• Thérèse Raquin • Il ventre di Parigi • Lo scannatoio • Nana • Dietro la facciata • Al Paradiso delle Signore • Germinal • La bestia umana • L’attacco al mulino
Émile Zola volle essere lo storico della vita privata della sua epoca (Secondo Impero e Terza Repubblica) così come Balzac lo era stato della Restaurazione e della Monarchia di Luglio. Ma se la Comédie humaine gli suggerisce il progetto e le dimensioni dell’opera, peculiare di Zola è il tentativo di interpretare i fenomeni morali e sociali attraverso le dottrine – alquanto semplificate - di Taine, di Darwin e di Claude Bernard. Lo scrittore, però, non si lascia mai realmente “legare le mani” da alcuna teoria; anzi, l’enorme interesse artistico e storico che il grande ciclo dei Rougon-Macquart (cui appartengono i romanzi raccolti nel volume tranne Thérèse Raquin e il lungo racconto L’attacco al mulino) ancora conserva deriva proprio dalla salutare contraddizione tra l’ingenuo schematismo del metodo e il temperamento dell’autore, la sua accesa immaginazione, la sua indomabile “indisciplina” emotiva e stilistica. La sensibilità sociale e l’onestà intellettuale di Zola riescono quasi sempre a superare i limiti del naturalismo positivistico e il facile culto del progresso, consentendogli di affrontare (a differenza delle correnti decadentiste ed estetizzanti che dominavano ormai la letteratura) il conflitto fondamentale del suo tempo, ovvero la lotta tra classe proprietaria e proletariato, dandone una rappresentazione assolutamente “scandalosa”, potente e veritiera, tanto da farlo definire «un momento della coscienza umana». Il volume comprende, oltre a una bibliografia aggiornata, un repertorio degli adattamenti cinematografici, teatrali e televisivi delle opere di Zola inedito in Italia per vastità e completezza.
Émile Zola was a prominent French novelist, journalist, and playwright widely regarded as a key figure in the development of literary naturalism. His work profoundly influenced both literature and society through its commitment to depicting reality with scientific objectivity and exploring the impact of environment and heredity on human behavior. Born and raised in France, Zola experienced early personal hardship following the death of his father, which deeply affected his understanding of social and economic struggles—a theme that would later permeate his writings. Zola began his literary career working as a clerk for a publishing house, where he developed his skills and cultivated a passion for literature. His early novels, such as Thérèse Raquin, gained recognition for their intense psychological insight and frank depiction of human desires and moral conflicts. However, it was his monumental twenty-volume series, Les Rougon-Macquart, that established his lasting reputation. This cycle of novels offered a sweeping examination of life under the Second French Empire, portraying the lives of a family across generations and illustrating how hereditary traits and social conditions shape individuals’ destinies. The series embodies the naturalist commitment to exploring human behavior through a lens informed by emerging scientific thought. Beyond his literary achievements, Zola was a committed social and political activist. His involvement in the Dreyfus Affair is one of the most notable examples of his dedication to justice. When Captain Alfred Dreyfus was wrongfully accused and convicted of treason, Zola published his famous open letter, J’Accuse…!, which condemned the French military and government for corruption and anti-Semitism. This act of courage led to his prosecution and temporary exile but played a crucial role in eventual justice for Dreyfus and exposed deep divisions in French society. Zola’s personal life was marked by both stability and complexity. He married Éléonore-Alexandrine Meley, who managed much of his household affairs, and later had a long-term relationship with Jeanne Rozerot, with whom he fathered two children. Throughout his life, Zola remained an incredibly prolific writer, producing not only novels but also essays, plays, and critical works that investigated the intersections between literature, science, and society. His legacy continues to resonate for its profound impact on literature and for his fearless commitment to social justice. Zola’s work remains essential reading for its rich narrative detail, social critique, and pioneering approach to the realistic portrayal of human life. His role in the Dreyfus Affair stands as a powerful example of the intellectual’s responsibility to speak truth to power.
