Un pensiero che (credo) accomuna tutti i lettori è la tangibile sensazione che, molto probabilmente, non basta una vita intera per leggere tutti i libri che uno desidera; nonostante ciò stila una lista di libri da leggere in futuro che si allunga inevitabilmente a dismisura, tanto da fargli pensare che quest'ultima sia dotata di vita propria e che durante la notte si sia moltiplicata autonomamente.
Nella perenne e bramosa ricerca di qualcosa da leggere è sempre un enorme consolazione trovare e scoprire dei libri, di cui magari non si era mai sentito parlare, che si rivelano delle vere e proprie perle. Quest'ultimo mese mi è accaduto proprio questo: ho (finalmente!) scoperto e incontrato Galsworthy e la saga dei Forsyte.
The man of the property, questo è il titolo originale, fu pubblicato per la prima volta nel 1906; è il primo volume della cosiddetta saga dei Forsyte, due o tre trilogie che raccontano la società vittoriana e post – vittoriana attraverso le vicende di questa grande famiglia inglese in un arco di tempo che va dagli anni '80 dell'Ottocento a gli anni '20 del ventesimo secolo.
La famiglia Forsyte appartiene alla ricca borghesia inglese dell'epoca; i suoi componenti sono azionisti di grandi compagnie industriali, banchieri o avvocati che lavorano nella City londinese, degni rappresentanti delle famiglie appartenenti al suo stesso ceto sociale e alla sua epoca. I Forsyte sono una grande famiglia fortemente chiusa in se stessa ed eccessivamente legata all'istinto di proprietà, che non si limita solo ai possedimenti materiali ma anche alle persone e ai sentimenti. Una casata ricca e potente, conscia solo della propria forza e spietata con i deboli, i cui componenti sono legati tra di loro e ai loro beni, dove gli elementi estranei alla famiglia non sono ben accetti.
Il libro si apre in un giorno di giugno del 1886, a casa di Joylon Forsyte, il decano della famiglia, durante la festa di fidanzamento della nipote June con l'architetto Philip Bosinney. Tutta la famiglia – tra figli, nipoti, cugini, genitori, zii, mariti, mogli, e chi più ne più ne metta, legata da legami di parentela, ma divisa da invidie e reciproche diffidenze, se non da vero e proprio rancore – è riunita in questo fastoso ricevimento che sancisce il fidanzamento dei due giovani, naturalmente sotto lo sguardo attento e spietato dei membri della dinastia.
Philip, giovane architetto squattrinato ma dal futuro promettente, non è bene accetto dai parenti della fidanzata perché viene visto da tutta la famiglia come uno scansafatiche. Soames (Forsyte di seconda generazione), da acuto uomo d'affari qual è, vede del potenziale nel nuovo membro della famiglia e decide così di dare l'opportunità a Bosinney di progettare e costruire la sua casa di campagna. La realizzazione di questo progetto fa avvicinare Bosinney e Irene (la moglie di Soames e migliore amica di June); tra i due nasce la passione e divengono amanti, scatenando gli istinti più bassi di Soames. Quando la relazione clandestina viene alla luce qualcosa all'interno della famiglia Forsyte inizia a scricchiolare...
La saga dei Forsyte, tra romanzi, racconti e interludi, accompagnò per tutta la sua vita lo scrittore inglese; John Galsworthy ritornò più volte nel corso degli anni a scrivere le vicende della famiglia Forsyte, che gli permise di vincere il nobel per la letteratura nel 1932.
Era da svariati mesi che non leggevo un romanzo che mi appassionasse e trascinasse con grande trasporto al suo interno, come è successo con questo libro. Qualche volta avevo sentito parlare di questo scrittore, però, senza mai avvicinarmi realmente alla sua opera; finalmente ho fatto la sua conoscenza e sono rimasta veramente incantata e piacevolmente colpita dal suo stile.
