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Spada

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Filippo Bornardone entra a Parigi in uno splendido mattino d'autunno. Arriva da Napoli, in tasca porta una lettera di raccomandazione per il capitano dei moschettieri, d'Artagnan. Al fianco esibisce orgoglioso una spada in puro acciaio di Pomigliano. Ha lo sguardo limpido e fiducioso del soldato e nelle orecchie il fascino esaltante dei racconti dello zio che l'ha educato al mito dei quattro spadaccini di Francia. Ma il suo entusiasmo dura poco. Appena sceso dalla carrozza un malinteso lo fa cadere in una serie vorticosa di eventi che determineranno il suo destino, votandolo alla più audace delle imprese: diventare moschettiere del re catturando Aramis, il cavalier d'Herblay, nemico giurato della corona. E mentre il giovane insegue il suo sogno e il suo nemico in un incalzare di fughe, agguati e scontri, alle sue spalle si tessono gli abili intrighi di una nazione ormai corrotta ma che non ha perduto il proprio fascino abbagliante. Così la sua ricerca spasmodica di giustizia si mescola ai piani di un'aristocrazia allo sbando, rovinata dai debiti di gioco e dalla sete di potere, che però ancora mantiene intatto il brio dei salotti, l'accortezza disincantata delle dame e la spregiudicatezza dei politici.

1118 pages, Hardcover

First published June 5, 2007

12 people want to read

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Giuseppe Ferrandino

31 books5 followers

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Displaying 1 - 2 of 2 reviews
Profile Image for Noloter.
141 reviews3 followers
October 1, 2021
In genere sono per principio contrario a operazioni "apocrife" (diciamo impropriamente così) come questa, in stile fanfiction d'autore, ma stavolta mi sono concesso una deroga. Tutto sommato non è che me ne penta (sarà che le aspettative erano davvero sottozero in partenza) ma certo avrei potuto benissimo farne a meno.

La trama, in realtà più semplice di quello che l'autore vorrebbe far credere con tutti gli aggrovigliamenti che ci infila in mezzo giusto per fornire all'opera un presunto physique du rôle alla Dumas (leggasi: mattoncino di mille-e-passa pagine) - ma sfortunatamente lo spessore fisico non può compensare quello letterario -, si inserisce dopo gli eventi de Il visconte di Bragellonne ma prima dell'epilogo dello stesso, e sfrutta come contorno diversi personaggi del ciclo dei moschettieri la cui fedeltà agli originali è qui e là riadattata alla personale interpretazione che l'autore ha dato loro, non so se solo per ragioni di economia della trama o perché da sempre convinto così (non sarebbe stato male, a questo punto, inserire una sorta di postfazione per chiarire questo punto al lettore, magari spiegando anche le ragioni della stesura di quest'opera). Il lettore a digiuno del ciclo originale dei moschettieri si potrà trovare un po' disorientato per via degli svariati accenni ai fatti pregressi già narrati da Dumas e che vengono poco chiariti dall'autore in quanto, spesso, solo introdotti tramite allusioni, frasi a metà e racconti di terza-quarta mano o per sentito dire.
Il protagonista nonché narratore in prima persona è Filippo Bornardone, giovane diciassettenne napoletano col sogno di divenire moschettiere del re di Francia sulla scia dei racconti delle gesta del celebre quartetto e inviato a Parigi dallo zio con tanto di lettera di raccomandazione per il capitano D'Artagnan. Ma le cose non sembrano filare del tutto lisce e Filippo si ritrova nel bel mezzo di quella che, da disavventura inizialmente trascurabile, si gonfia via via fino a rivelarsi un megacomplotto da sventare - e chi, per qualche motivo, si incaponirà nel volerlo sventare a tutti i costi, eh? No spoiler.

