Che dire, questa è la storia rocambolesca di uno svoltone (come si definisce Baba Cesare). Forse un illuminato, forse folgorato, chi lo sa. Sicuro però ci ho trovato dentro la più bella interpretazione di Dharma.
Ho ascoltato l'audiolibro interpretato da Elio Germano e curato dal musicista e cantastorie Marco Ghianda e il lavoro che hanno fatto è qualcosa di straordinario. Le 5 stelle sono anche per questo!
Letto quasi per caso prima del mio primo viaggio in India sono rimasto letteralmente folgorato dalla storia di Baba Cesare e della sua archetipica, spirituale ed instancabile ricerca del suo posto nel mondo. Questa enigmatica e benevola figura é rimasta indelebilmente dentro di me. Ogni tanto la interrogo quando mi sento smarrito. Libro necessario a qualsiasi viaggiatore ispirato.
I valori dipendono dal punto di vista. Per esempio, per i mass media, per il pubblico, un sahdu è rovinato, è un poveretto perché rinuncia agli attaccamenti, alle case, alle cose. Mentre un sahdu, un fachiro, pensa che sono rovinati quelli che rimangono nel samsara. Sono loro che rinunciano alla conoscenza, alla dimensione di grandezza che può essere dio, per perdersi nelle storie materiali nell’illusione”. (pag. 229)
Quando si parla di quest, di cerca, vien subito da pensare al Santo Graal e a Frodo che deve distruggere l’anello del male, ma esiste anche un altro tipo di ricerca, quella interiore, dell’uomo che vive un perpetuo richiamo alla trascendenza.
Folco Terzani, figlio di Tiziano, in A piedi nudi sulla terra, ci racconta l’inquietudine che l’ha condotto a conoscere, nei suoi pellegrinaggi, un uomo votato a questo genere di ricerca, il sahdu Baba Cesare. Terziani conosce Baba Cesare in India, luogo eletto della ricerca spirituale. Per gli indù, la trascendenza è, in verità, immanenza, poiché tutto è dio e conoscere dio significa rendersi conto di questo suo essere ogni cosa. Curiosamente, però, Baba Cesare non è indiano bensì italiano, figlio di un commercialista. Egli ha abbandonato la moglie, una serie di compagne più o meno amate, e alcuni figli mai dimenticati. Il suo percorso è quello tipico del sahdu, dalla vita mondana a quella ascetica, dalla famiglia alla rinuncia. Rinuncia che è il corrispettivo di ricerca.
“Se sei in rinuncia, rinunci a tutti i valori sociali, metti tutto sullo stesso piano: l’oro, i diamanti, una pietra, un cavallo, una foglia, tutto fa parte della composizione del pianeta, no? Di cui siamo parte anche noi. Siamo tutti granelli che compongono il pianeta. Non è una teoria, è proprio così. Dobbiamo avere coscienza di quello che realmente siamo. Appena non dai dei valori sociali alle cose, realizzi che tutto è la creazione del creatore.” (pag. 127)
Solo attraverso la rinuncia a qualsiasi bene materiale – persino ai capelli se diventano oggetto di curiosità e simboli di uno status – come anche a qualsiasi attaccamento affettivo, l’asceta può affinare la sua ricerca interiore, per capire dio, per afferrarne il concetto, per rendergli grazie di averci creato, soprattutto per servirlo. Appena sveglio, il sahdu saluta il sole e riconosce dio, gli fa la puja, l’offerta rituale, la cerimonia. Ungendo di ghee il lingam di Shiva, offrendogli una collana di gelsomini, mantenendo acceso il dhuni, il fuoco sacro, con la cenere sterile e benedetta, egli dà concretezza a dio, lo materializza nella pietra, nell’idolo, nell’oggetto.
