Il libro contiene due racconti. Il primo di Maturin è la storia di un uomo, Melmoth, che ha fatto un patto col diavolo: in cambio dell'anima ottiene il prolungamento della vita. E se riuscirà a trovare chi condivida la sua sorte eviterà la dannazione. Il patto risale al XVII secolo e in una serie di episodi, generazione per generazione, Melmoth ottiene solo rifiuti: anche il prigioniero di un manicomio, anche una vittima dell'Inquisizione, nessuno accetta il suo patto. Altro filo conduttore è rappresentato dai suoi amori con la giovanissima Isadora (la sposerà per mezzo di uno spettro e ne ucciderà in duello il fratello...). La ricchezza di scene di terrore e di raccapriccio ha contribuito a farlo diventare un autentico bestseller internazionale. Dimostrazione ne è il secondo racconto contenuto nel volume scritto da Honoré de Balzac: "Melmoth riconciliato", che costituisce quello che in termini cinematografici è un "sequel". Nella classica ambientazione del mondo finanziario parigino (la Casa Nucingen), un cassiere disonesto che sta per fare un grosso ultimo colpo per poi fuggire, viene sorpreso dall'arrivo di un inquietante personaggio: John Melmoth che gli propone l'ormai consueto patto. Il cassiere accetta ma dopo una breve ebbrezza si accorge di aver fatto un pessimo affare e torna a cercare Melmoth ma scopre che, riconquistata l'anima, è morto santamente riconciliato con Dio. Non gli resta quindi che cercare una nuova vittima: la troverà nel banchiere Claperon, minacciato dal fallimento.
Charles Robert Maturin was an Irish Protestant clergyman (ordained by the Church of Ireland) and a writer of gothic plays and novels.
His first three works were published under the pseudonym Dennis Jasper Murphy and were critical and commercial failures. They did, however, catch the attention of Sir Walter Scott, who recommended Maturin's work to Lord Byron. With the help of these two literary luminaries, the curate's play, Bertram (first staged on 9 May 1816 at the Drury Lane for 22 nights) with Edmund Kean starring in the lead role as Bertram, saw a wider audience and became a success. Financial success, however, eluded Maturin, as the play's run coincided with his father's unemployment and another relative's bankruptcy, both of them assisted by the fledgling writer. To make matters worse, Samuel Taylor Coleridge publicly denounced the play as dull and loathsome, and "melancholy proof of the depravation of the public mind", going nearly so far as to decry it as atheistic. Coleridge's comments on Bertram can also be found in 'Biographia Literaria', chapter 23. The Church of Ireland took note of these and earlier criticisms and, having discovered the identity of Bertram's author (Maturin had shed his nom de plume to collect the profits from the play), subsequently barred Maturin's further clerical advancement. Forced to support his wife and four children by writing (his salary as curate was £80-90 per annum, compared to the £1000 he made for Bertram), he switched back from playwright to novelist after a string of his plays met with failure. One of his grandsons, Basil W. Maturin, a Chaplain at Oxford University, died in the sinking of RMS Lusitania in 1915.
Charles Robert Maturin died in Dublin on 30 October 1824. Honoré de Balzac and Charles Baudelaire later expressed fondness for Maturin's work, particularly his most famous novel, Melmoth the Wanderer.
Considerato un capolavoro della letteratura gotica, Melmoth l’errante è un romanzo che racchiude in sé avventura, amore, gli orrori dell’Inquisizione e una feroce critica del cattolicesimo in un susseguirsi di racconti legati tra loro dalla misteriosa figura di Melmoth, personificazione del Male considerato motore dell’universo e delle azioni degli uomini. Nell’insieme interessante e piacevole, nonostante un racconto che avrei saltato volentieri, ma che è in effetti funzionale alla storia, in alcuni momenti mi ha fatto pensare alla mia versione preferita del Faust, quella di Marlowe.
