Tolkien è un autore di cui si è detto tutto e il contrario di tutto. E così ci ritroviamo con un uomo di destra e di sinistra, un ecologista antiglobal e un protofascista inneggiante al superuomo. Gli autori di questo saggio cercano di far emergere il vero carattere del grande scrittore inglese indagando sulle ragioni della lettura schizofrenica di un'opera amatissima, evitando di applicare nuove etichette al caso letterario che "Il Signore degli Anelli" ha rappresentato nel panorama del Novecento.
Tra le tante opere che affrontano Tolkien e la sua smisurata opera esiste anche questo libro.
Ma perché esiste una tale produzione di libri su Tolkien e la sua opera? Che cosa c’è di speciale? Non si tratta forse di favole per bambini cresciuti poco e male? Be’, no.
Questo forse è uno dei libri che affronta il professore di Oxford, travolto dal successo in tarda età, in modo corretto e approfondito. Benché sia difficile, in un solo libro, riuscire a essere davvero completi, vista la vastità di interessi di Tolkien. Interessi che venivano riversati anche, e soprattutto nei suoi libri.
Ma parliamo di questo libro. Che innanzitutto spazza via le letture superficiali sull’opera di Tolkien. Che non scrisse affatto Il Signore degli Anelli per pubblicare un’opera morale, o per mettere in scena l’eterna lotta tra bene e male, come tanta critica ancora adesso ribadisce. Sbagliando.
Sin dalla sua infanzia, Tolkien inventava lingue. Crescendo si appassiona, e poi diventerà un rinomato filologo, e tra le lingue che più apprezza ci saranno il finnico e il gallese. Ma poi inventa una lingua completa, quella degli Elfi, certo. E quando si dice “lingua completa” intendo quello che pensi: che la puoi studiare e imparare.
Il problema è che una lingua per esistere davvero ha bisogno di un’ambientazione storica. Ecco perché nasce Il Signore degli Anelli. Per permettere a quelle lingue di esistere, e anche per parlare di una realtà che non si conosce più, perché si è dimenticata. Ma ha ancora tanto da offrire.
Non solo. Tolkien con la sua opera riprende tanti elementi che troviamo nel mondo nordico pagano. Uno su tutti: i nomi dei nani che troviamo ne “Lo Hobbit” sono presi da un poema norreno intitolato Edda di Snorri. Se lo leggi, ci trovi esattamente i nomi dei nani, quali Thorin, Bifur, Kili, Fili, eccetera eccetera. Ma Tolkien fa qualcosa di molto più ambizioso.
Innanzitutto vuole regalare una mitologia all’Inghilterra, ma una nuova mitologia capace di offrire ai lettori non degli elementi presi dall’antica mitologia e trasposti identici all’interno della sua opera. Il Signore degli Anelli è rivoluzionario non solo perché introduce gli Hobbit, mentre gli altri elementi, come i maghi per esempio, o i cavalieri, c’erano sempre stati.
Soprattutto, rende eroi gli Hobbit che non sono niente di speciale. Se ne stanno chiusi nella loro Contea e guardano con diffidenza a tutto quello che sta fuori. E Bilbo è considerato strano proprio perché era andato alla ricerca del tesoro coi nani, e viene ancora e sempre considerato bizzarro.
Ma il cuore del Signore degli Anelli, è la rinuncia all’anello del potere. Se tutte le fiabe o i miti prevedono alla fine il trionfo dell’eroe che trova quello che cerca.
Il Signore degli Anelli celebra dei personaggi che hanno uno scopo solo: liberarsi dell’anello del potere.
Aggiungiamo questo: il libro pone in giusto risalto il fatto che non c’è manicheismo. Alla fine Gandalf ricorda che Sauron è solo un emissario del male, e che questo, quindi, tornerà presto. Sta alla responsabilità del singolo scegliere da che parte stare.
Gandalf, il più bizzarro mago mai esistito perché in fondo fa ben poco di magico, afferma di essere diventato quello che doveva essere Saruman. Indicando quindi che il destino del suo collega sarebbe stato ben diverso, se avesse scelto di stare con gli uomini, anziché contro.
E poi: Gollum era un hobbit, ma è un assassino e ladro, e quindi l’idea della Contea come paradiso non ha ragione di esistere. Frodo stesso, afferma di faticare a credere che fosse un hobbit, e si rammarica che Bilbo non lo abbia ucciso.
Ma se lo avesse ucciso, l’anello del potere non sarebbe mai stato distrutto. Perché Frodo, nel ventre del monte Fato, dichiara di non voler fare quello per cui era venuto. Vuole tenersi l’anello e sarà proprio Gollum che, staccandogli un dito a morsi, riuscirà a portare a termine la missione.
E se Gollum non torna a essere “buono”, la colpa è proprio dei buoni, di Sam che lo maltratta, in un preciso punto del libro “Il ritorno del re”, chiudendogli in faccia la porta di una possibile redenzione.
Il libro poi ha il pregio di raccontare un po’ della fortuna de Il Signore degli Anelli. Piratato negli Stati Uniti, in breve diventa popolarissimo, e considerato il testo per eccellenza del movimento Hippy, mentre in Italia viene letto in modo sbagliato.
Viene appunto considerato manicheo, poi si dice che è un’esaltazione del paganesimo (Tolkien era cattolico e frequentava la messa ogni giorno, e pregava in latino. Amava i miti nordici ma ne vedeva anche i limiti. Limiti che Il Signore degli Anelli indica e supera esaltando comunque la figura degli Hobbit).
Certo, Tolkien era un conservatore, contrario alla modernità che celebra solo il progresso e denigra ogni spinta metafisica perché giudicata roba vecchia, della tradizione. Non aveva nemmeno il televisore. Ma non esalta nemmeno la chiusura. Sia Bilbo che Frodo “escono” dai loro angusti confini. Sam è un semplice giardiniere, ma ben presto si rende conto di quanta ricchezza ci sia fuori dalla Contea.
Soprattutto, se tra elfi e nani esiste rivalità, disprezzo e diffidenza, alla fine tra Legolas e Gimli ci sarà solo amicizia. Popoli distanti, che imparano ad apprezzarsi.
Insomma. Credo che se uno desideri uno sguardo più completo e accurato all’opera del professore di Oxford, questo libro potrebbe essere molto utile.