La storia di tre donne dopo la riconquista del potere dei talebani in Afghanistan. Layla, Faruz e Farida, sono una giovane sposa, un'ex poliziotta e un'ex insegnante travolte dalle nuove regole del regime e immerse in una violenza senza precedenti da quando l'Occidente ha voltato le spalle alle donne afghane. Per 20 anni si erano rimboccate le maniche per costruire una società civile, ora uccisa, evacuata o nascosta. Le tre arrancano per sopravvivere un giorno dopo l'altro immerse nella disperazione di un genere che gli estremisti stanno cercando di cancellare. Hanno capito che ci sono solo due soccombere o reagire.
Storie vere. Si sente in ogni riga, si sente anche nella limatura del testo che non è stata fatta, nell'accavallarsi delle parole che non hanno avuto tempo e modo di sedimentare. Non importa. Il messaggio arriva e colpisce a sangue. Leggete questo libro e meditate ogni singola riga, ogni singola lacrima, ogni singolo grido. Davvero vogliamo un mondo così?
Gli darei 5 per le storie - realistiche, pungenti e forti - e il modo in cui finiscono con l'intrecciarsi tra loro ma 2 per la scrittura: piena di errori di sintassi, di punteggiatura e di refusi, ancor più fastidiosi considerando che l'autrice è una giornalista. Dopo un round di editing professionale (il testo è di fatto auto-pubblicato), sarebbe un libro con moltissimo potenziale.
“Erano appunto solo un buco dove qualcosa entrava e qualcosa usciva, un buco che determinava l’onore della famiglia e quello di loro stesse, qualsiasi cosa gli fosse intorno, quel corpo, quel cervello, desideri, sogni ed emozioni, era del tutto irrilevante”