Meraviglioso ed insopportabile: un grande classico di ogni tempo
Nella mia biblioteca sono presenti alcuni libri pubblicati una quindicina di anni fa da una prestigiosa casa editrice, la UTET. Fondata nel 1791 a Torino, UTET è stata per oltre due secoli punto di riferimento nazionale per grandi opere che spaziavano in tutti i campi del sapere, oltre che per le numerose collane di letteratura succedutesi nel tempo. Il suo smembramento e la sua marginalizzazione nel panorama editoriale italiano, avvenuta a tappe successive negli ultimi venticinque anni ad opera di vari proprietari tanto arraffoni quanto incapaci di preservare un patrimonio culturale inestimabile, è a mio avviso paradigmatico dell’inarrestabile declino verso il quale il Paese è precipitato per responsabilità primaria di una borghesia che mai nella sua storia è stata capace di assumere il ruolo nazionale che le competeva. Tra gli ultimi sprazzi di vitalità del glorioso editore vi è stata la collana Letterature, che nel primo decennio di questo secolo pubblicò, in una veste molto elegante e corredati da buoni apparati critici, alcuni non scontati classici otto-novecenteschi. Per quanto mi sia sforzato, non mi è stato possibile reperire in rete il catalogo completo della scomparsa collana, alcuni dei cui titoli sono oggi di difficile reperibilità, anche sul mercato dell’usato; sulla base delle frammentarie informazioni acquisite ritengo comunque che la collana non sia andata oltre la quindicina di titoli, tutti di grande interesse letterario. Tra questi uno dei più succulenti è senza dubbio Melmoth l’Errante di Charles Robert Maturin, uno dei romanzi più importanti della letteratura anglosassone di genere gotico. Oltre che per la sua rilevanza intrinseca, questo volume a mio avviso dovrebbe comparire nella biblioteca di ogni amante dei classici per altri due ordini di motivi. Il primo è che si tratta, ad ora, dell’unica traduzione integrale italiana del romanzo: nel 1968 infatti Bompiani pubblicò il volume Melmoth, l’uomo errante, ma il testo era ampiamente ridotto rispetto all’originale. Il secondo motivo, non meno rilevante, è che in appendice vi si trova un racconto lungo di Honoré de Balzac, Melmoth riconciliato, a testimonianza dell’influsso che il romanzo di Maturin ha avuto sulla grande letteratura ottocentesca (e non solo); anche in questo caso si tratta dell’unica occasione di leggere in italiano tale tassello della Comédie humaine. Data la diversità degli autori e del contesto culturale delle due opere, il racconto balzachiano sarà comunque oggetto di un mio specifico commento. Balzac non fu l’unico grande scrittore ad amare il capolavoro di Maturin: un altro fu Charles Baudelaire. che nel saggio Sull’essenza della risata, facente parte delle Curiosità estetiche, afferma (traduzione mia): ”Tutti i miscredenti del melodramma, maledetti, dannati, fatalmente marchiati da un ghigno che giunge sino alle orecchie, rientrano nella pura ortodossia del riso. Del resto, sono quasi tutti figli minori, legittimi o illegittimi, del celebre viaggiatore Melmoth, la grande creazione satanica del reverendo Maturin”; in un altro saggio, L’arte romantica, il poeta de Le Fleurs du Mal colloca l’autore irlandese in un pantheon artistico di prim’ordine: ”Beethoven ha cominciato a rimestare i mondi di melanconia e incurabile disperazione ammassati come nuvole nei cieli interiori dell’uomo. Maturin nel romanzo, Byron nella poesia, Poe nella poesia e nel romanzo analitico, l’uno, malgrado la sua prolissità e verbosità, così detestabilmente imitata da Alfred de Musset, e gli altri, malgrado la loro irritante concisione, hanno ammirevolmente espresso la parte blasfema della passione; hanno proiettato raggi splendidi e abbaglianti sul Lucifero latente installato in ciascun cuore umano”. Un indubbio debito letterario verso Melmoth hanno anche i I canti di Maldoror di Lautréamont, e tale legame conduce inevitabilmente ai surrealisti: non è un caso che la prima versione integrale francese di Melmoth, l’homme errante, uscita nel 1965, rechi la prefazione di André Breton. Dalla data di tale edizione si può notare come, nonostante il ruolo di padre nobile di interi filoni della letteratura francese, anche nel paese d’oltralpe l’interesse per il romanzo di Maturin rimase a lungo sottotraccia, basandosi