Dalle statue rimosse a orde di utenti incattiviti che si segnalano su Twitter, fino alle infinite suddivisioni La correzione del mondo si districa tra le esagerazioni, le minimizzazioni e la propaganda che inquinano il dibattito sul tema del politicamente corretto.
Mentre i reazionari soffiano sul fuoco del complottismo vittimista che rende tutto un attacco al loro stile di vita, i romanzi di Roald Dahl vengono corretti prima di essere ripubblicati, un videogioco di Harry Potter è accusato di danneggiare un'intera «comunità di esseri umani» e i cartoni animati della nostra infanzia sono tacciati di «cultura dello stupro». Perché all'improvviso siamo diventati sensibili a certi temi? E perché la dimensione politica è stata soppiantata da divisioni settarie, rituali di espiazione e gare per diventare portavoce online di istanze appiattite? Andando oltre i consueti mantra distorsivi - da «dittatura del politicamente corretto» a « cancel culture » - Davide Piacenza risponde con esempi e testimonianze alle domande che monopolizzano le nostre polemiche quotidiane.
Un atlante polifonico per orientarsi nelle complesse trasformazioni sociali, linguistiche e comunicative di quest'epoca senza soccombere all'incomunicabilità.
Scrive di attualità e cultura sui giornali italiani da dieci anni. Ha lavorato nelle redazioni di «Rivista Studio», «Forbes» e «Wired», occupandosi di politica italiana, Stati Uniti, cultura digitale, libri e serie tv. Oggi collabora con «Esquire, «Icon» e «Vanity Fair». La sua newsletter «Culture Wars» racconta e analizza ogni settimana i casi in cui i nuovi codici e i discorsi intorno al politicamente corretto riplasmano il mondo in cui viviamo.
Già seguivo la newsletter dell'autore, sempre arguta e puntuale. Il libro si conferma ciò che pensabo fosse, ossia una rielaborazione più organica e approfondita del pensiero di fondo della newsletter. Se però la newsletter commenta casi puntuali e specifici, il libro è un approfondimento più generale: in questo senso, dunque, aggiunge alla newsletter. La prospettiva di analisi è originale e genuinamente di rottura rispetto agli stilemi social. Evidenzia, con eguale enfasi, le inquietanti derive dell'alt-right e l'attivisimo-brand di sinistra, in costante riferimento ai social network. Mette in luce la inevitabilità delle sfumature e dell'ambiguità nella realtà e la loro cancellazione a mezzo social. Nel complesso, consiglierei la lettura per avere una visione critica della dimensione virtuale della società. Un appunto: la prosa, pur scorrevole, richiama molte citazioni e vi inserisce parallelismi anche lunghi, talvolta appesantendo la lettura.
Alcune idee del libro mi convincono, altre proprio no, ma il problema è la sua tesi di fondo, passatista e monodimensionale, reiterata per paragrafi e paragrafi, secondo cui ad averci resi più kattivi sarebbero stati i social network, macchine malvagie, prive di controllo e finalizzate solo a metterci gli uni contro gli altri.
PRO: analisi articolata che offre interessanti spunti di riflessione
CONTRO: lettura a tratti faticosa, semplicistico addossare la colpa ai soli social network
Un saggio molto interessante che inquadra i recenti fenomeni di inasprimento e polarizzazione del dibattito pubblico in un contesto, piuttosto sconfortante, di arroccamento in posizioni identitarie e tribali, che precludono qualsiasi ipotesi di dialogo e confronto con chi la pensa diversamente, riducendo le sfumature della realtà a semplificazioni estreme e banali dicotomie e alimentando una caccia alle streghe, che, sulla base di una presunta superiorità morale, non esita a colpire chiunque si sia macchiato di opinioni o comportamenti ritenuti offensivi. Ma come disse Gesù, chi non ha peccato scagli la prima pietra.
Da queste premesse l'autore indaga i rischi per la tenuta della democrazia e della libertà di espressione: dai fenomeni di auto censura, per evitare di esporsi alla pubblica gogna, fino alle battaglie per un linguaggio più inclusivo, che finiscono per essere utilizzate da aziende e individui per promuovere sé stessi anziché contribuire a far progredire le battaglie per i diritti e l'uguaglianza, di cui avremmo disperatamente bisogno.
A tal proposito, l'appunto principale che mi sento di fare riguarda l'attribuzione delle colpe di questo imbarbarimento sociale principalmente ai social network, al centro del saggio e che sicuramente con i loro modelli di business e incentivi perversi stanno alimentando i peggiori istinti della specie umana, ma raramente fenomeni di questa portata hanno un'unica causa. Come letto altrove, probabilmente il susseguirsi di crisi finanziarie, epidemie e guerre, le crescenti disuguaglianze, la precarietà lavorativa e, ciliegina sulla torta, la crisi climatica, stanno minando la fiducia delle nuove generazioni, sempre più disilluse rispetto a un modello di crescita e sviluppo che prospetta un futuro a tinte sempre più fosche. In un contesto simile non è difficile pensare che i social network abbiano trovato terreno fertile, offrendo a tutti coloro che si sentono esclusi o emarginati una valvola di sfogo, la possibilità di individuare dei capri espiatori e di condividere questo disagio e malessere con persone nella loro stessa situazione.
Una nota infine sullo stile, che tende talvolta a eccedere in frasi a effetto e virtuosismi linguistici, che non aiutano a far arrivare il messaggio, ma piuttosto a mettere in mostra la cultura dell'autore, senza alcun dubbio preparato, e rendere la lettura inutilmente difficoltosa. Come i grandi divulgatori scientifici hanno dimostrato, anche i temi più complessi possono essere resi accessibili al grande pubblico con un linguaggio semplice, senza per questo snaturare i temi trattati.
