Poi è morto, ma quanto ridere!
La frase di apertura l'ho presa da una trasmissione televisiva, Torta di riso, dove i conduttori commentavano assurde scene di gente che faceva cose folli. In questo libro, però, Chiara Galeazzi ride di sé. Non è morta, questo no, pur prendendosi un accidente di quelli seri, molto seri, che spesso alla morte conduce... ma quanto ridere! A dire il vero non ho riso molto, non ho trovato qualcosa di particolarmente esilarante. Però ho sorriso moltissimo, questo sì, e ho trovato il libro davvero piacevole, davvero divertente.
Mi sono interessato a Poverina perché da tempo mi chiedo quanto possa aiutarci, il senso dell'umorismo, ad affrontare le difficoltà. Ne abbiamo a bizzeffe, di difficoltà da affrontare. A livello personale, a livello sociale, a livello globale. D'accordo, è facile fare ironia su chi ci governa, almeno fino a quando il governo non fa qualcosa di brutto direttamente contro di noi.
L'ironia al lavoro
Con alcuni colleghi - lavoro come formatore sulle cosiddette soft skills - stiamo cercando di capire se si può introdurre il senso dell'umorismo sul mondo del lavoro, da cui sembra essere assolutamente bandito: volete trovare un po' di ironia su LinkedIn? Auguri! (ho detto ironia, non sarcasmo e non banale presa in giro dei linguaggi del lavoro, che sono solo il rovescio della medaglia della stucchevole seriosità di cui è intriso il social del business).
Sto anche cercando di usare il senso dell'umorismo per parlare di crisi climatica e transizione ecologica, ma riuscirei a farlo se la siccità togliesse il cibo dalla tavola della mia famiglia, se un'alluvione mi devastasse la casa?
Il tabù più grande
Chiara Galeazzi non ci gira intorno e usa l'umorismo sul tema tabù per eccellenza: la malattia. In un paese in cui la parola 'cancro' la nominiamo quasi solo negli oroscopi, fare umorismo sull'emorragia cerebrale non è proprio una cosa banale. Galeazzi può permetterselo perché lo fa su di sé e lo fa in un modo che mi è davvero piaciuto.
Prima o durante?
Mi è rimasto un dubbio, però, che non sono riuscito a dissipare leggendo anche una bella intervista che ho trovato sull'Essenziale. Il senso dell'umorismo, l'ironia, la vena comica che domina questo libro e lo rendono piacevolissimo, Chiara Galeazzi, quando li ha usati? Dopo, una volta scampato il pericolo, o durante, mentre era lì che non sapeva bene come ne sarebbe uscita, mentre era rosa dall'ansia in attesa degli esami che le avrebbero detto se la causa era qualcosa di davvero grave oppure no? Sono strumenti che l'hanno aiutata a rielaborare il vissuto, o a vivere meglio situazioni parecchio complicate?
Quale che sia la risposta, il libro è davvero bello e mi pare stia avendo il successo che - secondo me - merita, anche perché aiuta tuttə noi a ripensare al rapporto con la malattia e, soprattutto, con le persone che incontriamo che una malattia la stanno vivendo o l'hanno vissuta.
P.s. questa lettura mi ha fatto venire voglia di andare in biblioteca e prendere Come siamo sopravvissute al comunismo riuscendo persino a ridere, di Slavenka Drakulić.