Perduto spirito, pianto dal vento, torna ancora
“A stone, a leaf, an unfound door; of a stone, a leaf, a door. And of all the forgotten faces. […] Naked and alone we came into exile. In her dark womb we did not know our mothers's face; from the prison of her flesh have we come into the unspeakable and incommunicable prison of his earth”.
“Un sasso, una foglia, una porta nascosta; di un sasso, una foglia, una porta. E di tutti i volti dimenticati. Nudi e soli siamo venuti in esilio. Nel suo oscuro grembo non conoscemmo il volto di nostra madre: dalla prigione della sua carne siamo giunti all'indescrivibile e indicibile prigione di questa terra.”.
Straordinario, turbolento, inarginabile, eccessivo ragazzo della North Carolina, così si presenta nel 1929 Thomas Clayton Wolfe al più famoso editore del tempo, Max Perkins della Scribners's Son, già scopritore di Hemingway e Fitzgerald. E insieme dall'alto dei suoi due metri e dal basso delle sue stravaganti radici, gli racconta della sua famiglia, di quei personaggi artistici e esuberanti e insopportabili che sono i suoi genitori, dalla cui unione sgangherata discende questo giovane e ambizioso scrittore, ultimo di otto figli, carico e sbandato per via di quella casa nativa colma di tristezza, incomprensione, incuria, solitudine, infelicità. Il padre è uno scalpellino di lapidi e pietre tombali, bevitore capace di declamare tanto Shakespeare quanto John Bunyan; la madre è una donna infaticabile e instabile, con un talento per gli investimenti immobiliari e proprietaria di una pensione che diviene luogo aperto e di passaggio per un'umanità libera, romanzesca e perduta. Così nasce il protagonista del libro, un angelo, uno straniero, un tormentato viaggiatore e ricercatore, con la sua storia fatta di incanto e mistero. Il discorso debordante e inesausto di Wolfe sul romantico mito americano è costituito per descriverne l'incertezza e l'insicurezza come tratti congeniti e più umani, per esprimere nella parola letteraria quello stato di fanciullezza che ha sete di vita ed è insaziabile nella scoperta di sé e del desiderio. In esso si genera il conflitto con il mondo inabissato e fantasma, come dimensione inevitabile di quel viaggio intimo nella grazia della fragile coscienza di sé e nell'anima increata dell'essere umano. La lettura è inquietante e inebriante e si sorregge su una tensione realistica e lirica che si svuota nell'estasi dell'elenco e del catalogo, nel rispecchiare la terra e il paesaggio come forme da abitare in senso psichico e passionale oltre che fisico. Troviamo più Whitman che Joyce quindi a guidare i passi di Eugene che percorre la propria strada nel mondo, inventandola con caotica onestà e intransigente ossessione, includendo l'impulso originario e escludendo la presa sul reale, verso un'immaginazione fantastica che rende tutto possibile, atemporale e metafisico, ma insieme violento e audace. Così T.C. Wolfe traccia l'identità nomade del carattere dell'uomo americano e esplica il cambiamento come spinta necessaria nella sua vocazione all'autentico e al naturale. Nell'uso di toni sarcastici e sentimentali a dipingere lo sfacelo domestico e l'ostilità familiare, in un eterno teatro insonne, Wolfe rivela un profondo senso di empatia e altruismo, un'amara inclinazione alla tenerezza e al suo opposto e contemporaneamente il suo personaggio timido e affascinante, tumultuoso e grandioso si sente aggredito e impedito dall'universo circostante di Altamont, dei Gant e dei Pentland, vedendo nel primo orizzonte, nel cerchio dell'infanzia e della carne un nemico temuto e imbattibile, simbolico e presente, così incarnato nel dolore e nei suoi demoni, in personaggi più grandi del vero, che tradiscono se stessi, perseguitati dalle promesse e dal destino, in un Sud fanatico e visionario. Eugene, il nostro eroe, vi oppone una fede inattaccabile in una sregolata felicità e nella forza primordiale delle cose naturali. Wolfe è uno scrittore eclettico e esistenziale, egocentrico e febbrile, potente e originale; la sua scrittura fluviale è stata descritta dalla critica come indomita e spontanea, senza misura e senza controllo. L'eroe di Wolfe nutre un assoluto disprezzo per l'ignoranza e la vigliaccheria e pronuncia un'irrevocabile condanna per l'odio che il mondo prova per chi non sia nel suo profondo corrotto, sconfitto, idiota. Egli è ossessionato dalla vita come idea di vittoria e da un'epica dell'io che contrasta il negativo ed è rifugio dal degrado. La narrazione impetuosa non celebra il mondo, ma cerca di trascriverlo, di ripeterlo, di assimilarlo dentro di sé, nelle contraddizioni e nelle aporie. Come solo la grande letteratura cerca sempre di fare, cogliendo l'occasione di una poetica e inesauribile speranza, di uno sguardo inedito su una nuova nascita e un antico naufragio.
“Adesso so questo: sono sinceramente convinto di essere inevitabile. Ormai possono fermarmi soltanto la pazzia, o la malattia, o la morte... La vita non è tutta cattiva, ma neppure tutta buona, non è tutta brutta, ma neppure tutta bella; è vita, vita, vita: l'unica cosa che conta. E' selvaggia, crudele, benevola, nobile, appassionata, generosa, stupida, brutta, bella, penosa, gioiosa, è tutto questo e altro ancora, e io voglio conoscerlo; e per Dio lo conoscerò, dovessero pure crocifiggermi. Andrò in capo al mondo per trovarlo, per comprenderlo. Quando avrò finito conoscerò questo paese come il palmo della mano, e lo metterò nero su bianco, e ne farò qualcosa di vero e di bello”.
Da una lettera alla madre Elizabeth.