Primo volume della prima trilogia, Il possidente, grazie ad una scrittura impareggiabile e ad un'ambientazione magistrale, è un dipinto, anzi un vero microcosmo dell'alta borghesia inglese; un'analisi lucida ed equilibrata di una famiglia che simboleggia tutte le altre, che Galsworthy compie in maniera molto avvincente.
Principale oggetto della critica dell'autore è l'atteggiamento concreto e utilitaristico della borghesia tardo vittoriana ed edoardiana, capace di dare un valore alle persone e alle cose solo in base al prezzo con cui si possono comprare. Da questo libro ne esce il ritratto di una classe sociale che fonda tutto sulla proprietà (non solo delle cose o del denaro, ma anche delle persone, delle loro anime e dei loro sogni), sul bisogno di accumulare ma anche sulla necessità di salvare le apparenze costi quel che costi; ed è proprio in questo periodo storico e da questa classe sociale che è nato il mondo liberale e il capitalismo odierno.
Lo stile narrativo è davvero particolare: inizia in terza persona, per poi passare impalpabilmente alla narrazione interna, da uno all'altro dei molti Forsyte, osservando gli eventi secondo il loro personale punto di vista, grazie alla descrizione dei loro pensieri ed emozioni.
Galsworthy si rivela essere proprio una grande penna; compie un grande studio della natura umana e della tarda età vittoriana analizzando, con ironia e affetto ma allo stesso tempo con uno sguardo critico, la borghesia emergente e i suoi valori. È un osservatore acuto e ironico della società, è capace di cogliere le ambiguità dei gesti, mette a nudo i vizi, le ipocrisie, l'arroganza della società dell'epoca (e non solo) che sotto la facciata di perbenismo nasconde la propria aridità e superficialità.
Come dicevo la famiglia Forsyte è una famiglia numerosa, che è riuscita a farsi strada partendo dal basso; un circolo chiuso, in qualche modo disturbato dagli estranei che ne entrano a farne parte senza però condividerne gli ideali, l'essenza, lo spirito che gli caratterizza.
La caratterizzazione dei personaggi appare sin da subito magistrale, vividissima e inimitabile soprattutto nella rappresentazione delle schermaglie, della frustrazione, delle invidie reciproche, dell'avidità e dello spregio di ogni stravaganza; basti pensare – ad esempio – che nei pranzi di famiglia non vengono mai preparati gli antipasti perché ritenuti futili e, invece, si servono direttamente (e senza indugio) le portate principali, ritenute più concrete.
Tutti i membri della famiglia vengono descritti in maniera minuziosa in svariate occasioni, aggiungendo ogni volta dei nuovi particolari che permettono al lettore di conoscergli sempre di più. I personaggi sono molti perché molteplici sono i caratteri da analizzare; vengono via via svelati prima con la sola descrizione fisica (che indica molto del loro carattere e delle loro inclinazioni) poi mettendoli a confronto tra di loro e rendendoli protagonisti delle vicende, fino a svelarne lentamente carattere, spessore e caratteristiche. Delineati in maniera perfetta e mai stereotipati, l'autore inglese ne tratteggia le personalità individuali; ognuno pare essere guidato dall'egoismo (caratteristica di famiglia) e dalla propria realizzazione personale, sia nel campo degli affari che in quello sentimentale. Ogni personaggio, sempre coerente e fedele a se stesso, possiede una caratteristica tipica dell'animo umano; c'è chi possiede la caparbietà, chi la tenacia, l'invidia, la rigidità, l'ironia, o la testardaggine, ecc. Galsworthy è bravo a rendere ogni figura un elemento di una tipologia ben precisa e allo stesso tempo mostrarle come persone sofferenti e vere dietro alla maschera di imperturbabilità che sono costretti a portare quotidianamente.
Le figure femminili non vengono analizzate molto approfonditamente; restano personaggi oscuri, imperscrutabili, distaccate, insomma un po' anonime nonostante tutti gli sforzi; questa raffigurazione può portare il lettore a riflettere su come le donne venivano considerate in quell'epoca: un abbellimento per il loro proprietario e un mero oggetto di vanto e invidia, nel caso fossero sposate; oppure considerate delle semplici pettegole che servivano per mantenere viva la memoria storica della famiglia.