DIETRO LA FACCIATA **** gennaio 2021 La satira feroce colpisce questa volta la borghesia ipocrita e perbenismo, perfettamente rappresentata dall’edificio ricco di stucchi e finti marmi, ma in realtà assai poco solido e destinato a non durare; dove allo scalone monumentale, illuminato e riscaldato, si oppongono le scale e la corte di servizio, invasa da fetidi rifiuti e dalle voci impietose della servitù. Ha un meccanismo a orologeria da vaudeville à la Feydeau, in cui le belle porte di lucido mogano si aprono e si chiudono a tempo, permettendo al protagonista Octave Mouret di essere sempre al posto giusto (invitato, o casualmente presente, o ascoltatore nascosto e inosservato) nel momento giusto, con un effetto narrativo decisamente gradevole. E’ anche una critica impietosa dell’educazione delle fanciulle, declinata in vari modi tutti fallimentari, ma sempre così cogente da non lasciare alle donne alcuna libertà di scelta: si comportano tutte come è stato loro insegnato, dalla passiva Marie Pichon, alla cacciatrice di mariti Berthe Josserand, a m.me Juzeur “tutto quel che volete, ma non questo”, a m.me Compardon che ingrassa nell’ozio e accoglie in casa l’amante del marito pur di non essere disturbata, alla figlia Angèle, tenuta in casa al riparo da tutto e corrotta dalla domestica: non c’è speranza per nessuna di loro. Notevole anche il rapporto delle donne con il sesso. Pare che nessuna ne provi piacere: sposate per convenienza, tollerano a fatica la corvée del dovere coniugale; hanno degli amanti ma per ribellione (Valérie Vabre) o per i vantaggi economici che ne ritraggono (Berthe) o per abitudine all’obbedienza passiva (Marie Pichon); anche le serve subiscono i signori, arrivando a non lavarsi nella speranza di scoraggiare le avances con la sporcizia (Adele), partoriscono i loro bastardi e vengono condannate per la loro immoralità. Forse il più godibile della serie, tra quelli letti finora. Bilancia la casistica moralista con la vivacità della trama, il sarcasmo amaro con la partecipe, dolente empatia verso i più umili (le serve, l'orlatrice di calzature, il pazzo Saturnin), mentre una volta tanto non si sente troppo la vena naturalistica: l'unico personaggio presente, della famiglia eponima, è Octave Mouret, simpatica canaglia che semina figli nei nidi altrui, di cui aspetto di seguire la sorte nel prossimo "Al Paradiso delle Signore".
IL VENTRE DI PARIGI *** settembre 2021
Forse non è stata l’idea più brillante del secolo, quella di leggere tutti i venti romanzi della saga Rougon-Macquart tutti in fila, perché se da un lato ci si fa un’idea molto chiara della Francia del Secondo Impero, d’altro canto si svelano impietosamente i limiti e gli artifizi costruttivi a cui deve ricorrere un autore prolifico. Arrivo così a trovare in questo libro, che leggo per undicesimo anche se fu il terzo in ordine di pubblicazione, un sacco di elementi che mi ricordano altri romanzi della serie: l’asta mattutina al mercato del pesce verrà ripresa nella contrattazione di Borsa nel “Denaro”, come pure l’ardente, pura, idealistica fede socialista di Florent rivivranno in Sigismond Busch, il fratello del laido usuraio dello stesso volume “Il denaro”; Florent è una vittima designata, un agnello sacrificale, un capro espiatorio, come lo sono stati (o lo saranno) Marthe e Francois Mouret (“La conquista di Plassans”) o la povera Renée (“La preda”); senza contare le sovrabbondanti, dilaganti, ipertrofiche descrizioni che sono quasi una cifra stilistica di Zola. Qui le Halles gli offrono un’immensa natura morta declinata in tutte le versioni, verdure, salumeria, pollame e relative piume, pesce, formaggi che addirittura intonano un concerto aromatico, con i loro odori che si inseguono e si intrecciano e si superano. Non viene fatto nessuno sconto né alla vista né all’olfatto: tutto è enumerato e descritto, dalla confezione dei sanguinacci alla macellazione dei piccioni, dall’allevamento dei polli al trasporto delle verdure, dal confezionamento dei mazzolini di fiori all’allestimento delle vetrine. Finisce che il lettore, più che essere indotto a vedere queste scene con gli occhi della mente, è preso dalla tentazione della fuga - o quantomeno di una lettura rapida, di una scorsa a volo di uccello - perché sopraffatto da una nauseante sovrabbondanza. Quanto poi al contenuto, tutto il libro è giocato sul contrasto tra la borghesia bottegaia, preoccupata solo del suo benessere della sua piccola tranquillità, contrassegnata dal candore dei suoi lindi grembiuli e dalla sua paffuta rotondità (spinta ed esagerata fino a un incubo di seni enormi, pance mostruose, vigore da bruti), e l’idealismo socialista e sognatore dei magri, puri folli vestiti di nero. Intorno, una piccola folla di pettegole maligne, pescivendole urlanti e volgari proprio come pescivendole, bambini abbandonati e cresciuti un po’ dalla carità di altri poveri, un po’ da sé, come erbe spontanee (le figure di Marjolin e Cadine mi sono sembrate le migliori del libro), rivoluzionari stupidi o astiosi - e ogni tanto, qualche figura rasserenante come Madame Francois, la verduraia che apre la possibilità di un ritorno alla natura.
