«Bubi è il nome del desiderio.» È questa la frase che una mattina d'inverno risuona in un'aula dell'università di Ginevra, mentre il professor Fabio Cantoni spiega un sonetto di Petrarca a un gruppo di studenti. Ma è stato solo un lapsus: il professor Cantoni voleva dire «Laura», naturalmente. Eppure il fatto che proprio quel nome e proprio in quel momento sia affiorato dalla memoria deve avere un senso; sarà, la sua, una lezione impudica – molto più di quanto possano immaginare gli studenti, che pure lo ascoltano, attoniti, parlare di amore, di vecchiaia, di desiderio, di malinconia. Nella mente di Fabio Cantoni i versi di Petrarca si confondono con le parole ingenue e appassionate delle canzoni degli anni Sessanta, che gli parlano di un amore adolescenziale e di una ragazza bionda e sottile, tanto più seducente quanto più segreta, sfuggente, tormentata. Era stato attraverso di lei che Fabio aveva imparato a capire e ad amare la poesia; ed era stata la sconvolgente scoperta del dramma che Bubi nascondeva a fargli provare per la prima volta il sapore acre della sofferenza. Forse, alla fine di questa giornata d'inverno diversa da tutte le altre, il professor Cantoni scoprirà che è proprio l'aver accettato la nostalgia e il dolore di cui è costituita la memoria a permettergli di stabilire un rapporto nuovo con la sua vita presente, e la futura.
Un capolavoro. Con un argomento del genere scadere nel banale e 'petrarcheggiare' sarebbe stato facile; l'autore riesce invece a mantenere un delicato equilibrio 'comico' (per dirla alla maniera di Dante!) Per chi ama Petrarca un libro da leggere, per chi non lo ama, da leggere per apprezzarlo nella sua umanità.
Ho scoperto questo romanzo per caso, attratta dal nome dell'autore che avevo la sensazione di conoscere. Quando ho realizzato che Marco Santagata era il famigerato Santagata del commento al Canzoniere (Mondadori, I meridiani) su cui avevo speso ben più di una notte insonne per preparare un esame, capirete, non ho potuto fare a meno di leggerlo. Speravo, a dire il vero, di fare pace con l'autore. Di perdonargli le notti in bianco, e magari anche i post-it che, dalle pagine del "suo" Canzoniere, ancora mi scrutano cattivi dalla libreria. E invece no, perché se la competenza del petrarchista arriva diretta come sempre e come sempre è magia in forma di parole, la penna del romanziere stenta, inciampa su cliché triti e non brilla né per scrittura né per originalità della trama. Ed è un doppio peccato perché è anche un'occasione mancata: quella di avvicinare Petrarca ad un pubblico di non addetti ai lavori. Salvo la scelta del sonetto, perché il 272 è bello. Bello, bello, bello.
Devo ammettere che questo breve romanzo è davvero straordinario io personalmente mi ritrovo in Bubi che è’’ il nome del desiderio”. E’ questa la frase che una mattina d’inverno suona stonante, sconveniente, quasi incomprensibile in un’aula dell’Università di Ginevra, mentre il professor Fabio Cantoni spiega un sonetto di Petrarca a un gruppo di studenti che hanno ancora parecchio da apprendere . Ma è stato solo un colpo di fulmine: il professor Cantoni voleva dire “Laura”, naturalmente (ovviamente). Nonostante il fatto che proprio quel nome e proprio in quel momento, sia stato ricordato , deve avere un senso… Alla fine di questa giornata diversa da tutte le altre il professor Cantoni scoprirà che sono stati proprio l’aver accettato la nostalgia , la mancanza e il dolore che rimescolano la sua memoria a permettergli di stabilire un rapporto più prosperoso e forse più attenuato con la sua vita presente e futura. Leggendo questo libro io mi sono chiesto dentro di me se i versi degli stilnovisti possono diventare cornice e sfondo del racconto, un po’ alla How I met your mother ( per coloro che la conoscono), del primo batticuore, del primo bacio, senza che il risultato sia un banale telenovela o storie da “posta del cuore”? Sì. Santagata ha fatto in modo che fosse