Pubblicato dapprima a puntate sulla rivista “Le Bien public” e poi in volume unico nella primavera del 1878 dall'editore Charpentier, Una pagina d'amore è l'ottavo romanzo del ciclo di venti volumi dedicati alla famiglia Rougon-Macquart; si pone perciò a circa metà del grande progetto di Zola.
La storia è ambientata nel 1853 e si svolge nell'arco di un anno. La protagonista Hélène Mouret vedova Grandjean, è una giovane donna dalla bellezza giunonica, della buona borghesia francese e vedova da circa un anno e mezzo, che si è da poco trasferita in un appartamento di Passy (allora comune a sé stante e ora quartiere di Parigi) con la figlioletta Jeanne, una bambina di undici anni. Hélène è una donna buona, seria, che conduce una vita isolata, austera e ritirata; non esce mai, non riceve ospiti, tranne un abate amico di famiglia e suo fratello; si dedica unicamente a visite di conforto e carità presso poveri, anziani e malati; e naturalmente la sua vita è dedicata unicamente ed esclusivamente alle cure di sua figlia Jeanne, una bambina perennemente malata e soggetta a crisi febbrili e nervose. Durante una di queste crisi febbrili, Hélène disperata corre fuori di casa in cerca di un dottore e chiede aiuto ad un vicino di casa, Henri Deberle, un giovane medico affabile, piacente e dai modi gentili. Tra i due nasce quasi subito un'intesa, un'attrazione che col passare del tempo non accenna a diminuire nonostante i due siano entrambi “impegnati”, con conseguenze nefaste per tutti, come accade spesso nei libri di Zola.
Chi si affaccia a leggere questo romanzo sono per lo più i lettori che hanno deciso di affrontare tutto il ciclo Rouge-Macquart; quest'opera, infatti, è stata ingiustamente trascurata, messa un po' nel dimenticatoio dal successo e dal clamore suscitato dagli altri romanzi del ciclo.
In Una pagina d'amore troviamo un Zola diverso rispetto agli altri suoi libri appartenenti al ciclo, un Zola meno sociale e politico ma più introspettivo e intimo. Sembra proprio che con questo romanzo lo scrittore francese abbia volutamente porre un intermezzo sentimentale, “commovente” e delicato all'interno del suo grandioso progetto, in netto contrasto con gli altri romanzi che precedono o seguono questo libro. Il progetto di Zola, per questo romanzo, era quello di raccontare una storia di passione che non avrà esito positivo; il “ritratto” di un colpo di fulmine che nasce, improvviso e imprevisto che, così com'è nato, svanisce presto senza quasi lasciare traccia.
Al contrario di molti romanzi del ciclo, l'ambiente in cui si svolge questo “dramma sentimentale” è la piccola borghesia francese, nello specifico quella parigina, criticata dallo scrittore francese per i suoi privilegi e le sue ipocrisie, per i suoi intrighi e relazioni che si svolgono dietro una falsa facciata di rispettabilità; borghesia incarnata benissimo dal personaggio di Juliette Deberle, una donna mondana, annoiata, frivola e leggera.
Anche in questo romanzo Zola si rivela un fine conoscitore dell'animo umano; delinea molto bene i personaggi, che sono molti e descritti con la sua solita maestria e rappresentano bene una società dove niente è come sembra. I tre principali attorno ai quali ruotano tutti gli altri, sono Hélène, Jeanne e il dottor Deberle, ma sono soprattutto le due protagoniste, madre e figlia, oggetto di una fine analisi psicologica; mentre il dottore rimane sullo sfondo.
La vera erede delle tare familiari di questo romanzo è Jeanne; ha ereditato la malattia nervosa della bisnonna Adélaïde e la debolezza fisica della nonna Ursule Macquart.
Jeanne è una bambina perennemente malata, testarda, ostinata, lunatica, capricciosa e dispettosa; è molto gelosa del suo rapporto con la madre, non vuole che nessuno si intrometta tra di loro; ha una sorta di adorazione tirannica verso di lei, un atteggiamento possessivo nei suoi confronti e non la vuole condividere con nessuno, nemmeno con gli amici di famiglia. Durante le sue innumerevoli crisi di follia e allucinatorie mi è sembrata la bambina de “L'esorcista”.
La sua caratterizzazione è uno dei punti di forza del romanzo e uno dei punti più alti della narrazione; una rappresentazione caricaturale, disturbante e snervante, intenzionalmente sopra le righe che alla fine sfinisce anche il lettore che vorrebbe darle un bel paio di schiaffi.