Senza contare i ciarlatani, ci sono tanti tipi di asceti in India, dagli aghori che vivono nei crematori, bevono urina dai teschi e assaggiano carne umana, ai fakir, i sahdu musulmani, a coloro che vanno sempre nudi, a quelli che usano il fallo come uno strumento, a chi tiene sempre un braccio sollevato finché non si atrofizza, a chi dorme in piedi. Più generalmente, un sahdu è un uomo scalzo, che vive di semplicità, delle uniche cose davvero possedute, il suo corpo e la sua mente, ed è pronto a rinunciare anche ad esse. Il corpo va mortificato nei suoi bisogni e così pure il cuore, se si vuole davvero trovare l’unione con dio.
“La mortificazione della carne è la liberazione dall’ego. Mortifichi questo ego, lo porti sotto la pioggia o non ti curi di te e di quello che ti può succedere, perché sei parte del tutto. Quindi hai un’idea più ampia, che ti viene dal perdere l’identità, dall’andare oltre gli attaccamenti dell’ego. Perché l’ego cos’è? L’ego è quello che ti dà le paure, no? “Io ho paura?”. Se non ci sei, di cosa hai paura? Sei uno zombie, e uno zombie non ha paura di niente. Non ha paura di essere distrutto, di non essere più “io”, di scomparire, cioè di morire. “Lasciatemi morire!” Il punto è la liberazione dell’io, in nome di dio. E se ci riesci e non ci sei più come entità separata, allora vai oltre la vita e la morte. Sei il Tutto, e il Tutto né nasce, né muore.” (pag. 146)
Baba Cesare è un santo, ma della speciale santità indiana; non lo è per il mondo occidentale. Baba Cesare entra ed esce di galera, proviene dalla cultura post beat generation, freak, psichedelica. È uno degli hippie che negli anni settanta mollavano casa e famiglia e si mettevano in viaggio via terra, senza passaporto, verso l’India, convinti di far parte di un movimento la cui essenza era peace and love. Giunti a destinazione, giravano per gli ashram, finendo poi, inevitabilmente, per affollare le spiagge di Goa, in quelli che oggi chiameremmo rave parties, feste in cui si ballava, si praticava l’amore libero, si fumava il chilum, si assumevano acidi e droghe più o meno pesanti.
“Provi questo, l’altro, provi il peyote, la mescalina, l’erba, i funghi, il veleno degli scorpioni e prendi conoscenza della natura, di quello che cresce sul pianeta, no? Alimentarsi non significa solamente alimentare la parte fisica, significa alimentare anche la mente di conoscenza. […] È dall’inizio del pianeta che l’umanità scopriva le piante, cos’era nutrimento, cos’era medicina, cosa dava un effetto particolare.” (pag. 56)
Anche in questo c’è chi si ferma allo sballo e chi va oltre, continuando la ricerca, usando la droga come esperienza per superare i confini sensoriali, per espanderli, per sentirsi parte della natura, in comunione con l’universo e con dio. Dall’incontro con Baba Cesare e con molti altri sahdu, Folco Terzani trae un insegnamento di vita senza precedenti, un’esperienza che solo l’India e la sua spiritualità può offrire.
“Ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell’Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco, respirando spazio.” (pag.14)
Fa senz'altro viaggiare molto con la fantasia, ti fa immaginare situazioni e contesti che probabilmente non esistono neanche più, di fatto alcune situazioni mi sono sembrate a dir poco improbabili. Fondamentalmente un flusso di pensieri. A volte risulta davvero grezza come scrittura, molto terra a terra. Un po' ridondante in certi punti, probabilmente avrebbe potuto risparmiare qualche pagina. Mano a mano purtroppo perde la scintilla iniziale e diventa un susseguirsi di pensieri già espressi più volte. Il libertinismo e l'amore per lo sballo, mettiamola così , sono un po' troppo esasperati, diventano presto fine a sé stessi.
Un libro che offre un punto di vista originale sul rapporto tra uomo e natura. Alcuni passaggi li ho trovati intensi, altri però difficili da sentire vicini o da empatizzare, come se rimanessero un po’ distanti. Nel complesso stimolante, ma non sempre coinvolgente.
