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Il Golem e altri racconti

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Nel duomo di Praga un uomo scambia per errore il cappello con quello d'un intagliatore di pietre preziose del ghetto e rivive come in un sogno la sua vita. Da questo spunto narrativo prende le mosse il romanzo di Meyrink ricco di sogni, annunci cabalistici, simbologie desunte dai tarocchi e dai trattati alchemici, che rielabora le antiche leggende praghesi sul Golem, automa di creta, animato dalla volontà altrui per seminare distruzione tra gli uomini. Permeata da una cupa astmosfera di magia, quest'opera che, all'uscita a puntate nel 1913-1914, fu un vero e proprio best-seller, da cui sono state tratte due riduzioni cinematografiche, è di fatto una terrificante allegoria della lotta che ciascuno di noi deve ingaggiare per ritrovare se stesso.

Il Golem (ROMANZO, Der Golem, 1915)
La morte violetta (RACCONTO LUNGO, Der violette Tod, 1902)
La storia del leone Aligi (RACCONTO BREVE, Der Löve Alois)

254 pages, Paperback

Published May 1, 1994

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About the author

Gustav Meyrink

323 books328 followers
The illegitimate child of a baron and an actress, Meyrinck spent his childhood in Germany, then moving to today's Czech Republic where he lived for 20 years. The city of Prague is present in most of his work along with various religious, occult and fantastic themes. Meyrinck practiced yoga all his life.

Curious facts:

He unsuccessfully tried to commit suicide at the age of 24. His son committed suicide at the same age with success.

Meyrinck founded his own bank but was accused of fraud for which he spent 2 months in prison.

He worked as a translator and translated in German 15 volumes by Charles Dickens while working on his own novels.

Among his most famous works are Der Golem (1914) and Walpurgisnacht (1917).

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Displaying 1 - 4 of 4 reviews
Profile Image for Mara.
3 reviews
June 8, 2013
Uno sconosciuto dal passo incerto e dagli occhi a mandorla porta a riparare un libro antico all’intagliatore di pietre preziose del ghetto di Praga, Athanasius Pernath. In seguito alla lettura di questo libro, alla scoperta di un passato doloroso e al ricevimento di una lettera, dovrà districarsi tra intrecci passionali, visioni, avventure insolite in luoghi inesplorati e complotti vendicativi per ritrovare la propria identità, l’amore e la via della vita.

Dal mio un di vista prettamente personale, si tratta di un romanzo notoriamente difficile da leggere o capire a causa del suo linguaggio ermetico: io ho dovuto leggerlo tre volte, ma al di là dell’intreccio delle cospirazioni, dello sfondo filosofico ed esoterico ho compreso ben poco. Infatti mi sono vista costretta a fare una ricerca piuttosto accurata per poter comprendere a fondo questo romanzo, che a molti piace etichettare pigramente come “romanzo onirico” o “romanzo nero” avente libera interpretazione a seconda del lettore, ma che racchiude teorie profonde, anche se fortemente personali, dell’autore, legate al concetto di “spiritualità”, che di per sé non è facile da definire. Personalmente, al di là delle belle atmosfere e dei personaggi molto particolari, trovo che sia un romanzo che possa far riflettere sulla nostra condizione: siamo dei “risvegliati”, padroni del nostro destino, o lasciamo ci lasciamo sopraffare dalla morsa soffocante delle nostre false sicurezze e paure?

Il presente romanzo alchemico è influenzato dalle correnti romantiche dell’epoca e in quel tempo ci fu un notevole sviluppo della letteratura fantastica in lingua tedesca; inoltre sono presenti dei riferimenti junghiani al mondo dell’inconscio collettivo, degli archetipi e del percorso di “individuazione”, ma ciò che influenzò maggiormente le opere letterarie di Meyrink furono le sue esperienze decennali nei campi spirituali, religiosi, spiritici, alchemici e massonici. Gli elementi narrativi derivano dalle sue visioni – provocate perlopiù dalla sperimentazione diretta di ogni tipo di veleni e allucinogeni – e vengono ripresi come simboli della sua esperienza personale (“Tengo più alle mie teorie, che sono una pratica e una vita, che alle mie creazioni artistiche, che non sono che simboli e involucro”, cit.). Difatti , si può aggiungere che questa opera ha uno stampo autobiografico: da citare l’esperienza del ghetto, l’ingiusta incarcerazione narrata nel romanzo e la descrizione dei tentativi di suicidio da parte dei personaggi.

“Ascolta e comprendi: l’uomo che è venuto da te, e che tu chiami il Golem, raffigura il risveglio dell’anima attraverso la vita più intima dello spirito. Ogni cosa sulla terra non è che un simbolo perenne rivestito di polvere […] Colui che è stato destato non si addormenta più. Il sonno e la morte son una cosa sola”.
“Allora… non morirò mai?”
Questo passo racchiude in sé buona parte della filosofia di Meyrink, derivante dalla convinzione che ognuno sia il dio di sé stesso e possa diventare padrone del proprio destino, però è necessario risvegliare questo dio interiore incamminandosi nel percorso verso la piena conoscenza di sé stessi. Così il “risvegliato” diventa immortale, il suo stato diventa indipendente dalla realtà esterna e diventa uno degli unici veri “viventi” che non si comporta come l’ombra di sé stesso. Questa filosofia agisce da perno della trama: il romanzo descrive infatti il “sentiero del risveglio” del protagonista, non per niente Athanasius deriva da A-thanathos con alfa privativo, che significa “immortale” (la lettera ebraica “Aleph”, di cui si parla anche nel romanzo, rappresenta il legame tra il mondo terreno e il mondo ultraterreno).