LO SCANNATOIO***** gennaio 2022
Questo è bello davvero. Non ho mai, o quasi mai, sentito in questo romanzo le cose che mi hanno infastidito in parecchi altri della serie: non si avverte il senso del "costruito", non si vede in controluce la trama del taccuino di appunti del giornalista. I personaggi hanno una loro decisa vitalità, non si limitano ad essere piatti simboli. Gervaise è decisamente di carne e di sangue, con un suo lindo candore (non a caso, col mestiere che fa...) che passa incontaminato anche attraverso il fango delle strade o una nera fucina e che la accomuna alla sorella Lisa, l'ambiziosa salumiera del "Ventre di Parigi", dove però ben diverso era il simbolismo dell'opposizione bianco/nero. Ha sue caratteristiche, suoi desideri e una sua evoluzione: inizialmente tenera, remissiva, desiderosa di compiacere con la sua arrendevolezza gli altri, con piccoli desideri (aver da mangiare, un rifugio dove dormire e allevare decentemente i bambini, non essere picchiata); sviluppa poi golosità e pigrizia, fino a somigliare a una gatta bianca e grassa che adora acciambellarsi nella biancheria pulita; scivola poi progressivamente nell’abiezione della miseria, della promiscuità. del’alcolismo. Anche i personaggi maschili hanno rilievo: Lantier è un magnifico cattivo, piacione, sfruttatore e vigliacco; Coupeau in soggezione davanti alle donne della sua famiglia, poi timido corteggiatore, infine reso aggressivo dall’alcol che lo uccide; Goujet, il biondo gigante buono che conferma la tendenza per cui le donne della letteratura non hanno nessun discernimento quando si tratta di scegliersi un uomo… E tremenda è la sorte dei bambini: Gervaise, che appare priva di senso materno, si libera appena possibile di Claude; Etienne è preso a calci dal patrigno, mandato a 'fortunatamente' lavorare in officina, ignorato dal padre; ricordo una bimba di due anni così saggia che la si può lasciare a casa da sola perché non gioca mai coi fiammiferi, o quella che a quattro anni sorveglia la cena che cuoce sul fuoco, o quella che vede il padre massacrare di botte la moglie e si trasforma nella mamma dei suoi fratellini; o Nana, sempre allontanata e sgridata e maligna, e presentata come precocemente viziosa, e destinata quindi a perdersi nella prostituzione, perché precocemente esposta a promiscuità sessualmente esplicite. E sconfortante l’assenza totale del senso dell’amicizia: assistiamo a un ridda di alleanze che si formano e si sciolgono, a invidie e maldicenze e liti e sospette rappacificazioni, ma l’unico sentimento limpido che ho trovato mi pare che sia l’amicizia amorosa tra Gervaise e Goujet, che però rischia di relegare artisticamente al ruolo di santino il Goujet “dalla bella barba bionda”: se deve essere identificato da un epiteto fisso, vuol dire che è fra personaggi artisticamente meno vitali. Si stagliano nella memoria alcune scene magnifiche: nel cap. VI, lo splendido duello nella fucina tra i due cavalieri-fabbri, il biondo Goujet e Bec-Salé detto anche Boit-sans-Soif (e citato sempre con entrambi i soprannomi: l'unico caso che ho riscontrato qui in cui si avverte la presenza del taccuino di appunti!), con le loro mazze Fifine e Dédèle, battezzate col nome proprio come la Durlindana di Orlando, a cui assiste tra spaventata e compiaciuta la dama Gervaise. E l'opulento quanto angoscioso (ah, quel vestito e quella fede impegnati al Monte! ah, l'insistente presenza di Lantier! ah, l'infida amicizia di Virginie! ah, l'ubriaca assenza di Coupeau!) banchetto di compleanno di Gervaise, che sembra illustrare quel "Matrimonio campestre" davanti a cui siamo passati al Louvre, il giorno del matrimonio, nel cap. III. Importante la presenza delle macchine: il respiro di sottofondo della macchina a vapore nel lavatoio, il grande alambicco dell'Assommoir, la macchina della fucina che ruberà il lavoro agli operai. Zola, patito dei preannunci e dei temi ricorrenti, ci mette sull'avviso: sta arrivando la Bête Humaine! Creo che a restarmi nel cuore non sarà tanto la magistrale pagina della morte di Coupeau per delirium tremens (Zola mi ha abituato da tempo alla sua giornalistica capacità di documentarsi e di riversare nel racconto ciò che ha imparato facendosene divulgatore, oltre che alla sua funambolica abilità di descrittore), quanto il tono dimesso, in diminuendo, della morte di Gervaise, con il tenero, sommesso epitaffio del becchino ubriacone: “ Vai, ora sei felice. Fai la nanna, mia bella!” in cui si addensa tutta la pietà di Zola per chi non ha mai avuto alcuna chance nella sua vita.