I personaggi maschili, invece, hanno ampie e complesse sfaccettature e sono quelli caratterizzati ed esplorati meglio; i loro sforzi sono tutti orientati ad accrescere fortuna e prestigio; sono aridi di sentimenti, poco sensibili, individualisti sino al midollo, pragmatici e ben attaccati alle loro cose, che siano oggetti o persone, considerate come beni da acquistare, tutelare e proteggere ad ogni costo per il buon nome della famiglia.
Galsworthy mette in evidenza le caratteristiche di questi uomini e lo fa in maniera spietata e ironica.
I personaggi principali spiccano sugli altri: Joylon Forsyte, il maggiore dei dieci fratelli, è il più Forsyte dei Forsyte. Nonostante una vita di successi commerciali e finanziari, Joylon ha una vecchiaia in cui niente è più come prima. Anche lui è vittima delle regole sociali della società vittoriana che lo hanno costretto ad allontanarsi dal suo unico figlio, per il comportamento tenuto da quest'ultimo. Orgoglioso e sentimentale allo stesso tempo, egli cerca di riconciliarsi con il figlio perduto, cercando di recuperare il rapporto con lui; all'inizio di nascosto poi alla luce del sole, causando all'interno della famiglia il diffondersi di voci sul peggioramento della sua lucidità mentale. L'autore ne mostra le fragilità e le debolezze facendocelo sentire più umano.
Suo figlio Joylon il giovane è un'artista dal passato sentimentale un po' burrascoso. Totalmente estraneo alle “virtù familiari”, è considerato la “pecora nera” della famiglia poiché ha compiuto le sue scelte indifferente al giudizio dei parenti; scelte che lo hanno portato a rinunciare ai privilegi della sua classe sociale. Tempo prima, infatti, ha deciso di fuggire da un matrimonio infelice abbandonando la moglie per scappare con la tata della figlia, una donna straniera e di umili origini. Per questo suo comportamento è stato rinnegato dalla propria famiglia che non gli perdona la fuga e il matrimonio (scelta dettata dai sentimenti e non dall'interesse) con una donna di bassa estrazione sociale.
Contrapposti due Joylon troviamo James e Soames. James è un altro dei dieci fratelli Forsyte, ricco proprietario di aziende e di uno studio legale nella City londinese. Sposato e padre di quattro figli, ama la propria famiglia e i suoi fratelli ed è sinceramente preoccupato per la situazione del suo unico figlio maschio: Soames.
Soames è “il possidente” del titolo ed è la figura su cui è incentrato il romanzo. Egli è uno dei membri più brillanti e di successo della seconda generazione dei Forsyte; astro nascente del capitalismo borghese, possiede una ricca collezione d'arte. È in lui, più che in qualsiasi altro membro della famiglia, che possiamo ritrovare maggiormente radicate le caratteristiche e i valori che rendono tale un Forsyte. Soames è arido, avido, spregiudicato, tiranno, dalla personalità dispotica e crudele, materialista fino all'estremo, domina tutto e tutti con il denaro; egli vuole controllare tutto, acquistare tutto, possedere tutto perché considera le cose e le persone solo come oggetti che hanno un valore e che si possono comprare. Soames è all'apice del successo e il suo unico credo nella vita è possedere: una casa alla moda, una collezione d'arte, una moglie raffinata di cui possiede, però, solo il corpo e non l'anima. Questa situazione coniugale è per lui frustrante e carica di sofferenza che quasi sconfina nella follia. Per cercare di conquistare la propria moglie decide di costruire una casa in campagna per lei e ne affida la sua realizzazione a Philip Bosinney.