L'ho ascoltato, non l'ho letto e sembrava un film. Elio Germano è stato bravissimo (è diventato Baba Cesare), la regia audio è stupenda, entri in questa giungla, nei templi indiani, cammini a piedi nudi per l'Asia e respiri i canti dei sadu. La storia di Baba Cesare è una costante ricerca spirituale del divino, da una giovinezza da junky sotto acidi e altri stupefacenti, fino ad un completo ascetismo, in un lungo viaggio tra Europa e Asia, ribellandosi a qualsiasi tipo di struttura sociale, dal lavoro alla famiglia. Baba Cesare non è un santo e la sua storia non lo racconta in quanto tale. E alla sua storia ho scelto di crederci.
Ho sempre faticato a confrontarmi con storie di uomini che abbandonano le famiglie per la ricerca della coscienza divina. Mi sono sempre chiesta quanto valore avesse nell'effettivo il percorso spirituale di una persona che aveva scelto il servizio di un'entità sovrannaturale, a discapito delle vite innocenti, nascita dei quali lui era responsabile. Pensavo agli apostoli, ai santi eremiti e mi chiedevo come potessero seguire e rispettare il figlio di Dio, dimenticandosi i figli propri. E alle loro mogli o compagne che non potevano che accettare tale condizioni perché "la ricerca spirituale è più importante". Mi sembrava una scelta egoistica, una scusante per non prendersi la responsabilità di quelle vite. Se Dio è, non è forse anche ricercabile nell'amore domestico, se quella è la strada che hai inizialmente scelto? L'ascetismo totale è davvero necessario? Non è Dio negli occhi dei tuoi bambini che hai lasciato orfani per seguire un'altra idea di Dio? Questo è stato il mio combattimento con Baba Cesare. Non toglie il mio rispetto per la sua persona o il piacere che ho ricavato ad ascoltare la sua storia. Grazie, dunque Folco, per questi spunti di riflessione e avermi presentato questo personaggio, e grazie Elio Germano per avervi prestato il suo incredibile talento attoriale.
Folco Terzani nella sua lunga introduzione ci racconta il suo percorso di uomo a metà strada tra occidente e oriente, la sua voglia di credere in un modo diverso di rapportarsi alla vita e la sua personale ricerca e il suo percorso lo ha portato a trovare Baba Cesare. Finalmente grazie a questo memoir ho potuto conoscere in maniera dettagliata come si è diffusa la cultura della droga nel nostro Paese, i freak, la libertà degli anni ‘60 e molto di più. La vita di Cesare è stata avventurosa, difficile perché era un junkie, una persona che ha affrontato la prigione e tantissime difficoltà, poi la svolta indiana e la sua ricerca spirituale. Baba Cesare racconta in maniera chiara, senza infingimenti cosa significa rinunciare letteralmente ad ogni cosa, gli abiti, gli attaccamenti, i soldi, il possesso degli oggetti, tutto. Camminare a piedi nudi su qualsiasi tipo di terreno e di pietre, ricercare una nuova via, cercare dio, il dharma, crederci ed attraverso il suo comportamento e la sua dignità accedere alla via dei Baba. Ho amato questa maniera di rapportarsi al mondo e alla ricerca di se stesso, leggere questo libro con mente aperta senza operare giudizi è stato illuminante e consiglio a tutti di leggerlo perché un modo diverso di vivere esiste, non è sicuramente per tutti ma è importante rispettare chi lo fa.
Tutto discutibile, tutto vero, sembra, però, che i piedi ce li abbiamo messi sulla testa (nudi o calzati).