LA BESTIA UMANA ***** maggio 2022
Oh, questa è roba forte. Ma chi è la bestia umana? Ce n’è un intero catalogo: Jacques, condannato senza appello dalla sua eredità di alcol e di follia (ma così bello, con i suoi occhi neri sparsi di pagliuzze dorate). Roubeau, brutale, di scarsa intelligenza, divorato dalla gelosia prima e dal gioco poi. Grandmorin, vecchiaccio pervertito sotto la sicura protezione della sua posizione sociale. Misard, subdolo, sorcesco avvelenatore. Flore, la grande vergine guerriera, trascinata dalla sua gelosia a gesti infami e poi al suicidio, che va incontro al fanale del treno come la falena che si brucia sulla fiamma. La stessa Séverine, per cui pure Zola ha accenti di simpatia, è poco più di una bestiola, una gatta in un primo momento docile, tenera, destinata a essere vittima degli uomini, e che si trasforma progressivamente accentuando le caratteristiche di pigrizia (ah, quel voluttuoso godersi il tepore del letto vuoto), scoprendo la sensualità, ignorando sempre ogni freno morale. E infine, vengono presentati come “bestiame umano” i soldati che nell’ultima, deflagratoria scena sono accatastati sul treno per essere scaraventati nel macello della guerra franco-prussiana.
L'architettura del racconto è diversa dal solito. Non c'è il solito capitolo introduttivo con la sfilata di tutti i personaggi, che in più di un'occasione mi ha costretto a prendere in mano il quadernino degli appunti - e di questo sono veramente grata a Zola. C'è un ripetuto trascolorare dal feuilleton al legal drama a un "Delitto e castigo" alla francese, ma sempre con l'accompagnamento, in sottofondo, del rumore dei treni che sottolinea l'azione e dà mano libera all'autore per esibirsi nelle descrizioni che sono il suo cavallo di battaglia (ma qui, più che altrove, le descrizioni ferroviarie sono funzionali alla narrazione). In "Une page d'amour" erano i panorami di Parigi, in "La faute de l'Abbé Mouret" erano le descrizioni del giardino, nel "Ventre di Parigi" e nel "Paradiso delle Signore" erano le merci in vendita: questo è il dominio dei treni. La Lison è umanizzata, nel nome come nella descrizione (ha un cuore, dei fianchi, le reni): mi viene in mente, nello "Scannatoio", il duello nella fucina con i due campioni armati di mazze, ciascuna col suo bravo nome come le spade dei paladini.
Un altro elemento ricorrente è il senso di predestinazione, di disastro incombente e inevitabile. Nessuno dei personaggi avrà la possibilità di sfuggire alla trappola infernale che il destino - sotto le specie dell’eredità genetica, del momento storico, del condizionamento sociale o della perfida immaginazione di Zola - ha preparato per lui.
E’ un drammone a tinte forti, di quelli che non si riesce a posare prima di averlo ingoiato tutto d’un fiato.