Bosinney è in tutto e per tutto l'antitesi di Soames. Fidanzato con l'istintiva e testarda June Forsyte, Philip è un giovane architetto, talentuoso, squattrinato, sensibile, dotato di un elevato senso artistico, ricco di idee originali e rivoluzionarie; anticonformista, affascinante, sfuggente, trasandato sia nell'aspetto sia nella gestione dei propri affari (una delle cose che irrita i Forsyte), è lui l'unico che riesce dove i Forsyte hanno fallito, cioè conquistare il cuore della bella Irene e da allora in poi per lui il denaro e il successo saranno cose di nessuna importanza.
Irene è la consorte infelice di Soames; intrappolata in un matrimonio di convenienza e non d'amore, che odia il marito con tutta se stessa. Giovane donna dall'eleganza innata, sofisticata, raffinata, affascinante, inafferrabile, dall'indole riflessiva e dalla bellezza evanescente ed eterea; nessuno dei Forsyte riesce a comprenderla perché la considerano solo una bella statua di marmo silenziosa e imperscrutabile. Per Soames resta un mistero: non riesce a capirla, sfugge con ostinazione alla sua smania di possesso, è indifferente ai suoi regali e alla ricchezza di cui egli la riveste; lei al massimo lo guarda con freddezza e non gli rivolge le parola se non per rispondere con sussurri forzati.
Irene però nel finale rivela tutto la sua forza e il suo coraggio, quando per amore prende una decisione che la famiglia o meglio la società condannano.
Come Elena di Troia sarà per lei e a causa delle sue scelte che accadranno gli eventi e sempre per lei si consumerà la tragedia.
Dei due amanti ed elementi estranei alla famiglia non riusciamo a sapere nulla del punto di vista, dei loro pensieri, delle paure, dei dialoghi, dei sentimenti; ogni esperienza è vista e filtrata dalla visione che i diversi componenti della famiglia Forsyte provano nei loro confronti.
Galsworthy si rivela un abile scrittore che sin dalle primissime pagine ci prende per mano e ci invita a seguirlo nella scoperta di questa famiglia, per mostrarci come vivevano e come pensavano le persone dell'epoca. Dentro vi è di tutto: amori contrastati, invidie, gelosie, intreccio tra affari e potere, angoscia, tristezza, invidia, meschinità e solitudine; il coraggio, la dignità, i sentimenti si scontrano con la durezza della vita e con la rigidità delle regole sociali.
Sin dall'inizio sono rimasta totalmente avvinta e coinvolta da questo romanzo (tanto che non vedo l'ora di proseguire con gli altri libri della saga) che, nonostante sia stato scritto ad inizio secolo scorso, è terribilmente attuale, profondo e molto moderno.
Il possidente è un romanzo dall'ambientazione magistrale e suggestiva, ricca di particolari, dalla prosa essenziale ed elegante, spesso sublime soprattutto nei dialoghi, nelle descrizioni, nella caratterizzazione e nell'introspezione dei personaggi. Un quadro dettagliato, coinvolgente ed appassionante delle sorti e alle vicissitudini di questa famiglia, cui non si può rimanere indifferenti e, attraverso le loro vicende, il libro ci parla della situazione del paese in cui loro si trovano. Un'opera che non annoia mai il lettore (non si prova neanche una volta il desiderio di saltare qualche parola o pagina) e dove non mancano i momenti comici; dalla scrittura impareggiabile, in cui la narrazione è vivace e divertente, lo stile è superbo, lineare e scorrevole.
Nonostante la complessità narrativa, la mole di personaggi ed eventi, il lettore è reso partecipe e letteralmente travolto dalle vicende tanto che è impossibile non rimanere catturati, nell'intreccio di questo superbo racconto, sino all'amaro e spiazzante finale.
Un premio nobel quasi dimenticato che merita di essere riscoperto.
“La mia famiglia” rispose Joylon il giovane “non ha nulla di estremo, è come tutte le altre famiglie: ha certo le sue particolarità; ma possiede soprattutto in grado notevole due qualità che sono le vere caratteristiche dei Forsyte: il potere di non darsi mai anima e corpo a qualcosa e l'istinto della proprietà.”