per molti decenni su edizioni ridotte; forse le ragioni di ciò possono essere ricercate nella sua ponderosità e nella sua struttura, come si vedrà alquanto articolata, che lo rendono un testo di impegnativa traduzione e di lettura non agevole, soprattutto da parte di un pubblico alla ricerca del romanzo di genere. Nel nostro Paese comunque da alcuni anni il buio è sceso nuovamente su Melmoth, in quanto l’edizione UTET è introvabile, e non più rintracciabile è anche il volume pubblicato nel 2019 da BEAT, basato sulla medesima traduzione di Flavio Santi, e corredato da una breve ma brillante prefazione di Sarah Perry - scrittrice contemporanea britannica cui si deve un romanzo intitolato Melmoth - la quale constata come in generale ”il personaggio di Melmoth non abbia conquistato l’ubiquità di altri mostri letterari - Dracula, Frankenstein, Dr Jekyll e Mr Hyde”. È vero: nonostante la sue nobili ascendenze - la leggenda medievale dell’Ebreo Errante - Melmoth non si è mai conquistato un posto stabile nell’immaginario letterario collettivo, a quanto pare neppure in area anglosassone; forse, oltre alle ragioni già indicate, se ne possono aggiungere un altro paio: l’irregolarità del suo autore e il carattere per certi versi blasfemo dell’opera. Charles Robert Maturin, discendente da una famiglia ugonotta francese, nacque a Dublino nel 1782 e fu pastore protestante e parroco nella contea di Galway. Nonostante la veste talare e il credo calvinista amava vestire in modo raffinato, danzare e divertirsi. Ciò, e il fatto che si dedicasse a scrivere opere teatrali e romanzi, gli precluse la carriera ecclesiastica. Dopo due romanzi di scarsissima risonanza, il successo letterario arrivò nel 1816 con il dramma teatrale Bertram, di atmosfere gotiche. Quattro anni dopo pubblicò a Edimburgo in quattro volumi Melmoth the wanderer, A tale, suo capolavoro indiscusso. Poco dopo si sposò con Henrietta Kingsbury, il che ne farà il prozio di Oscar Wilde, che a volte userà lo pseudonimo di Sebastian Melmoth. Sempre afflitto da problemi economici, morì appena quarantaduenne nel 1824. Dalla prefazione di Sarah Perry all’edizione BEAT riporto il seguente brano, che ben dà l’idea di come il romanzo, nonostante il successo di pubblico, fosse stato accolto alla sua uscita dalla critica benpensante espressione dell’establishment. ”Nel 1821, i lettori della Quarterly Review vennero avvisati che quel «povero mentecatto» [Maturin, N.d.R.] aveva toccato l’apice della «farneticazione», aggravata da «follia e malacreanza», dando alle stampe il suo terzo romanzo, Melmoth l’Errante. Ricorrendo alle maiuscole per dare il giusto rilievo alla propria indignazione, il recensore denunciava la «blasfemia», «brutalità» e «oscenità» dell’opera spiegando in modo dettagliato come l’autore avesse inteso ribellarsi contro il comune senso del pudore, il sentimento religioso e l’integrità artistica. «Se Melmoth fosse solo un racconto insulso e tedioso» scriveva «saremmo felici di farlo passare sotto silenzio, ma sfortunatamente si tratta di un’opera in cui l’imbecillità si accompagna a momenti oltremodo disgustosi»”. Ovviamente il lettore contemporaneo non può che sorridere davanti a simili accuse, tuttavia è vero che il romanzo prende di mira la religione e la Chiesa (quella cattolica in particolare, ma non solo) e che ancora oggi emana un fascino horror che non mostra affatto i segni del tempo. È da notare, tra l’altro, l’involontaria attestazione della qualità del romanzo da parte del recensore. All’epoca dell’uscita del Melmoth il romanzo gotico vantava in Gran Bretagna una tradizione più che cinquantennale. Il primo romanzo che possa definirsi tale è comunemente infatti identificato ne Il castello di Otranto, di Horace Walpole, pubblicato nel 1764, mentre alla fine del XVIII secolo datano i più famosi romanzi di Ann Radcliffe e Il monaco di Matthew Gregory Lewis. Quasi contemporaneo al Melmoth è invece un romanzo eccentrico rispetto al gotico puro quale il Frankenstein di Mary Shelley, che non a caso mantiene anch’esso una sua precisa modernità. Entrambi i romanzi, infatti, hanno in qualche modo potuto far tesoro del pieno dispiegamento dell’esperienza romantica, da cui traggono alcuni elementi, quali la potenza delle descrizioni ambientali e lo scavo psicologico dei personaggi, che