Sanguigna epopea dell'ascesa e dell'impero di Temujin (poi Cinggis Qan, da noi meglio conosciuto come Gengis Khan), la Storia segreta dei mongoli appare al primo sguardo piatta e monotona come la sua steppa. Una sequela di nomi impronunciabili avvitati in un loop di razzìe, vendette, battaglie, stragi, fughe e vittorie che nemmeno Il signore degli Anelli. Qual è allora il fascino di quest'opera così scabra che sembra scritta con sangue, tendini e ossa 'che scricchiolavano come rami secchi'? Forse in quella forza ferina e primigenia delle bellezze sudamericane alla Frida Kahlo, definite con timorosa ammirazione 'Que bàrbara, que afamada, que brutàl'? Forse nella ripetitività di una scrittura che nasce come tradizione orale, e finisce quindi per cullare, ipnotizzandolo, il lettore, allo stesso modo in cui passare un intero giorno fissando un'orizzonte 'vuoto' e sempre uguale, sia esso ghiaccio, steppa o deserto, fa scattare nel viaggiatore la nota sindrome. O forse, come scrive Fosco Maraini nella bella prefazione: 'Tutto avviene in così poco tempo che non è concepibile alcuna elaborazione; l'occhio ai fatti, come la mano del barcaiolo sta sulla barra del timone col mare arrabbiato. Il Kojiki è la biografia di un popolo che sa unire in modo straordinario, forse unico, il senso pragmatico alla sensibilità poetica, che costruisce il suo impero nei secoli; quasi una cerimonia; quasi un ikebana fra le stelle'.