«non c’è occupazione superiore e più necessaria di quella della coscienza che l’uomo può acquistare di sé stesso e del significato della sua esistenza su questa terra»
Così, verso la fine, dice il protagonista Pietro Spina.
Da molto tempo non leggevo Silone: i ricordi di Fontamara e di Vino e pane sono ormai molto sbiaditi; difficile tessere continuità.
L'occasione di questa lettura del Seme sotto la neve è una nuova edizione che parte dal dattiloscritto conservato a Zurigo; e quindi contiene anche i brani colpiti dalla censura svizzera, che vigilava affinché i rifugiati non attaccassero troppo apertamente i regimi di provenienza.
Tutto il mondo, qui, è l'Abruzzo degli anni del fascismo trionfante (anche chi vive decenni in America si ritrova soltanto tra paesani e torna senza nessun cambiamento, al massimo con un soprannome che storpia l'inglese), ed è un mondo che sembra fatto soprattutto di cafoni e di oratori: poveri ignoranti che parlano coralmente col "già si sa", e nullafacenti che sfruttano "l'industria più produttiva da queste parti", ossia la retorica.
Continuando a leggere, il libro mi è sembrato sempre più appartenere a quella linea del romanzo che Bachtin, per parlare di Dostoevskij, faceva nascere dall'antica satira menippea: continui grandi discorsi, anche proprio sulle cose ultime e sulla condizione umana, tenuti in stalle o taverne, tra sordomuti trattati come asini umani, perseguitati politici che rinascono grazie all'attaccamento ai poveri, agli animali, alla terra; situazioni eccezionali che provocano l'emergere delle idee, non puri concetti ma distillati del vivere, inseparabili dal loro portatore umano.
Quasi tutti i personaggi del Seme sotto la neve hanno una loro visione, utopica o conformista, di come dovrebbero andare le cose, spesso introdotta dalla formula “si potrebbe vivere così bene”: la vita umana potrebbe essere buona... se nel mondo ci fosse un po' più pazienza... se non ci fosse l'umidità... se si potesse vivere come amici, se...
Colpisce anche la mescolanza tra tono appassionato-morale e polemico-caricaturale. I grandi discorsi, lo sfogo oratorio, sono ferocemente burlati e condannati, ma in altri casi proprio loro sono lo strumento per l'espressione delle idee portanti del libro: il "cristianesimo contro i preti", la "scoperta della terra", l'attaccamento ai poveri, il rifiuto dell'attuale ordine sociale.
Alla fine, una lettura che sono contento di aver fatto, ma che non definirei straordinariamente coinvolgente.