Che piacere, mio caro Maugham. Sempre così brillante, acuto, disincantato.
Nato da una famiglia benestante, assiduo frequentatore dei salotti dell’alta società anche grazie alla propria fama di scrittore e commediografo e reduce da numerosi viaggi nelle colonie britanniche d’Oriente, chi meglio di lui poteva ritrarre con lucida chiarezza le nefandezze e i vizi umani senza mai mettersi in cattedra e lasciarsi andare a facili moralismi, ma mettendoli in scena con ironia, leggerezza e un occhio sempre bonario, mai giudicante?
D’altronde, come affermava lui stesso, ”se uno dovesse prendersela per la stupidità umana, passerebbe la vita in uno stato di ira cronica”.
Una raccolta di undici storie forse non esattamente ciniche, ma un po’ cattivelle. Uomini, ma soprattutto donne, bisogna dirlo, che sembrano attori nati, che si autoingannano prima ancora di ingannare gli altri, che credono così tanto nelle illusioni che loro stessi hanno fabbricato nella propria mente da diventarne prigionieri e vittime, incapaci di scinderle dalla realtà effettiva. Donnone di mezza età che si infatuano (ricambiate!) di giovanotti ancora freschi; uomini che costruiscono tutta la propria vita intorno ad una falsa identità a cui finiscono per credere davvero; fanciulline svenevoli e diafane che sfruttano la propria presunta debolezza per limitare la libertà di chi le circonda e così via.
Undici racconti e neanche uno che non superi abbondantemente la sufficienza, perché per quanto i personaggi sembrano seguire degli schemi limitati e a volte prevedibili, si tratta sempre di una lettura piacevolissima, scorrevole e che lascia un po’ di amaro in bocca.
La vita, sembra volerci dire Maugham, è fatta di recite, menzogne, autoillusioni e di etiche vuote e inutilmente sventolate da chi si finge virtuoso, ma è soltanto un altro bugiardo insoddisfatto che vorrebbe poter fare ciò che vuole ma non ne ha il coraggio. Perché per farlo bisogna essere estremamente cinici o, come il nostro Maugham, avere perlomeno un perfido e irresistibile senso dello humor.
All’inferno la virtù. Una virtù che crea solo caos e infelicità non vale nulla. Chiamala virtù, se vuoi, io la chiamo codardia.
Se è cinico guardare in faccia la verità e applicare il buonsenso alla vita e agli affari di cuore, allora sono senz’altro cinico, e pure odioso, se vuoi.