vanno molto al di là del gotico delle origini. Oltre che inopportuno, sarebbe quasi impossibile entrare in eccessivi particolari riguardo la trama di Melmoth l’Errante, data la sua articolazione; un’analisi merita invece la sua struttura, che costituisce a mio avviso uno degli punti di forza del suo fascino e della sua modernità. Protagonista del romanzo è un irlandese, identificato nelle prime pagine, dalla didascalia di un suo ritratto, come Jno. Melmoth. Il ritratto riporta anche una data, il 1646, ed è osservato quasi due secoli dopo, nel 1816, dal giovane John Melmoth, uno studente del Trinity College di Dublino giunto in una dimora di campagna per assistere il vecchio ed avaro zio ormai vicino alla morte. Colpito dallo sguardo che emana il volto dell’antenato, ne accenna allo zio, che afferma: ”quell’uomo è ancora vivo, ho dei buoni motivi per crederlo!”. Vicino al ritratto John trova anche un vecchio manoscritto e, dopo la rapida morte dello zio, comincia a leggerlo. È l’inizio di un fantastico viaggio letterario che porterà il lettore dalla Polonia alla Spagna, dall’Inghilterra all’India - lungo un periodo che gli esegeti si sono divertiti a collocare tra il 1585 e, appunto, il 1816 - e durante il quale chi legge rischierà di perdere il filo, aiutato in questo da ciò che Baudelaire ha definito la verbosità del buon Maturin, il quale non esita a interrompere spesso l’azione al suo culmine per inserire nel testo pagine di considerazioni, a volte di carattere generale, più spesso legate alla piega psicologica individuale o collettiva indotta dalla situazione. L’uomo del quadro, si verrà a sapere nel corso del romanzo, ha venduto l’anima al demonio, in cambio del potere di apparire in qualunque parte della terra e di vivere oltre la morte. Deve però trovare un’altra anima disposta a vendersi, altrimenti dopo un paio di secoli morirà definitivamente: è quindi un agente in terra di Satana. Sono molte le storie narrate nel romanzo, durante le quali l’Errante appare e spesso determina il corso degli eventi; relative come detto a periodi e luoghi diversi, si innestano l’uno nell’altra, e ciascuna potrebbe formare un racconto a sé. Così, il narratore terzo che segue le vicende dello studente John Melmoth nella contemporaneità dell’autore, dopo poche pagine lascia il posto a Stanton, l’autore del manoscritto sopra citato, che ha incontrato Melmoth l’Errante in Spagna nel 1676. Poco dopo la fine del manoscritto inizia il racconto di Alonzo Monçada, un trentenne spagnolo dell’alta nobiltà che John Melmoth salva da un naufragio, che a sua volta ha avuto a che fare con l’Errante. Nel corso del suo racconto, che fa da cornice a buona parte del romanzo, egli incontrerà personaggi che gli racconteranno le loro vicende, oppure a sua volta si imbatterà in manoscritti che leggerà integralmente, nei quali sono innestati altri racconti: complessivamente il lettore si troverà a leggere una decina di racconti, racchiusi come matrioske entro cinque livelli narrativi. Alcuni di questi presentano tutto l’armamentario classico del romanzo gotico, dall’ambientazione esotica (privilegiata da Maturin è la Spagna) agli orrori dei conventi, dalle torture dell’inquisizione alle fughe lungo oscuri e labirintici sotterranei pieni di topi, rettili e scheletri, mentre altri, su tutti il lungo racconto di Immalì, il Racconto della famiglia di Guzmán e il Racconto della famiglia dei Mortimer sono di tono schiettamente romantico, e l’atmosfera horror propriamente detta vi gioca un ruolo marginale, tanto che lo stesso Errante a volte rimane piuttosto defilato. Altri elementi strutturali che rendono il romanzo geniale sono la grande trovata di far apparire lacunosi alcuni dei manoscritti trascritti durante i racconti, cosicché alcune situazioni risultano solo accennate e devono essere ricostruite dal lettore, e gli interventi diretti dell’autore, anche tramite note a margine, spesso di carattere biblico, che hanno la duplice funzione di sottolineare (ironicamente) il carattere morale della narrazione e di conferire un’aura di realtà anche alle situazioni più improbabili. Al di là degli elementi strutturali, vi è da sottolineare che ciò che Maturin narra non è soltanto finalizzato ad avvincere ed impaurire il lettore, ma si pone precisi compiti polemici e satirici. Sotto