Un testo che ognuno di noi dovrebbe leggere. Saggio equilibrato che inquadra perfettamente il tenore dei nostri giorni. La nostra è l'era delle bolle conoscitive, monadi pseudo-religiose che si compiacciono della propria visione del mondo, senza che queste abbiano alcuna speranza di cambiarne una virgola. Ed è chiaro che la trappola dell'algoritmo social non faccia che assecondare una natura oscura vecchia come l'uomo e solo per ingrossare i bilanci di qualche magnate vegano e spiritualista con indirizzo di residenza in qualche cottage sulla costa californiana. La perdita di senso critico è fortissima oggi, e conoscere certi meccanismi ci aiuterebbe a navigare meglio in questo mondo sociale senza l'ubriacatura di endorfina. Una deriva individualista che sta disgregando la società occidentale e che sembra non volersi arrestare.
“Nel mondo reale le persone non sono tutte incasellabili nella sola invalicabile categoria a cui le riduce l'algoritmo della nostra esperienza del mondo: boomer e no vax, femministe intersezionali e attivisti per il clima, liberisti contrari al lockdown e scettici sull'invio di armi all'Ucraina. Ognuno di noi passa del tempo su uno schermo a litigare con un rivale che è stato creato appositamente per lui; un avversario viscido e maligno troppo bello per essere vero, tanto che, in molti casi, a tutti gli effetti non lo è. È quel che si ottiene quando ci si allontana troppo dall'idea minima condivisa di che cosa significhi essere umani.”
Bellissimo libro, condivido davvero quello che dice l’autore e secondo me è un tema importantissimo. Unica nota negativa: il linguaggio troppo virtuosistico. Mi dispiace perché rende il testo meno fruibile, inutilmente (o come scrive lui: pleonasticamente (Sic!). Sarebbe un testo da far circolare in massa, invece così ricadiamo sempre nel solito errore della sinistra di voler scrivere i testi per una nicchia di gente. Questo purtroppo non è un testo che potrei far leggere a mio padre, perché dovrebbe stare ogni due per tre col dizionario, quando invece non ce ne dovrebbe essere bisogno. I temi importanti e complessi si possono spiegare senza usare i paroloni o fare frasi lunghissime addobbate di avverbi; ma non so perché ancora l’accademia e/o la gente che scrive saggi sociologici in italiano si rifiuta di scendere tra le masse, e così facendo alimenta la visione di “professori sulle torri d’avorio che parlano solo per se stessi”. Peccato!
Ci ho messo letteralmente 4 mesi a finire questo libro, questo la dice lunga.
L’argomento tratto è interessante, oltre che condivisibile per quanto mi riguarda, ed anche interessante il punto di partenza: ovvero il comprendere che molte delle dinamiche sociali di cui discutiamo in realtà le ereditiamo da contesti molto diversi dal nostro; il problema è il come questi argomenti vengono trattati: il linguaggio è inutilmente “aulico” e volutamente complesso, per un testo che invece tratta degli argomenti che dovrebbero essere alla portata fu tutti… parliamo di dinamiche sociali, non della Divina Commedia.
L’unico punto a favore di questo testo secondo me sono i racconti di vicende reali, a noi contemporanee (anche se questo testa ha già un paio d’anni), che aiutano a contestualizzare e, in molti casi, a comprendere il concetto espresso poco prima.
Un testo informato sulle forme contemporanee di culture war. Gli esempi setacciati sono ovviamente soprattutto americani, e fra questi l'autore cerca di separare, con uno sguardo politico vicino alla sinistra italiana, il grano dal loglio. A mio avviso non ci riesce molto bene: minimizza alcune gravi distorsioni del politicamente corretto e della cancel culture attribuendole prevalentemente alle campagne di disinformazione alt-right, rischiando, in buona fede, di cadere in errori di prospettiva molto simili a quelli che vorrebbe invece smascherare.
Non ero ancora riuscita a leggerlo per mancanza di tempo, è molto interessante e, anche se la prospettiva con cui è stato scritto è quella di qualche anno fa resta valido. Secondo me è perfetto per accompagnare chi legge verso una riflessione su tante dinamiche che subiamo e agiamo tutti i giorni.
Sono giá iscritta alla newsletter, il libro si conferma una continuazione di quelle riflessioni e spunti mai banali o superflui - condivido praticamente tutto. Gli ultimi due capitoli mi sono piaciuti particolarmente, lo consiglieró!
Non condivido tutte le tesi sostenute dall'autore, ma lo consiglio, non solo in quanto ben argomentato e con spunti di riflessione interessanti, ma anche perché rappresenta, ad oggi, uno dei pochi testi italiani che problematizza in maniera equilibrata la questione dell'attivismo digitale.
Nonostante i pochi anni passati dalla scrittura, che ahimè sui social sono un'eternità, ci mette davanti a interrogativi e contesti che spingono a una riflessione profonda sul mondo in cui siamo
Un approccio diverso e più completo e approfondito alle questioni che funestano la conversazione sociale globale: molto ben articolato e convincente il capitolo sui social media e la loro evoluzione (tutt’altro che “monodimensionale” e pervicacemente finalizzato a raffigurarli come “kattivi“, con la k, come scrive qualcuno che chissà se si è chiesto come mai è il solo a dirlo), addirittura toccante l’ultimo, dedicato a ciò che in questa smania di aggiornamento e approssimazione stiamo sottraendo alla nostra umanità condivisa. Consigliatissimo!
Un libro equilibrato per chi è capace di fare dei distinguo e vuole ancora avere un pensiero critico e poter dibattere con chi la pensa diversamente su questi ed altri temi.