«Allora a mia mamma gli dici che c'ho sette. Ok? Promesso? Poi ti giuro che sette me lo merito davvero, anche otto... Va bene prof? Oh, buon Natale, eh! Viè qua, dai, fatte dà 'n bacetto!»
«La preside mi manda a chiamare l'ultimo giorno di marzo, mentre il sole e il cielo di un azzurro invadente promettono una primavera difficile, almeno lì, nelle classi; mi manda a chiamare dopo che ho consegnato i temi e assegnato i compiti per le vacanze, e ho visto i ragazzi infilare i libri di Pasolini e di Cassola, di Conrad e della Morante negli zaini con sopra scritto Lazio merda o Manila + Braian, dopo che ho sentito Sheila canticchiare De Andrè e non Gigi D'Alessio; mi manda a chiamare dopo che la bidella è passata per dire "via, si liberino i buoi!", e dall'espressione capisco subito che non mi dirà quel "brava" che mi aspetto».
Una trentenne che mai avrebbe pensato di fare l'insegnante, un professionale della periferia romana, adolescenti sentimentali, giovani fascisti, adulti iracondi, professori sull'orlo dell'abisso: tre trimestri nello sfascio della scuola italiana, in un libro che diverte e commuove allo stesso tempo.
Mooolto carino. Scorrevole, scanzonato, è breve ma ti regala tanti spunti di riflessione su quella che è la (disastrosa deriva della) scuola pubblica italiana, o quantomeno di una certa sgangherata scuola pubblica di periferia.
Nello specifico, qui, di un ecomostro sul litorale di Ostia, raccontato con tutto lo scorato disincanto della "pressoré" Silvia, giovane precaria romana alle prese con adolescenti problematici, coatti tatuatissimi più assidui dei giardinetti che dei banchi di scuola, fascistelli giovani e adulti dell'ultim'ora - visto che il precariato non si fa mancare nulla, neanche le classi serali gremite di dolenti madri di famiglia e ingenui rappresentanti delle forze dell'ordine cui il 7 e mezzo in italiano è stato dipinto come il lasciapassare "pe' fa carriera".
Devo ricordarmi di non leggere libri sulle scuole di periferia scritti da insegnanti e contenenti aneddoti su alunni, consigli di classi, e appunto periferie. Tolta l’immedesimazione con la risatina (che ora ci vien garantita in abbondanza da TikTok), pochino.