La storia di per sé, presa per quella che è, non è neppure malaccio e fondamentalmente tiene fede alle premesse e alle aspettative; è la realizzazione, la messa in opera, il problema.
Lo stile è prolisso, l'autore si dilunga in paginate e paginate di dialoghi fini a sé stessi che non portano alcun contributo né alla trama né allo scioglimento della stessa e non risultano neppure piacevoli; la lettura è anche spesso disagevole dato che in parecchie occasioni l'abuso prolungato del discorso diretto senza intermezzi descrittivi, neppure di collegamento tra un momento e l'altro o tra un personaggio e l'altro in scena, crea una grande confusione nel lettore su chi stia effettivamente parlando, quanto a lungo si stia protraendo la scena e chi ne stia prendendo parte, anche perché non si percepisce differenza di registro verbale tra i vari personaggi (parlano tutti alla stessa maniera, dal duca d'Orléans al mendicante di strada, per dire). Interi capitoli sono solo di "imbottitura", quando avrebbero potuto essere concentrati in molte meno pagine. Le descrizioni dei luoghi e degli ambienti sono scarsissime, così come quelle degli abiti, quelle fisiche praticamente assenti; non ci sono dettagli dei volti, delle fisionomie, niente di niente, e se questo può essere utile a stimolare, magari, l'immaginazione del lettore è pure vero che il non fornire nessun appiglio di questo genere appesantisce la lettura rendendo ogni situazione monotona e piatta, lasciando anche un po' il sospetto che dietro ci sia solo una certa pigrizia. Non ci si immerge nella Parigi del Re Sole, non si percepiscono i fasti dei palazzi nobiliari del XVII secolo, parrucche e crinoline, corsetti e giustacuori, baffetti, ciprie e mouches, li si applica in automatico sui personaggi in scena solo perché bene o male si ha dimestichezza con l'immaginario comune di che "aspetto" avesse il periodo barocco e non perché l'autore ce li mostri effettivamente.
Il protagonista Filippo Bornardone è estremamente volubile, verboso, egocentrico, supponente, melodrammatico e teatrale negli atteggiamenti, prontissimo nel giudicare con severità gli altri, inspiegabilmente rubacuori - suo malgrado - di ogni donna che posi gli occhi su di lui, incoerente, vendicativo, di volta in volta fin troppo ottuso o esageratamente intuitivo, irritante spesso e volentieri, lo si sopporta a fatica. Ho trovato fastidiose anche le frequenti e ingenerose considerazioni generalizzate ed esterofile che fa sui propri compatrioti e la propria terra natia, non tanto di per sé quanto piuttosto perché fin troppo evidentemente figlie delle opinioni dell'autore stesso il quale mette anacronisticamente in bocca a un personaggio del XVII secolo il suo punto di vista esterno da uomo del XXI; ma, parlando di anacronismi, c'è da dire che il protagonista utilizza disinvoltamente la parola "Italia" per riferirsi alla propria origine e a quella di qualunque altro personaggio proveniente da uno degli stati preunitari della Penisola, quando più correttamente dovrebbe identificare sé stesso come napoletano (provenendo dal Regno di Sicilia Citeriore altresì detto Regno di Napoli, sotto il controllo spagnolo perdipiù) e gli altri, di volta in volta, come Toscani, Veneziani, Milanesi, Urbinati (l'uso qui presente di "Marche" e "marchigiano" è una licenza che sa proprio di sciatteria), ecc. È necessaria una buona dose di sospensione della realtà per accettare la figura di Bornandone e le sue vicissitudini, tra l'altro, dato che bisogna accogliere per buona l'inverosimile situazione di un diciassettenne originario del napoletano che in pieno XVII secolo riesce senza alcuno sforzo a trasferirsi da solo e stabilmente a Parigi (estero, quindi, con tutti i problemi che aveva il viaggiare quattro secoli fa e il trovarsi letteralmente straniero in terra straniera - nessuno ha ricordato all'autore che Schengen e compagnia bella made in UE non erano neppure immaginabili in piena epoca barocca? - tantopiù se il proprio Paese e quello ospitante sono politicamente opposti come lo erano la Spagna asburgica e la Francia borbonica di allora, acuendo il pregiudizio negativo sui forestieri) in cerca di fortuna al servizio del re di Francia (un expat ante litteram, insomma - e fa sorridere come ne trovi anche altri lì) e che quindi non solo possiede inspiegabilmente una padronanza tale della lingua del posto da riuscire a comunicare agevolmente senza il minimo sforzo sia coi mendicanti che coi prìncipi del sangue al pari di un nativo, ma anche a integrarsi perfettamente nel complesso tessuto dell'alta società parigina - da borghesucolo quale è - nel giro di neppure una settimana. Inspiegabile e forzato è dire poco. Ma forzata risulta un po' tutta la vicenda a conti fatti.

Voto: 3 stellette ma proprio risicatissime (sarebbe un "3 meno meno") e assegnate con molta generosità, giusto perché la lettura risulta comunque rapida e poco impegnativa considerando il numero di pagine.
Profile Image for Claudio Ridolfi.
13 reviews
April 12, 2017
E' un polpettone assurdo, e francamente ci si perde anche, troppe volte i discorsi sono scritti senza indicare chi dice cosa e questo accade anche quando sulla scena sono presenti più personaggi, la lettura diventa così stancante oltre che confusa.
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