Un capolavoro. Tutto il resto che potrei dire mi pare non sia all’altezza di spiegare cosa regala questo libro. Chissà, poi, perché non l’avevo ancora letto.
Bassani per quasi vent’anni corregge e rivede le versioni del testo: il risultato è un’opera raffinatissima, curata in ogni parte, in cui tutto, parole, immagini, vicende sembrano collocate al posto giusto, senza che sia rimasto nulla di ridondante o di superficiale. Tutti i vari piani del testo sanno fondersi, confondersi, trapassare l’uno nell’altro. Al centro della storia la vicenda di un gruppo di ventenni dell’alta borghesia ebrea che a Ferrara, nel 1938, cercano ostinatamente di vivere la spensieratezza della loro gioventù improvvisamente segnata dalla violenzìta discriminazione delle leggi razziali. Il cuore della vicenda è incarnato dal protagonista, di cui non si sa il nome, e dalla ragazza di cui si innamora, Micol Finzi Contini: Bassani sa disegnare due personaggi indimenticabili, raccontandone le sfumature psicologiche, le contraddizioni, le fragilità, costruendo personaggi a tutto tondo. Micol, poi, bella, brillante, colta, piena di vita, civetta, bugiarda è una delle figure femminili più riuscite di tutta la letteratura italiana. Intorno, ma senza mai essere solo contorno funzionale, amici e parenti. Indimenticabili anche Alberto Finzi Contini e Malnate. E straordinari i dialoghi, uno dei punti di forza dell’opera, soprattutto fra il protagonista e Micol; bellissimo anche lo scambio fra padre e figlio sulle delusioni d’amore. Bassani sa far convivere, in modo magistrale, la vividezza dei fatti, l’impatto forte dell’innamoramento, della delusione, della frustrazione, del corteggiamento, del tradimento, dell’umiliazione del razzismo antisemita con il costante presagio della fine, dell’imminente scivolare di tutta quella vita, piena di giovani speranze e di dolori pulsanti, verso il silenzio della fine, verso il baratro della guerra e dei campi di sterminio. Già nell’incipit, magistrale, bellissimo, lo scrittore descrive la tomba monumentale dei Finzi Contini nel cimitero ebraico di Ferrara: è vuota, anche se sono tutti morti. Ci anticipa l’epilogo tragico e crea un’atmosfera che avvolge il lettore: c’è un sentimento di distanza da quelle morti inghiottite dalla Storia, ma al contempo anche di partecipazione viva e pulsante nel rievocare la vicenda. La Storia non rimane sullo sfondo, ma sa intrecciarsi in modo significativo con la storia dei personaggi. E infine, non ultima, c’è Ferrara: viva, bellissima, amata, descritta nelle sue piazze, nelle strade, nelle mura, nelle biciclette che la attraversano, nel grandioso giardino privato, al centro della città, rigoglioso e spettacolare, che fu dei Finzi Contini (e che esistette davvero, proprietà di una ricca famiglia che scomparve nei campi di sterminio nazisti).