«Ora potrei facilmente incontrare la morte, ma finché posso vivere, non le andrò incontro; anche se un giorno, costretto, affronterò la morte (e la affronterò), non ha importanza, l'importante è se la mia vita o la mia morte abbiano avuto qualche infuenza sull'esistenza degli altri».
Iran, qualche anno prima della Rivoluzione Islamica, il piccolo Alì si prepara a festeggiare il Noruz, il capodanno persiano con la sua famiglia: maman, baba e i due fratelli. La storia procede capitolo per capitolo verso le vicende che hanno segnato il Paese, attraverso la storia della famiglia, raccontata dagli occhi di Alì che nel frattempo diventa un adolescente.
Hamid Ziaradi, con un linguaggio ricco di immagini (l'autore scrive in italiano nonostante non sia la sua lingua madre), ma allo stesso tempo fresco e scorrevole, ripercorre il passaggio dalla monarchia laica dello Shah alla dittatura della Repubblica Islamica di Khomeini. Racconta attraverso la famiglia di Alì la delusione delle aspettative mancate di un popolo, gli sforzi inutili di gente che cercava la libertà e che ha ottenuto invece soltanto una seconda tirannia celata da promesse di una democrazia che non è mai arrivata. Una Rivoluzione che ha fatto tanti morti innocenti, chiamandoli martiri per redimere le coscienze, morti inutili che non hanno avuto alcuna influenza sul destino del Paese. La tradizione religiosa ripristinata e le restrizioni nei costumi, l'embargo del Paese a causa delle cattive relazioni con gli Stati Uniti, la fame, la mancanza di benessere e di una vita dignitosa e poi lo sradicamento e l'esilio: la fuga dei giovani verso luoghi più sicuri, più liberi che potevano permettere un futuro dignitoso, cosa che l'Iran di Khomeini non offriva più. Tutto questo e molto di più è Salam, mamman.
Un bellissimo romanzo che coinvolge e racconta la storia antica e attuale, le identità, le tradizioni, i sogni e le speranze di un popolo martoriato ieri e oggi.
Un passo che mi ha colpito molto è questo:
«Ho allungato finalmente la testa fuori dal canale di scolo e ho guardato rasoterra lo spettacolo che si presentava nella piazza. Una cappa di fumo fatta di lacrimogeni e di polvere da sparo ricopriva il cielo. La rigogliosa piazza Djaleh, che pochi minuti prima era gremita di gente viva che sfidava il potere a colpi di slogan, era ricoperta di sangue e di cadaveri [...]. Corpi esanimi, braccia, gambe, interiora disseminate e teste spappolate ricoprivano tutto l'asfalto ardente della piazza in quel venerdì nero di fine estate».