accusa del pastore protestante Maturin è in particolare la chiesa cattolica, che descrive come un immenso potere cupo ed oppressivo, retto da inquisitori spietati, monaci sadici, preti ipocriti, che nascondono la loro vera natura dietro toni melliflui distorcendo gli insegnamenti evangelici a vantaggio loro e del potere che rappresentano. Gli strali dell’autore si scagliano anche verso le altre religioni, che considera intrinsecamente crudeli, mentre quella cristiana dovrebbe essere la religione della bontà e della tolleranza, anche se nella realtà le varie fazioni in cui è divisa sono più intente a conservare il proprio potere terreno lottando tra di loro che a perseguire il bene. Maturin è anche fortemente polemico nei confronti dei puritani, ed uno dei passi nei quali emerge appieno l’ironia satirica di cui è intriso il romanzo è l’animata discussione tra un cromwelliano e un lealista rinchiusi in manicomio, che si ritrova nel manoscritto di Stanton. Ma ciò che probabilmente inquietò maggiormente l’anonimo recensore del 1821 è il personaggio dell’Errante. Melmoth è una figura tragica a tutto tondo, stretto parente di Don Giovanni (non a caso citato nel corso del romanzo). La sua complessa personalit��, obbligata ad odiare, ma capace di amare e conscia della dannazione cui si è consegnata, emerge appieno nel racconto di Immalì, del quale è sicuramente, insieme alla giovane, il personaggio più umano a fronte dell’aridità di genitori, parenti, consiglieri spirituali e di un’organizzazione sociale basata sul pregiudizio e sull’interesse economico. Il fatto che un agente del demonio sia stato rappresentato come migliore di rispettabilissimi commercianti, nobili ed ecclesiastici fu sicuramente la causa principale dell’accusa di blasfemia che cadde sul romanzo. Oggi invece sono proprio gli elementi che ne decretarono la condanna che ci spingono ad annoverare questo romanzo, meraviglioso ed insopportabile al contempo per la sua complessità, tra i grandi classici di ogni tempo.
Qui non posso scrivere due recensioni per lo stesso volume: chi fosse interessato alla mia recensione di "Melmoth riconciliato" di Honoré de Balzac la trova qui
Quanto ho sognato, nell'adolescenza, sulla storia romantica, tenebrosa e avventurosa di Melmoth! Lo trovai per caso, in biblioteca, nella mitica collana Pesanervi - Capolavori della letteratura fantastica Bompiani; e dopo di lui me li lessi tutti, l'uno dopo l'altro; ma nessuno fu come Melmoth. Per me è un capolavoro; ma è una lettura troppo intimamente legata ai miei quindici anni, e forse non sono obiettiva... Se così non fosse, perché saremmo in pochi a conoscerlo?
Storia a matrioska dove una narrazione ne contiene un'altra e poi un'altra ancora, quasi senza senso, per ritornare al nucleo centrale da cui tutto è partito. Gli elementi classici del gotico ci sono tutti: Brume tempestose ✅ Mistero misterioso ✅ Paranormale ✅ Chiesa brutta e cattiva ✅ Prevaricazioni e cattiveria gratuita ✅ Giovane eroina senza macchia e paura ✅ Luoghi esotici ✅ Perverso senso del romanticismo ✅
Qualche piccolo appunto al romanzo lo faccio perché o per colpa dell'autore o per colpa del traduttore almeno due passaggi mi sono parsi confusi, soprattutto verso il finale. Lungi da me fare spoiler ma qualcuno mi chiarisca la stirpe dei Melmoth con un albero genealogico chiaro.
Scrittura gradevolissima e traduzione musicale (provate a leggere le varie sequenze a voce alta e capirete cosa vuol dire quando la prosa scorre come sul velluto, senza inciampi), bravissimo a delineare psicologie e situazioni, a infierire sui protaginisti presenti. Maturin scrive una storia scorrevolissima che prende per mano il lettore, lo stordisce di personaggi e situazioni, lo ottenebra con le descrizioni di tentativi di manipolazione e violenza psicoligica, lascia sullo sfondo il protagonista, per poi rimetterlo nella scena come l'antieroe per eccellenza capace di catalizzare su di sé antipatie e simpatie dei lettori.
I read this today while in a medical waiting room. A very quick read and an excellent example of the Gothic novel. So very 19th century, yet well-written and fascinating. Took me an hour to read.
Un romanzo gotico molto interessante. Mi sono piaciuti i personaggi, l'ambientazione e la storia anche se in alcuni punti l'ho trovato troppo prolisso.