, mezze verità. Nel suo spirito, almeno, mi sarà consentita questa (altrettanto inutile forse) critica della critica.
Ecco per l'occasione una conclusione allegra con una canzone signori miei:
È uno di quei tempi che ti prende la ribelleria
Che fino a che c'è il capitale non se andrà
Dio è una frottola lo sai,
Mi lamento e penso tra di me:
"Provo la rivoluzione, chi lo sa"
E non c'è niente di più vispo in giornate come queste
Che progettare la felicità
Sapendo già che è inutile ripetere: "Chissà
Domani è un altro giorno, si vedrà"
È uno di quei giorni in cui rivedo tutta la vita dell'umanità
Bilancio che non ho quadrato mai
Posso dire che ogni cosa non è fatta a modo mio
Se lo fosse come sarebbe lo saprei
(Perfetto forse no, ma migliore lo direi)
E non mi son servite a niente esperienze e delusioni
E se ho promesso, non lo faccio più
Ho sempre detto in ultimo: "Ho perso ancora, ma
Domani è un altro giorno, si vedrà"
È uno di quei giorni che tu non hai conosciuto mai
Beato te, sì, beato te
Io di tutta un'esistenza spesa a fare, a fare, a fare
Non ho salvato niente, neanche te
Ma nonostante tutto, io non rinuncio a ledere
a quel marcio sistema che c'è qui
E come tanto tempo fa ripeto: "Chi lo sa?
Domani è un altro giorno, si vedrà"
E oggi non m'importa se la ragione è morta
Continuerò a strillare "Verità!!":
E come tanto tempo fa ripeto: "Chi lo sa?
Domani è un altro giorno, si vedrà
Domani è un altro giorno, si vedrà"