"Il pellegrinaggio è andare incontro al tuo karma. Vai, le cose succedono, e tu le guardi. Ci sono incontri con persone e luoghi che non hai mai visto, forse pericoli, forse illuminazioni..." (15)
"Osserva il mondo così com'è. Osservalo senza paura, senza speranza. Ogni cosa sorge, permane un breve tempo e scompare. E poi sorge ancora." (23)
"Quando giravo senza niente avevo dei rapporti di umiltà con l'ambiente. Mentre se hai soldi arrivi e dici: "Quanto costa?" (172)
"La vita è oltre le scelte." (182)
"E cosa siamo? Siamo terra, il fermento della crosta terrestre. Siamo le molecole che compongono l'unità del pianeta Terra, ... Qunidi ci dobbiamo identificare col pianeta, non con noi stessi, perché questo identificarci con noi stessi è illusorio." (225)
Il libro mi è piaciuto perché racconta la storia di un uomo il cui modo di vivere è profondamente distante dal mio. È stato interessante immergermi nei suoi pensieri, nel suo percorso esistenziale e nei suoi viaggi tra Italia e India. Tutto ciò che racconta è lontano da ciò che conosco.
Il protagonista sembra guidato da un desiderio costante di vivere al di fuori della società, di essere un outsider nel senso più radicale del termine. Questa ricerca di estraneità è il filo conduttore della sua vita, prima attraverso le droghe, poi attraverso la spiritualità, fino a diventare un baba. Tuttavia, più che una ricerca di Dio, mi è sembrato che il suo obiettivo principale fosse sempre stato quello di trovare un modo per esistere ai margini, lontano dalle convenzioni e dalle regole imposte dalla società. La spiritualità appare quindi più come un mezzo che come un fine ultimo.
Non è la storia di un santo, nè la biografia di un uomo immacolato, ma un sadhu difficilmente può avere avuto un’esistenza lineare nella ricerca del Divino.
Attraverso una ricostruzione impietosa della propria giovinezza, nella quale Baba Cesare si presenta come un semplice, intrappolato dalle convenzioni e da errori giudiziari alla ricerca della libertà, tipica degli hippies degli anni Settanta, riconosciamo l’evoluzione di un uomo che, passando dalle droghe più disparate all’ascetismo, è riuscito a trovare il proprio Nirvana nel vero senso della parola - il termine nel significato induista indica infatti l'estinguersi dei desideri mondani e la realizzazione della liberazione (mukti o moksa) dall'illusione (maya).
Interessante scorcio di vita che ci mette a contatto con la filosofia indiana, le sue regole, le sue tradizioni ed i suoi costumi.
per chi conosce Folco questo libro non aggiunge nulla alla sua ricca e complicata storia (provate ad avere voi dei genitori immensi come TT e la moglie Angela a sua volta figlia di ... ). Ma questo non è un libro su Folco ma di qualcuno a cui, forse, lui avrebbe voluto non tanto somigliare ma "copiare" nella sua scelta di rigore e di ritiro. Certamente il sadhu Baba è tutto tranne che una persona da emulare ma ... è sicuramente interessante antropologicamente. Detto questo, il libro non mi ha coinvolto. Troppo estremo nella ricerca di un Se, forse per alcuni veramente difficile da trovare.
La storia di un viaggio di ricerca spirituale, lungo un’intera vita. Le vicende rocambolesche di un uomo che cambia la sua esistenza a piedi nudi, un’esistenza fatta di cadute e di risalite fino alla luce di Dio, in cui tutt’ora risiede.
Folco Terzani sembra trascrivere un flusso così come viene raccontato, con focus sulla materia del racconto e facendosi tutt’uno con il narratore.
Bel libro. Ben scritto, anche se la parte centrale sembra un po' girare in tondo. La storia di um viaggio iniziatico, forse il desiderio nascosto di Folco di trovare il coraggio di fare lo stesso salto del protagonista.
Fantastico è poco. Mi è sembrato di viaggiare per ogni luogo accuratamente descritto e aver creato dei dhuni insieme al protagonista. Filosofia fantastica.
It's really inspiring and makes you reflect on various subjects: religion, spirituality, way of living, society etc. It makes you ask yourself: "Could I try as well his experience?"
Deludente, presumibilmente inventata dall'inizio alla fine, ma la fiction sugli hippies e dintorni non fa parte dei miei interessi, ancor meno scritta cosi' male