Tenendo quindi presente che il romanzo non è altro che un’allegoria del cammino che ognuno dovrebbe percorrere per ritrovare il proprio Sé puro, è necessario riportare il significato dei simboli centrali della trama del romanzo:
• Il GOLEM: le origini della parola Golem sono riconducibili ad un passo biblico, precisamente il Salmo 139:16 : “I tuoi occhi videro la massa informe del mio corpo, e nel tuo libro erano già scritti tutti i giorni che erano stati fissati per me anche se nessuno di essi esisteva ancora.” (la Nuova Diodati), dove per “massa informe” si riferiva all’embrione, ma nel romanzo si riferisce alla storia che lo stesso amico del protagonista racconta:
“[…] la prima versione della storia risale, dicono, al diciassettesimo secolo. Si dice che un rabbino, servendosi di un’antica formula, avesse costruito un uomo automatico e gli avesse fatto suonare le campane della vecchia sinagoga ed eseguire altri lavoretti del genere. Ma non aveva fatto un vero e proprio uomo; era piuttosto una specie di pianta animata, per così dire. E la sua vita, o quel che fosse – si racconta- derivava da una ricetta magica che gli veniva messa tra i denti ogni giorno, e che calamitava ciò che si chiamava “la libera forza siderale dell’universo”. E, siccome una sera, prima della preghiera, il rabbino dimenticò di togliere la formula dalle labbra del Golem, quell’essere si infuriò e andò in giro per le strade distruggendo tutto come un leone. Infine il rabbino riuscì a controllarlo e distrusse la formula. L’essere cadde in pezzi. L’unico ricordo che ne resta è la figurina di creta che si mostra al pubblico nella vecchia sinagoga.”
Nonostante nel romanzo sembra che il Golem abbia caratteristiche fisiche ben delineate, alcune persone riescono a riconoscersi nei suoi lineamenti, come trovandosi davanti ad uno specchio: è il tema dello sdoppiamento dell’io, del doppio. Il Golem ritrae la cattiva coscienza degli abitanti del ghetto, è l’immagine del “rimosso”, e produce dunque paure e diviene così presagio di morte.
• Il GHETTO: Meyrink ritrae la crisi della sua epoca attraverso un luogo degradato in cui si concentra la tradizione della cultura mistica ebraica, e le cui condizioni vengono ben descritte dall’io narrante:
“Lo spirito del delitto cammina, intangibile, giorno e notte, per queste strade, cercando un uomo in cui annidarsi. Fluttua nell’aria, e noi non lo vediamo. Improvvisamente ghermisce un’anima: eppure, nemmeno allora ci accorgiamo della sue presenza e, anche se ne avessimo la percezione, esso volerebbe subito via e l’attimo passerebbe.
In un baleno avevo risolto l’enigma di tutte le fatidiche creature con le quali vivevo. Avevo svelato il loro segreto: esse erano trascinate volenti o nolenti per tutta la vita da un’invisibile corrente magnetica proprio come il mazzolino da sposa era stato trascinato lungo la fogna puzzolente.”
• L’ERMAFRODITO: viene accennato solo all’inizio e alla fine del romanzo, ma è centrale per la comprensione della base filosofica della trama; secondo Jung, infatti, è il simbolo dell’unificazione degli opposti (nel caso specifico, dell’individuo con il divino).
• La CABALA: è un sistema di pensiero di tipo gnostico che ha cercato di dare una visione razionale del mondo e di riconoscere agli individui il potere di trascendere la natura umana per ricongiungersi con il divino, cioè la ricerca della propria vera identità, in cui è centrale il concetto di potenza creatrice e creativa di Dio. Nella teoria cabalistica ogni fase del processo creativo di Dio si è cristallizzata in un mondo a sé stante, originando così quattro mondi in tutto: dallo stato primario Divino, sede degli archetipi, a quello Creativo, quello della Formazione e infine della Materia, quello in cui si districa la nostra comune esistenza; tutti questi mondi si compenetrano l’un l’altro e sono collegati tra loro, percorribili da chi a ciò è predestinato (come è successo al protagonista nel ricevere il libro Jbbur, ovvero “La fecondazione dell’anima”) e abbia sufficienti conoscenze e capacità. La convinzione dell’esistenza di diversi piani di realtà racchiude il concetto di esistenza di una pluralità di anime all’interno di una persona, in grado di entrare in questi piani, la più importante delle quali è la “neshamah”, l’anima che si manifesta quando l’individuo schiude i suoi poteri superiori di apprendimento e rappresenta il potere intuitivo che collega l’umanità alla Divinità. È di questo stato e di questo destino che il protagonista fa riferimento nel romanzo:
“Non potevo dubitare di possedere da lungo tempo facoltà nascoste. La loro forza urgeva dentro di me in un modo che non mi permetteva di ignorarle.
‘Sentire’ il significato delle lettere, non limitarmi a registrare meccanicamente con gli occhi quelle che componevano i libri, ma trasformare una parte di me in un interprete che traducesse il significato degli inespressi suggerimenti dell’istinto…” […]
“Come uno che si trova trapiantato in mezzo a un deserto sabbioso, esteso a perdita d’occhio, mi resi conto, per un’improvvisa autorivelazione, dell’enorme abisso che vi era fra me e gli altri uomini […]”.

Per approfondire ulteriormente il romanzo:
- http://riviste.unimi.it/index.php/Stu...
- http://it.scribd.com/doc/38504907/Pie...
Profile Image for livia.
34 reviews
January 21, 2021
ci guardavamo negli occhi; ognuno di noi era l'orribile specchio dell'altro.

traduzione discutibile ma è stato interessante
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