Il tentativo di esporre la filosofia utilizzando una narrazione storica, come avviene nel nostro paese – una narrazione che includa il maggior numero possibile di filosofi della tradizione occidentale –, è fallimentare e non rende giustizia alla filosofia come disciplina autonoma. Per animare un'esposizione noiosa, una litania di frasi fatte e affermazioni astruse, i manuali più recenti abbondano di riferimenti al cinema, alla letteratura e all'attualità, che spesso risultano posticci e che, insieme a una miriade di schemi riassuntivi e diagrammi, confondono il lettore. Per sostenere il suo j'accuse, Mugnai esamina alcuni manuali in uso, oltre che in Italia, nel Regno Unito, in Germania e in Francia, e mostra come il nostro paese sia il solo a non adottare un approccio sistematico alla disciplina. L'idea forte del libro è che, oggi, sia più formativo affrontare lo studio di questioni di etica, di teoria della conoscenza o di filosofia della scienza, anziché concentrare l'attenzione su una successione di posizioni filosofiche che richiedono un notevole sforzo di contestualizzazione per essere comprese o che hanno poca aderenza con la situazione attuale.
Libro prestatomi dal prof di storia&filosofia per aiutarmi ad entrare nella forma mentis degli esaminatori alla Scuola Galileiana quando gli ho comunicato che volevo sostenere l'esame di ammissione. Mi aveva detto di leggere sono l'introduzione, ma mi ha preso come lettura e quindi in quattro giorni ho finito tutto il saggio. Mi dispiace solo di non essere riuscita a restituirglielo oggi, all'ultimo giorno di quinta liceo. Ma vabbè lo vedrò anche agli esami :) Mi ha interessato e stimolato assai, senza contare che mi ha riportato al linguaggio filosofico e alla curiosità per la disciplina.
Premessa: al netto del contenuto, non ho per nulla apprezzato il tono. Soprattutto all’inizio, quando vengono un po’ sbertucciati i candidati di fronte all’esame per l’ingresso alla Normale. Ciò che non viene sufficientemente sottolineato è che gli studenti sono le vittime dei sistemi. Prendendo in prestito le parole di un filosofo d’epoca, gli studenti non sorgono come funghi, ma in contesti e habitat costruiti da altri e che questi forma. Adesso, ammetto di non conoscere la storia dell’autore, ma leggo trattarsi di un emerito della Normale, con decennale esperienza di ordinario: insomma, non l’ultimo arrivato. Criticare e screditare un sistema dopo che lo si ha abitato e animato per decenni non può che farlo apparire come l’ennesima barba che pontifica su come gli studenti d’oggi non siano all’altezza, e che il sistema non funziona più. Va detto chiaro: il sistema della pubblica educazione superiore e universitaria italiana ha rovinato e determinato la scadenza culturale di generazioni di studenti, la colpa è sua e di chi lo ha istruito. Gli studenti sono vittime, non colpevoli. Questa solita litania è molto irritante: si consideri la parte in cui si discute la lettura. Gli studenti d’oggi non leggono più, a differenza degli studenti degli anni ’70. Anche qui l’autore non esplicita l’inferenza da fare: ammesso che sia vero, il sistema oggi non funziona più, non riesce a porre in una condizione di equa concorrenza la cultura (Mugnai parla di libri, ma che dire di teatro, musica, cinema, musei, etc.) e i nuovi media, oltre che il trash televisivo e non solo. Comunque, per passare alle tesi: su alcuni punti sono d’accordo, come l’enfasi sui classici e la lettura dei grandi, l’attenzione ai concetti e alle domande a cui tentano di rispondere, abbandonare manuali e luoghi comuni, etc. Unica cosa che penso, ma che avrei difficoltà ad argomentare: sono convinto che disporre delle coordinate essenziali della storia del pensiero possa servire. Mi spiego meglio: dopo millenni di meditazioni filosofiche, sapere che alcuni autori, circoli o ambienti hanno provato a proporre alcune risposte, che dimostravano questi vantaggi e queste altre debolezze, può servire a chi vuole affrontare seriamente le questioni. Certo uno può provare a descrivere cosa per lui o lei è lo stato giusto, ma che senso ha farlo senza conoscere le grandi risposte date da Platone, Hobbes, Rawls, etc.? Davvero si pensa che a 16 anni si possa dare una risposta originale o migliore? Come si può avere autonomia di pensiero senza conoscere da cosa si deve tentare di essere autonomi?
Al di là di alcuni difetti è un libro necessario. (anche se mi stupisce perché ancora debba essere necessario tanto dovrebbe essere lampante da tempo la tesi che sostiene). Preziosa soprattutto la pars costruens (molto concreta) e il confronto con altre realtà europee
Massimo Mugnai è stato per lungo tempo professore di filosofia e di storia della logica presso la Scuola Normale Superiore di Pisa; tra i suoi incarichi c’era anche la correzione dei compiti di ammissione degli aspiranti filosofi normalisti. Ne è nata l’esigenza di capire come funziona l’insegnamento della filosofia nelle scuole superiori, ma soprattutto di capire che cosa non funziona. Il libro può contare su a) il rigore argomentativo che ci si aspetta da un docente di storia della logica; b) dei riferimenti alle direttive scolastiche e ai manuali di filosofia per le scuole superiori. Questi ultimi, in particolare, sono messi a confronto con alcuni di quelli adottati all’estero. Ai manuali stranieri Mugnai non risparmia delle critiche, sebbene riconosca lo sforzo che gli autori compiono nel distinguere lo studio della filosofia dallo studio della storia della filosofia. Per l’autore, i manuali italiani sono invece più un compendio di difetti che di pregi: l’impostazione rigidamente cronologica e storicistica (per uno storicista, in parole povere, capire qualcosa significa capirne la storia); una ridda di autori trascurabili; inserti di brani filosofici brevi e sparpagliati; inviti al dibattito che forzano l’interpretazione dei pensatori. Non si tratta di difetti imputabili ai soli autori, che in certi casi anzi provano a dare alla trattazione un taglio originale. Si tratta, piuttosto, di un groviglio di ragioni, tra cui una tradizione ossificata, le aspettative degli insegnanti, i vincoli delle case editrici e ministeriali.
"Chiedere allo studente di affrontare un argomento sulla base di una preparazione inadeguata è educativo oppure abitua a discutere di qualsiasi cosa senza curarsi di documentarsi e dotarsi degli strumenti per formarsi un'opinione?"