Avevo già letto, di Nedjma, “La traversata dei sensi”. Non mi aveva convinto molto, come ho scritto nella mia recensione, a causa di un senso generale di improvvisazione; un libro che, fatta salva qualche pagina ben riuscita, sembrava scritto in modo del tutto improvvisato, privo di un progetto.
E probabilmente era proprio così; doveva trattarsi del secondo libro di un’autrice “per caso”, scritto probabilmente su pungolo dell’editore dopo l’improvviso e immediato successo del primo, questo, decisamente migliore. Non mi risulta che ce ne siano stati altri; del resto Nedjma non ha nemmeno potuto giocarsi la carta del personaggio mediatico, a causa del ferreo anonimato che ha scelto. Qualcuno, secondo il principio che parlare di sesso - e goderne - è una cosa da uomini, ha prontamente affermato trattarsi di un uomo, ma non è la mia impressione.
Badra, l’io narrante, racconta qui la propria storia. Nata in un villaggio del Marocco, è immediatamente segnata dalla vita tra l’islamico e il tribale che ci si immagina propria di quei luoghi: norme sociali rigidissime che non si discutono, si seguono e basta; ovviamente matrimonio combinato; una sessualità scacciata e nascosta che si insinua negli interstizi della vita di tutti, soprattutto se adolescenti, maschi e femmine (“soddisfarsi” tra pari del proprio sesso non sembra essere un peccato e nemmeno una pratica omoesessuale); le più zelanti guardiane dell’apparenza e della repressione sessuale sono, ovviamente, le sue prime vittime, le donne; gli uomini, quando possono, frequentano prostitute o si accoppiano con animali, pur di “sfogarsi”, e anche se proabilmente Allah non è contento non sembra a nessuno una cosa poi così anomala. Poi, ovviamente, l’imperativo è fare figli, tanti e subito.
Questo nella prima parte del libro, che comunque non ha un andamento del tutto lineare, essendo pieno di flashback; nella seconda, la giovane sposa, che comincia ad essere malvoluta per il fatto di non riuscire a far figli, scappa e va a vivere a Tangeri da un’altra donna, una sua zia che la “fuga” l’aveva già compiuta anni prima. E qui, quando avevo già acquisito il fatto che questo, più che un romanzo erotico, fosse un libro di denuncia sociale, le cose cambiano, e di molto.
La giovane protagonista, in parte ispirata e istigata dalla zia, comincia a frequentare gli ambienti di Tangeri, tanto diversi dal villaggio berbero da cui proveniva, e almeno in parte molto “occidentalizzati”, culturalmente e sessualmente, in cui la sessualità etero ed omo, pur perseguita e censurata a parole, è di fatto molto sdoganata. Qui conosce un ricco medico, Driss, e ne diventa l’amante; in realtà dire “amante” è forse improprio, dato che il personaggio in questione sembra aver rinunciato a tutto, anche al matrimonio, pur di fare una vita scatenatamente libertina, anche con qualche coloratura omosessuale, in cui ovviamente coinvolge Badra. Lei da un lato, in tutta questa sessualità, trova un appagamento e una pienezza esistenziale che non aveva mai avuto prima, quando al suo villaggio non poteva far altro che nutrirsi nascostamente delle briciole di un mondo che era moralmente precluso a lei e a tutti; dall’altro ho temuto che il libro stesse prendendo quella fastidiosa china della donna che, pur avendo molto, vorrebbe tutto (quanto meno esclusività e matrimonio) arrivando ad usare mezzi non troppo leciti per averlo o azzerandosi e annullandosi per tutti, sé stessa e il proprio amante compresi. Qualche reminiscenza a caso: Brooke Magnanti - Belle de jour, proprio lei che dovrebbe essere la regina del sesso libero e selvaggio, che mette un software spia nel computer del suo pressappoco compagno per sapere cosa fa senza dirglielo; la protagonista di “L’amore infedele” di Cameron S. Redfern che a un certo punto sparisce e non si capisce se sia morta, si sia suicidata, se ne sia andata, o abbia preso a vagare nelle nebbie della follia; Aviva, l’ineffabile violoncellista di “Diario di un’adultera”, di Curt Leviant, che molla il suo amante - adulteri tutti e due peraltro - dato che la cosa non le basta più, e la rottura dell’equilibrio la porterà ad essere uccisa dal suo marito legittimo (anche se mi è sembrato uno scioglimento motivato più dalla necessità di far terminare in qualsivoglia modo una narrazione, peraltro bellissima, che da reali esigenze narrative); la protagonista di “Contro natura” di Jenny Diski che si libera e si vendica del proprio amante restio a legarsi costruendo un’accusa ad hoc per farlo passare da maniaco sessuale e facendolo arrestare dalla polizia (con quali esiti il libro non lo dice, ma la cosa, in un testo dichiaratamente autobiografico, pare avere più il carattere di un sollievo psicologico per il proprio vissuto che non uno scioglimento narrativo); “La puttana santa” di Heide-Marie Emmermann, in cui l’ex teologa mette una pezza alla sua sofferenza diventando prima prostituta e poi dominatrice (e finalmente l’amante torna, innamorato e sottomesso). Questi sono i primi titoli che mi sono venuti in mente sulla tematica dell’”adesso basta”, ma di sicuro ne ho letti anche altri.
Questo è quello che temevo. Invece, dopo che i due si sono lasciati (con discorsi che comunque manifestano un’affezione non superficiale anche da parte di lui), dopo una vita sessualmente scatenata, con e senza Riss, quando, ormai raggiunta la maturità e ormai abbiente e pensionata, lei decide di tornare al suo paese, lui si rifà vivo, vecchio e malato, e le chiede di poter venire con lei. E lei, inaspettatamente, accetta.
Insomma, un libro decisamente apprezzabile. Che, se da un lato mi ha confermato nel mio disgusto di modi di vivere in cui ogni libertà è negata o al massimo clandestina nel nome di una morale religiosa e di convenzioni sociali velenose e opprimenti, dall’altro mi ha regalato molte pagine decisamente eccitanti.