Quando sembra calare il sipario sullo splendore di un Paese, sulle sue passate ricchezze, si aprono due possibilità. Abbandonarsi al tramonto, oppure cogliere, nel presente, i segni del futuro. Le nostre vite senza ieri sceglie questa seconda strada e, non senza un bagliore di struggente nostalgia per gli anni della crescita spontanea dell'economia nazionale e mondiale, volge lo sguardo ai figli, ai ragazzi di oggi: a coloro che dovranno risollevare le sorti dell'Italia e del mondo; a coloro che hanno ereditato dai propri genitori – per la prima volta dopo tante generazioni – un mondo più povero e meno accogliente; a coloro che dovranno misurarsi, senza regole certe, con coetanei agguerriti da tutto il mondo e non solo dal paese accanto; a coloro che dovranno dimenticare il proprio "ieri" per aggredire il "domani"; che dovranno avere, e tradurre in realtà, idee che i propri genitori non potranno e non dovranno capire, altrimenti sarebbero idee già vecchie e inutili; a coloro che chiedono fiducia, almeno fiducia. Il nuovo libro di Edoardo Nesi – Premio Strega 2011 per Storia della mia gente – è un messaggio nella bottiglia, un intreccio inestricabile e misuratissimo di nostalgia, entusiasmo per la vita, il lavoro; è una lama che entra – con la precisione che solo la Letteratura ha – negli aspetti più vivi e dolenti ed essenziali della realtà che ci circonda.
Edoardo Nesi is an Italian writer, filmmaker, and translator. He began his career translating the work of such authors as Bruce Chatwin, Malcolm Lowry, Stephen King, and Quentin Tarantino. He has written five novels, one of which, L'età dell'oro, was a finalist for the 2005 Strega Prize and a winner of the Bruno Cavallini Prize. He wrote and directed the film Fughe da fermo (Fandango, 2001), based on his novel of the same name, and has translated David Foster Wallace’s Infinite Jest.
Nesi, Edoardo (2012). Le nostre vite senza ieri. Milano: Bompiani. 2012. ISBN 9788845269479. Pagine 157. 9,99 €
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Edoardo Nesi è uno che sa scrivere bene. "Ha una grande facilità di scrittura," si dice in questi casi. E si dovrebbe dire invece che ha una grande facilità di lettura: perché siamo noi, i lettori, che leggiamo con piacere e leggerezza, e il tempo ci vola via. So nel mio piccolo, e lo immagino per un professionista come Edoardo Nesi, che scrivere è tutt'altro che facile e, nella maggior parte dei casi e delle situazioni, costa tempo e fatica.
Ho già raccontato che ho incontrato Nesi per caso (sembra il nome di un gruppo musicale a cappella, i Nesi per caso ) guardando il documentario di Daniele Vicari Il mio paese. E ho scritto anche che prediligo il Nesi romanziere (quello che ci ha dato il bellissimo L'età dell'oro) rispetto al Nesi non-fiction (quello di Storie della mia gente).
Purtroppo la critica ufficiale non la pensa come me. O forse, come spesso accade, la critica ufficiale non ha il coraggio di dare un premio a uno scrittore che considera non ancora sufficientemente affermato e poi gli attribuisce il premio, anni dopo, per un'opera meno bella. È successo, secondo me, anche per il suo conterraneo Sandro Veronesi (Caos calmo era bello, ma folgorante fu Gli sfiorati, uscito almeno 15 anni prima) e a Maurizio Maggiani (La regina disadorna e Il coraggio del pettirosso sono entrambi molto più belli, secondo me, de Il viaggiatore notturno). Sia come sia, Nesi lo Strega l'ha vinto con Storie della mia gente; un po' tardivamente, come rileva quasi con stupore lo stesso Nesi:
Il libro è candidato al premio Strega e, dopo più di un anno dalla sua uscita, è improvvisamente resuscitato. [789]
Dopo il Premio Strega tutti si mettono a leggere il libro, che a fine luglio arriva primo in classifica e ci rimane per due settimane. [811]
Il risultato (immagino e temo) sarà stato che la casa editrice avrà premuto per un tempestivo sequel e lo stesso Nesi avrà sentito la necessità interiore di proseguire e completare il discorso avviato con Storie della mia gente. A conferma della mia sensazione ho trovato questa sua anticipazione del nuovo libro sul sito bol.it:
Il libro sarà un diario dell'ultimo, folle anno della mia e delle nostre vite: il tentativo d'illustrare un mondo in cui l'economia pare sfuggire alla logica, gli Stati Uniti d'America rischiano di fallire e l'euro di crollare mentre il nostro Presidente del Consiglio vive i suoi giorni nell'impotenza politica, accusato – con qualche ragione, parrebbe – di reati infamanti. Sarà anche un libro intimo, però, popolato d'un caravanserraglio di personaggi. Presenterò la pars construens di 'Storia della mia gente' – nelle mie speranze una sorta di manifesto per il lavoro e per un'economia nuova e forse anche per una nuova Italia di sviluppo e crescita guidati dalla cultura. Un'avventura che a me pare del tutto possibile e persino vicina, e che potrebbe ricordarci i giorni vicini in cui il futuro era per tutti – o quasi tutti – un gran regalo brillante. (Edoardo Nesi)
Date queste premesse, capirete che mi sono avvicinato al nuovo Nesi con un misto di aspettative e sospetti. Ma subito ho avuto una bella sorpresa: il ritorno, per un lungo addio, del vecchio caro Ivo Barrocciai. E poi, come scrive lo stesso Nesi, il futuro:
Ricorda con struggimento il passato solo chi teme il futuro [180]
Al passato, però, vorrei dare l’addio che merita. Chiederò l’aiuto di un carissimo amico che non sento da un po’ di tempo: quel vecchio pirata che m’ha insegnato che, quando si deve lasciare una persona che abbiamo amato, bisogna farci l’amore per l’ultima volta. Meglio che si può. E poi andare avanti. [183]
Il resto del libro è, come dicevo, più vicino a Storie della mia gente che a L'età dell'oro, e forse non poteva essere altrimenti. E poi, avendo appena letto Reality Hunger di David Shields non posso non notare che Edoardo Nesi ha saputo cogliere ante litteram, o quasi, questa interessante tendenza verso il memoir. Il che non significa però che – come già era accaduto con Storie della mia gente – io sia completamente d'accordo con tutte le analisi e le proposte.
In molti momenti lo sento molto vicino a me, Edoardo Nesi – che ha una dozzina d'anni di meno: anche nelle invettive e nelle speranze frustrate, ma mai come quando parla di La vita è meravigliosa, un film che adoro e che anch'io – giuro che è vero – vado a cercare sui canali televisivi ogni notte di Natale.
Prima di terminare la mia recensione e di passare al consueto florilegio di citazioni dal libro, vorrei fare a Nesi 2 appunti di uso linguistico (sommessamente, perché i miei panni non li lavo né in Arno né in Bisenzio, ma al massimo a Po o nel Tevere):
Nesi usa (ben 3 volte in questo libro) il verbo vagellare, che sono dovuto andare a trovare nel Vocabolario Treccani, che lo dice equivalente a vacillare, ma toscano o letterario (e, aggiungo io, anche un po' lezioso): 1. Vacillare, tremare, non essere fermo e sicuro come di norma: la testa le vagellava talmente, da sentir bisogno di appoggiarsi al muro (Capuana); sudava freddo, si agitava un po’ su la seggiola, l’occhio gli vagellava (Pirandello). 2. Vaneggiare, delirare, farneticare (per febbre, passione, pazzia, fissazione): il malato vagellava; anche con gli usi estensivi di vaneggiare (sragionare, parlare a vanvera, pensare o dire cose assurde e strane, ecc.): O io vagello sempre colla testa, O qui vanno i dementi a processione (Giusti); tu vagelli, caro mio! La mia seconda obiezione è più difficile da mettere a fuoco. Nesi usa "si avvia" dove io userei "ci si avvia". Ad esempio, scrive Nesi: «Si avvia a dibattere apertamente della possibilità di fallimento del nostro paese …». E ancora: «… ecco che siamo già in città, e si avvia a divincolarci dal traffico». Di nuovo, e per me particolarmente stridente (e non solo perché sono interista): «… e bisogne resistere agli attacchi del Real Madrid, che non è certo venuto a Milano per perdere, e di colpo si avvia a soffrire perché si ha paura di prendere gol alla fine …». Infine: «Si avvia a scambiarci le prime spallate sgarbate …». Qui il Vocabolario Treccani aiuta poco, perché fa esempi tutti all'infinito: «Come rifl. o intr. pron., avviarsi, mettersi in cammino, dirigersi verso un luogo per raggiungerlo: avviarsi a casa, verso la stazione; finita la partita, il pubblico s’avviò verso l’uscita; e in senso fig., avviarsi verso una meta ambiziosa, verso la propria rovina. Anche assol.: sarà l’ora di avviarsi; io intanto m’avvio; di meccanismi, mettersi in moto: il motore stentava ad avviarsi. Fig., essere prossimo a fare una cosa, essere sul punto di: era una borgata molto popolosa, che s’avviava a diventare città; la minestra s’avvia a bollire; con questo sign., anche senza la particella pron.: pare che il tempo avvii a piovere».