così. E tra le decine di versi che si mischiano con le storie dei personaggi e le descrivono alla perfezione, emerge, alla perfezione , la possibilità che il potenziale della poesia, anche quando viene trattata agli “alti livelli” delle facoltà umanistiche se stessimo parlando di trobar clus, sia dato proprio da quelle piccole cose, quei luoghi comuni amorosi (il primo batticuore o il primo sguardo, appunto), che noi, dall’alto della nostra freddezza di “persone evolute, di una realtà contemporanea e moderna”, siamo abituati a deridere oppure a schifarci ( tipico dell’età infantile perché sdolcinato). Eppure certe emozioni non andrebbero dimenticate, mai. Anche quando sembrano “basse” o ridicole. Infatti dalla lettura di questo libro si capisce che si può mischiare l’alto e il basso , si può scendere dalle vette della saccenza per costruire un ponte di comunicazione stabile con il mondo (antico e non ) senza sentirsi contagiati dalle volgarità della realtà di tutti i giorni .Infine consiglierei la lettura di questo libro a coloro che come me intendono riscoprire i piaceri primordiali dell’amore accantonando i pregiudizi e gustando da perfetti ignoranti chi prima di noi e meglio di noi ragionava su una sensazione intensa .
Quando Petrarca smette di essere oggetto di studio e diventa soggetto dell'essere
Fabio, ordinario della cattedra di lettere moderne alla Sapienza di Roma, è invitato a tenere un ciclo di letture di Petrarca a Ginevra; in una mattina nevosa e grigia, in un'aula affollata e sonnacchiosa, legge e commenta 'La vita fugge, e non s'arresta un'ora' di fronte ad una platea di italiofoni e le parole dell'autore diventano improvvisamente lettera viva, fuoco che si imprime sulla nuda carne e che riportano alla memoria del sessantenne Fabio due grandi amori: la giovane Bubi, ginnasiale negli anni Sessanta, troppo diversa per estrazione sociale e dolori trascorsi, e Serafino, l'Allievo prediletto che non ha saputo difendere e lasciar crescere. Il commento alle parole di Petrarca- tra l'altro originale e interessante- sia alterna così alla dimensione personale, in un commovente ed incantevole contraltare che sembra confermare nei fatti il celebre aforisma calvinaiano per cui i classici sono testi che non hanno mai smesso di dire quel che hanno da dire (o qualcosa di simile).
Questo libro (breve, ma intenso) mi ha fatto riflettere molto sulla figura di Petrarca, poeta che già mi piace davvero molto. L’analisi del sonetto è stata la parte che più mi è piaciuta. Certo, qualche pecca c’è, quali la dispersività del romanzo, la mancanza di un ulteriore approfondimento psicologico di alcuni personaggi (più che comprensibile, dato che essa è peculiare del protagonista), il fatto che l’inizio sia un po’ noioso e, infine, l’impressione che il destinatario di quest’opera possa essere solo un amante del Petrarca e della corrente stilnovistica. Ad ogni modo, resta una lettura più che godibile.
Quattro stelle questo libro le merita tutte. La costruzione narrativa e lo stile di Santagata sono impeccabili. Le pagine scivolano veloci fra le dita del lettore rimanendo però, in molti casi, impigliate alla mente: un perfetto connubio fra levità e acuta riflessione. Unico neo, a mio parere, è nella caratterizzazione di alcuni personaggi. Infine, non si può non fare menzione della splendida perla contenuta fra queste pagine: il commento, molto più che di critica letteraria, del sonetto di Petrarca.
Libro per certi aspetti complesso.. si entra nella vicenda molto lentamente.. e poi all’improvviso arriva lei Bubi e ci porta in un turbine di pensieri, vicende, versi poetici... fino a condurci ad un finale davvero profondo.
Ho amato moltissimo come la storia venisse raccontata tramite la spiegazione dell'opera di Petrarca. Credo che la vita sia scandita allo stesso modo, tra un libro e un film, una poesia e una canzone. La trama è semplice ma divina.
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