GERMINAL *** luglio 2022
Questo, più ancora che un dramma a forti tinte, è un monocromo, tutto nero. Gli operai delle miniere di carbone del nord della Francia vivono una vita di stenti, crudelmente sfruttati dai padroni che ingrassano e arricchiscono sulle loro miserie. Affamati, avvelenati dalla polvere di carbone, rassegnati a cercar di sopravvivere senza speranze di miglioramenti, senza vie d’uscita, in un abbrutimento fisico e morale che li porta a riprodursi ciecamente (come conigli, direi: se non ci fosse una coniglia bianca che è figura di dolcezza e serenità, e quindi destinata inevitabilmente al ruolo di vittima), nella più oscena promiscuità, considerando ogni figlio prima solo come una bocca da sfamare, poi solo come forza-lavoro. Finché non arriva Etienne, il figlio di Gervaise, che fa balenare davanti a loro la speranza di una possibilità di riscatto. Lo sciopero finirà in tragedia, ma ormai si è innescato nella popolazione dei “neri”, degli ultimi, un processo di evoluzione-istruzione-liberazione che, col tempo, cambierà le cose. Al grande tema sociale si intreccia il fil-rouge della tara genetica, follia e alcolismo, di Etienne, mescolata al triangolo passionale della donna contesa da due pretendenti. Intorno, come sempre, un folla di personaggi: i minatori, le donne (fortissime, se riescono a sopravvivere alla fame atavica, al lavoro bestiale, alle gravidanze a ripetizione, alle botte che i loro uomini non risparmiano; poi le più dure e feroci), i ricchi candidi, paffuti, profumati. Documentazione e descrizione, come sempre, magistrali. Insomma, tutto ineccepibile. Perché non mi entusiasma, allora? Penso all’episodio del soldato messo di guardia sul terrapieno: prima Zola lo fa parlare con Etienne, ce lo fa conoscere nella sua individualità-famiglia-paese-speranze, poi lo fa uccidere da Jeanlin, ragazzino amorale, corruttore, disumano nella sua crudeltà egoista e prepotente. E io in questo dittico di scene vedo spuntare l’artifizio letterario, la costruzione scenica, la regia un poco meccanica. Allo stesso modo, la potente impalcatura ideologica - che mette in scena l’anarchico russo, la nascita dell’autocoscienza di Etienne, il ruolo dell’istruzione, la forte figura della Mahode che passa dall’elemosinare strisciante al maledire chi pensa di tornare al lavoro tradendo lo sciopero e infine a un rassegnato ritorno al lavoro - ha delle pagine in cui le teorie darwiniane, socialiste, anarchiche vengono spalmate sulla pagina con il peso specifico del piombo. Insomma, continuo a sentire la costruzione, l’ideologia, la tesi, la preparazione a tavolino, prevalenti sulla vitalità artistica. Pazienza, non si possono amare tutti i libri che si leggono.
NANA *** ottobre 2022
Da un titolo famoso ti aspetti il massimo, ed è così che si va incontro alle delusioni. Dal punto di vista concettuale, l’assunto - fatto esprimere, nel romanzo, da un articolo di giornale - è che la bella Nana nasca, come una mosca d’oro, dalla putredine dei vicoli e da un’ereditarietà marcescente, dalla follia degli avi che in lei si esplica come mania sessuale, e che come un insetto immondo contamini tutto ciò con cui viene a contatto. Umanamente, il personaggio non ha una gran consistenza né una grande evoluzione: è bella, bianca bionda e grassa che pare dipinta da Rubens, allegra, superficiale, ingenuamente avida. Ogni tanto si innamora un pochino, ora di un ragazzino a cui distruggerà la vita, ora di un attore da cui verrà sfruttata e picchiata, e sarà pure felice di essere picchiata (sarà perché non ho avi matti, ma io questa non riesco mica tanto a crederla); ma nelle sue relazioni oscilla fra il professionale - sesso a pagamento, privo di coinvolgimento e di piacere - e il vizioso - sesso con tutti, uomini e donne, servi e signori, basta che respirino. Ingoia patrimoni come fossero caramelle, ma si fa imbrogliare dalla servitù e non è mai contenta né appagata. La sua strada è seminata di suicidi e rovina, ma in lei non c’è un’ombra di consapevolezza o di senso di responsabilità. Non c’è in lei nessuna evoluzione; funziona sulla pagina come in teatro: è bellissima, basta che non apra bocca. Zola conclude il racconto liberandosi un po’ sbrigativamente della sua protagonista, facendola prima sparire per ignoti lidi e poi ammazzandola col vaiolo, come se neppur lui sapesse più che infamie inventarle. Meglio risolti i personaggi di Muffet, combattuto fra l’educazione religiosa e la passione travolgente; o di Zoe, la cameriera impareggiabile e calcolatrice. Restano i soliti punti fermi di Zola: il senso di disastro sempre incombente, l’idea che non ci sia possibilità di redenzione, il tragico destino dei bambini (povero Louiset, condannato dalla marcia eredità del padre sconosciuto, dall’amore superficiale e distratto della madre, dalle cure interessate della zia: anche qui, nessuna speranza, e mille grazie al vaiolo).
THERESE RAQUIN **** ottobre 2022
Un romanzo giovanile, e uno dei migliori Zola che ho letto.