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Il riferimento è come di consueto alle posizioni sul Kindle:
Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra. Primo Levi [49: è la citazione con cui il libro si apre e la sottoscrivo in pieno, sentendo di avere perso da qualche mese proprio questo privilegio di pochi]
[…] una regione dal passato illustre e dal presente residuale […] [115: lo dice dell'Europa del sud]
[…] la certezza d’aver scampato un male maggiore svanisce sempre in un attimo di fronte all’ineluttabilità di un male minore. [273]
Sarà di accorgermi come imprese un tempo semplici possano diventare da un giorno all'altro prima complesse, poi molto complesse e infine del tutto impossibili. [577]
Noi che ci siamo accomodati a vivere a Pottersville, mentre i nostri figli ci sono solo nati. [648]
Perché, perso il Sogno Americano, non ne avremo altri, e ci troveremo impauriti e impoveriti e questuanti in un'Europa grande e gelida che non ci capisce e ci sopporta a stento, costretti a vivere in un’epoca durissima in cui ogni nostro diritto diventa un costo […] [761]
E riguardo alle infrastrutture, anche senza voler considerare il loro costo astronomico, il tempo infinito necessario per costruirle e il branco di lupi famelici che tradizionalmente gli si aduna intorno, il loro impatto sul sistema economico è grande se i territori in cui si realizzano ne sono sprovvisti, ma diventa invece molto meno significativo su un territorio già largamente infrastrutturato come quello italiano. [1189]
Chi è debole non vuole decrescere, mai. Un disoccupato non vuole decrescere. Un anziano non vuole decrescere, perché conosce bene, meglio di tutti, l’essenza stessa del decrescere, e cioè il dolente calare di ogni cosa sua. [1266]
[…] io sogno il progresso, maledizione, questa parola desueta e potentissima – e col progresso il gran rimescolar delle carte della vita, la cancellazione dei privilegi immeritati ottenuta non mediante l’oscena piallatura ed equalizzazione dei destini, ma attraverso lo scatenarsi libero e vitale delle capacità di chi merita e non ha, ed è tenuto dalla vita ingiusta a ringhiare alla catena. [1286]
Credetemi, è impossibile riuscire a percepire la profondità della crisi abbeverandosi ai dati statistici aggregati che vengono sparati ogni giorno dal caravanserraglio dei mezzi d’informazione, rifacendosi allo sterile balletto di percentuali dell’esattezza delle quali a nessuno verrà chiesto di rendere conto. Impossibile raccontare coi numeri lo scoramento del presente, lo stagnare delle iniziative, lo sconcerto per il futuro, il languore avvelenato e intossicante del ricordo d’un passato perduto, la depressione silenziosa che sembra essersi impossessata del paese. [1334: e qui non posso essere d'accordo, non del tutto almeno, io che mi guadagno la vita cercando di dare conto di come va il mondo e il Paese proprio con i dati statistici …]
Non abbiamo bisogno di aziende più grandi, in Italia e in tutta l’Europa del sud, ma di più aziende nuove. [1390]
Funzionerà se saremo capaci di investire in un'idea grande, se saremo capaci di comportarci come quei padri e quelle madri che capiscono che l’unico modo per aiutare davvero i loro figli e le loro figlie è dargli fiducia prima che la meritino, nella speranza fervida che un giorno la meritino, nella certezza che la meriteranno. [1513]
"Ricorda con struggimento il passato solo chi teme il futuro" . La nostalgia per un passato perduto gravido di fiducia e brillanti aspettative, l'amara presa di coscienza di ciò che ne rimane oggi, la speranza per un futuro in cui sia possibile una crescita reale e fruttuosa. Con spiccato spirito di osservazione e una punta di quella vena polemica alimentata da una rabbia sana e legittima, Nesi collega passato presente e futuro in un tentativo di spiegare - e di spiegarsi - cosa è accaduto, cosa sta accadendo e cosa potrebbe accadere nella nostra Italia, in cui i giovani hanno oggi il peso di un'eredità che è più un onere che un onore, in cui viene loro recriminato quanto "ai miei tempi avevamo voglia di lavorare" - critiche sempiterne che non tengono conto di come è cambiato irreparabilmente il mondo nel frattempo. Un inno appassionato alla capacità del lavoro di rendere l'uomo uomo - e non schiavo. Un invito a rimboccarsi le maniche per ricostruire un'Italia diversa e migliore.
Nesi ha un'innegabile fluidità di penna e il fatto che creda e sostenga fermamente ciò di cui scrive non fa che rendere "Le nostre vite senza ieri" più interessante. Solo, sembra un lavoro non finito. C'è un'analisi di ciò che è stato, l'analisi del presente, quella di un possibile futuro perché qualcosa cambi, ma forse manca qualcosa che offra una sintesi finale.
Tras saltar a la fama por haber obtenido el reputado Premio Strega con "Storia della mia gente", Edoardo Nesi escribió este ensayo en el que realiza una reflexión sobre la manera en la que la crisis económica ha afectado a Italia y sus ciudadanos, y plantea cómo cree él que se deben sobreponer a las consecuencias de la misma. El libro está verdaderamente bien escrito y, bajo mi punto de vista, resulta muy interesante porque en el análisis que Nesi hace se pueden encontrar muchos paralelismos con lo sucedido en España, con lo que las soluciones que plantea también son aplicables a la realidad española.