Il rapporto tra madre e figlia è un rapporto morboso, malato, ossessivo, e questo attaccamento impedisce alla madre di vivere.
Hélène, ci appare all'inizio come una donna ormai rassegnata alla sua vedovanza, che ha sempre vissuto una vita solitaria, senza scossoni e priva di passione, ma grazie all'incontro con il medico a poco a poco rifiorisce alla vita. Vorrebbe amare l'uomo, lasciarsi andare alla passione che sente, ma non ci riesce; cerca in ogni modo di resistere all'amore che ormai prova per il dottore, un amore passionale, totalizzante, che la coinvolge anima e corpo; Hélène è perennemente divisa a metà tra il voler vivere il suo amore per l'uomo e l'amore e l'attenzione totalizzante ed esclusiva della figlia. L'unica volta che la donna si lascia andare, che “deraglia” dalla sua vita equilibrata, la paga carissima. Così, ancora una volta, Hélène sacrifica se stessa, rinuncia ad una promessa di felicità, mette da parte la passione e ritorna alla sua vita anonima piena di sensi di colpa, amareggiata dalla vita e consapevole di una responsabilità immane.
Zola è molto bravo a far emergere lo spirito di sacrificio di questa donna, a coinvolgere il lettore nella lotta compiuta dalla donna continuamente divisa tra amore passionale e amore materno.
Testimone muta ma onnipresente per tutto il libro è la città di Parigi, osservata da Hélène dalla finestra della sua stanza da letto nel suo appartamento al terzo piano. Sono cinque diverse vedute di Parigi, cinque come le parti in cui è suddiviso il romanzo; la città è delineata in maniera impeccabile e raffinata da Zola, con tratti da pittore impressionista. Parigi descritta con i suoi colori, odori, suoni e profumi ad ogni ora del giorno (alle luci dell'alba o a quelle del tramonto), con ogni tempo atmosferico (avvolta dalla nebbia, sferzata dalla pioggia battente o inondata dalla luce del sole) e ad ogni cambiamento di stagione. Vi è una similitudine, un legame a filo doppio tra la città e lo stato d'animo della protagonista che Zola delinea magnificamente: all'inizio sembrano entrambe inaccessibili e ignote, tutte e due avvolte dalla nebbia; quando poi la nebbia inizia piano piano a diradarsi la città si rianima e così accade ad Hélène quando, in un certo senso, torna a vivere e in lei fiorisce l'amore e la bellezza.
Una pagina d'amore è un romanzo piacevole da leggere, scorrevole come ogni romanzo di Zola, dalla trama solo all'apparenza semplice ma che nasconde molti significati, quasi priva di azione ma dalla grande sottigliezza psicologica, che permette al lettore di immergersi totalmente nella vicenda narrata.
È un libro capace di suscitare pensieri, sentimenti e sensazioni, che ho lasciato sedimentare per alcuni giorni prima di scrivere qualcosa. Nonostante questo libro sia all'apparenza semplice, che sembra raccontare una storia scontata, riesce a suscitare – ripensandoci a fine lettura – vari pensieri e sensazioni sul ruolo della donna in generale in società e sul suo spirito di sacrificio che essa compie nella vita.
Un romanzo che può apparire un romanzo rosa, una sorta di feuilleton e che l'autore stesso ha definito “un libro un po' ingenuo”, ma invece è un romanzo che compie un atto d'accusa (forse più velata rispetto agli sferzanti standard di Zola) contro il moralismo ipocrita della borghesia, che condanna in maniera intransigente la passione, annullando così la vitalità della donna e la sua aspirazione a raggiungere una realizzazione sentimentale e affettiva. Hélène è una vittima di questo comportamento della società; viene punita in quanto donna (come accade a Renèe ne “La preda”) e alla fine espia la sua colpa ma l'unica “colpa” che ha commesso è stata quella di innamorarsi per la prima e probabilmente unica volta nella vita.
In luce di ciò il titolo del romanzo ben si adatta alla vita della protagonista: la sua storia d'amore ha rappresentato una pagina di colore e passione nel libro monotono e grigio della sua esistenza.
La città era là, con qualsiasi tempo, e partecipava ai suoi dolori e alle sue speranze, come un amico che si intromettesse. […] Parigi viveva della sua vita. Ma non l'amava mai maggiormente che al crepuscolo, quando alla fine della giornata, concedeva un quarto d'ora di pace, di oblio e di fantasticheria, in attesa che fossero accesi i lampioni.