Due anni imprecisati della prima decade del ventunesimo secolo. Una città, Paneròpoli, evidente alter ego di Milano (la città della panerà, del formaggio, come la chiamava non senza sprezzo Ugo Foscolo). Una folla di uomini e donne che vivono tante storie intrecciate d'amore, di potere, di sesso - in una rete che costituisce la trama stessa del romanzo, come della loro vita. Diverse generazioni, ma una su tutte, quella dei cinquantenni, per la quale è suonata "la campana dell'ultimo round"; diversi ceti sociali; genitori e figli; linguaggi diversi. Tanti fili con i colori del dramma, della satira, del sentimento romantico e del grottesco che disegnano pagina dopo pagina un arazzo fitto di figure e colori che trova senso e fine, proprio come la vita, soltanto nella sua improvvisa e imprevista conclusione. Un romanzo di trama e di personaggi, ricco di fatti e di ritratti. Un romanzo fittissimo di riferimenti culturali, tra i più vari e diversi, dal rock'n'roll alla poesia romantica, dai manga alla pittura rinascimentale. Un romanzo talvolta non facile e spiazzante sempre, sostenuto da un mirabile tour de force linguistico - che, comunque, non può lasciare indifferenti. Un romanzo che, lontano da ogni pensiero debole e linguaggio minimalista, sfida il lettore a misurarsi con quei valori "alti" - amore e morte, e l'arte, nelle loro varie declinazioni - che soli possono dare un senso alla vita.
Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon (Milano, 1952), è uno scrittore e saggista italiano.
Consulente editoriale e docente universitario al master in editoria cartacea e multimediale all'Università di Bologna, con lo pseudonimo Hans Tuzzi - che è un personaggio del romanzo L'uomo senza qualità di Robert Musil - ha scritto romanzi e saggi, una serie di romanzi gialli ambientati a Milano con protagonista il commissario Norberto Melis e una serie di gialli storici con protagonista Neron Vukcic. Ha collaborato all’inserto culturale del Il Sole 24 Ore e al Corriere della Sera; pubblica sulla rivista Paragone.
“Mah! Che restava da dire? E che restava del giorno? Come sempre più spesso accadeva con gli autori affermati, con gli autori dell’oggi e con le promesse del domani che sarebbe venuto, molti romanzi erano di un genere che potevi facilmente riassumere: oggi ho impastato le parolelle, le parolelle l'erba trastulla, brillano in cielo tutte le stelle, dico un beato cacchio di nulla.” Ecco. Perché non applicare questa definizione anche al romanzo di Hans Tuzzi? Le parolelle le ha impastate bene . Citazioni a suffunno, dirette, indirette, come nel passo citato (Kazuo Ishiguro), per lo più messe ‘mmocca e ‘ncapa a gente della Paperopoli, ahemm, Paneropoli bene, città lontana da quel ramo del lago di Como dove il professor Pietro Lodigiani aveva preso casa. Il professor Lodigiani è uno dei personaggi del romanzo, insieme ad un’altra decina e alla relativa variegata prole , e agli 8 magnifici Franchi (e ci vuol fortuna, ad incontrarsi, tutti gay, tutti con lo stesso nome. franco/sincero/onesto. Con il corno, che i Franchi non lo sono affatto, pare uno sfottò. Se fossi gay non gradirei tale dipingimento) Ha detto un beato cacchio di nulla? Non Tuzzi. Non proprio. Spesso lo hanno detto loro, i protagonisti, un beato cazzo, pur nel logorroico affastellamento di parulelle. Tutti più che sufficientemente detestabili, una cricca di intellettuali e di professionisti che vivono nella loro splendida magnifica ipocrisia quotidiana la fatica per arrivare a, oltre, sopra, più; ombelichi del loro stesso ego. “(… ) e fra un anno quella mostrìcola isterica ignorante avrebbe avuto il diritto di voto, facilmente imbonita, facilmente eterodiretta, e quelle erano le sorti magnifiche e progressive della democrazia. Bene, lui in quella democrazia avrebbe comunque garantito ai suoi figli, se non una carriera, il potere. Perchè, nella dissoluzione dello stato, nella dissoluzione dei valori, che altro restava se non la famiglia? E se la sua famiglia era quella, lui, bè, lui che ci poteva fare?” pag. 148 Famiglia? Vabbuò. Lui è David Sornaga, di banca funzionario. La mostricola è la figlia. Del resto il titolo parla chiaro: vanagloria, ovvero, lo dice il dizionario, atteggiamento di chi si gloria, si vanta, si compiace di pregi di poco conto o inesistenti, per fatuo e smoderato desiderio di lode o di onori. (o di vita, e muore per un quadro e un chiodo) Un’umanità per la quale non ho provato alcuna simpatia, empatia, compassione, e che mi ha fatto ardentemente desiderare di arrivare alla fine del libro – che squartamento – per non vederla più, per non sentirla più, come se non bastasse quello che l’homo homini lupus che vi alberga è capace di fare. O il beffardo destino, naturalmente.
Che libro tremendo. E decisamente più reale del reale. Tristissimo ritratto di una grande città del nord, Paneropoli, e delle vite di alcuni cinquantenni, borghesi, laureati, alcuni professori. Etica e morale naturalmente morte e sepolte da un po'. La caratteristica che li accomuna é un'immensa capacità di autogiustificare qualsiasi nefandezza, più o meno grande, compiono. Tradimenti, imbrogli, giochi di potere, volgarità imperante, personalità profonde quanto una pozzanghera. (anche il finepoeta non si salva, e la sua morte sembra una nemesi divina) Un ritratto virato al color melma, a cui Tuzzi con la sua prosa riesce a rendertene tutto il viscido e torbido colore. Non da leggere se il tono dell'umore é basso, se non riuscite più a vedere un tiggì senza vomitare, a vedere un SUV (color padella come scrive Tuzzi) con dentro un imbecille attaccato al telefonino, e tutto quanto l'ambaradan di questi tempi fangosi.