Didone, Francesca, Ofelia, Emma Bovary, Anna Karenina e tante altre eroine letterarie finalmente raccontano la loro versione della storia. “ Da lettrice accanita, e poi da scrittrice, ho cominciato a provare il desiderio di immaginare cosa sarebbe accaduto alle eroine tragiche della letteratura che tanto mi hanno appassionato – il cui destino è l’esito inevitabile di una visione della donna che non ritengo più condivisibile – se avessi dato loro la possibilità di scardinare lo schema con cui erano state concepite. ” Madame Bovary, Anna Karenina, Didone, Ofelia, Francesca da Rimini, Albertine . E non solo. Le eroine della letteratura occidentale sono figure per lo più tragiche . Non soltanto perché assumono su di sé i limiti e il peso della condizione umana, come i loro corrispettivi maschili. Ma anche perché, a differenza di questi ultimi, le attende inevitabilmente un destino luttuoso . Non potendo ambire a quello status di fondatrici di stirpi o vincitrici di guerre riservato ai maschi, la morte in scena sembra l’unico modo per raggiungere la gloria. Si tratta di una gabbia in cui si riflettono le convenzioni sociali che per secoli hanno relegato la donna al ruolo di madre, moglie o amante, e che nella morte, meglio se violenta, vedevano l’unica sublimazione possibile per il genere femminile. Alessandra Sarchi decide di salvare queste eroine dal destino fatale che le attende e si chiede cosa sarebbe accaduto se a un certo punto del loro percorso avessero cambiato rotta e la morte non fosse più stata una condizione ineluttabile. Con una prospettiva contemporanea e spiazzante, Vive! permette a questi grandi personaggi femminili di smettere di essere vittime sacrificali, facendosi padrone del proprio destino. Mostrando, ancora una volta, il suo talento di scrittrice, la sua prosa elegante, potente e ricercata, Sarchi dà nuova vita ad alcune delle più grandi donne della storia della letteratura, animando le loro voci in prima persona, incarnandole, accendendo le luci della scena su di loro, finalmente lontane dalla morsa dei rispettivi compagni e mariti, o semplicemente dalla penna dei loro autori, sempre uomini.
Alessandra Sarchi è una scrittrice, storica dell'arte e traduttrice italiana. Ha tradotto romanzi e saggi dall'inglese e dal francese. Dopo gli studi alla Scuola normale superiore e all'Università di Pisa ha conseguito un dottorato di ricerca in storia dell'arte all'Università Ca' Foscari di Venezia. Il suo esordio nella narrativa è avvenuto nel 2007, nell'antologia collettiva Narratori attraverso per i tipi della Diabasis; un anno dopo Alessandra Sarchi ha pubblicato la raccolta di racconti Segni sottili e clandestini con lo stesso editore. Nel 2012 è uscito il suo primo romanzo Violazione (vincitore del premio Paolo Volponi Opera prima), seguito da L'amore normale nel 2014 e La notte ha la mia voce nel 2017, tutti stampati da Einaudi. La notte ha la mia voce ha vinto il Premio Mondello Opera italiana, il Premio Selezione Campiello, Giuria dei Letterati, è stato finalista al Premio Bergamo e ha vinto il premio Wondy per la letteratura resiliente, edizione 2018.
Storie di eroine che si ribellano al loro tragico destino. Alessandra Sarchi da voce a 10 donne dei romanzi più famosi della letteratura occidentale, da Didone a Madame Bovary. Questa sua opera nasce in un periodo di estrema difficoltà, il 2020 dove l’isolamento forzato era la miglior cura per arginare il virus.
Dalla penna dei propri scrittori queste donne hanno un destino luttuoso, in questo periodo storico la società le vede sotto riflettori convenzionali, etichettandole con i ruoli di madre, moglie o amante e nella morte trovano la loro elevazione. Una società maschilista e patriarcale pensiero comune tra gli scrittori i quali non hanno saputo immaginare un futuro o una storia migliore. La Sarchi ha voluto dare una seconda possibilità alle loro esistenze, cambiare quel destino e far scegliere quale strada intraprendere.
Le storie vengono descritte in due parti: * nella prima troviamo l’analisi della donna scelta e come l’autore abbia deciso di raccontarla * nella seconda parte è la donna che racconta in prima persona e parla al proprio scrittore, al marito o all’amante, scegliendo un destino diverso dalla morte.
Questo libro mi ha fatto vedere la trasformazione di pensiero e di considerazione verso la donna. Il cambiamento di posizione nei secoli e di come le condizioni di vita fossero difficile e a volte impossibili, donne che venivano sfruttate e disprezzate. Ora c’è scelta, abbiamo la possibilità di decidere se essere mamma casalinga o mamma lavoratrice, abbiamo i nostri diritti (anche se a volte vengono messi in discussione da leggi ridicole, ma questo è un altro argomento) possiamo esprimere i nostri pensieri.
Le potenti lettere di ribellione che scorrono sulle pagine di questo libro mi hanno letteralmente avvinto con riflessioni necessarie per scardinare i miei punti di riferimento. Cresciuto all’insegna dell’identificazione quasi totale in molte delle eroine protagoniste, non ho potuto non sentire forte un richiamo verso la possibilità di leggere un finale alternativo alle loro storie. Né mi sono potuto sottrarre alla possibilità di mettere in discussione quanto avevo sempre letto in maniera univoca. Vive! è una lettura fondamentale (o un podcast, se volete) per moltiplicare le strade che si affacciano all’immaginazione di chi legge e per chi vuole arricchirsi ricavando dalla lettura risposte alle domande sui modelli che abbiamo sempre considerato intoccabili e immutabili. Alle donne viene finalmente data la possibilità di scrivere il loro finale dignitoso (aggettivo da intendere nell’accezione contemporanea): non muoiono più per espiare colpe che non hanno o raggiungere una glorificazione sancita dal fatto di sacrificarsi; non sono più viste solo con gli occhi degli uomini, anzi sono padrone di loro stesse perché si possono finalmente prendere lo spazio per parlare di sé, guardarsi con i propri occhi e dimostrare capacità di introspezione troppo spesso negate loro in passato per svariati motivi.
Albertine accusa il narratore delle Recherche di averla fatta uscire di scena troppo brutalmente nel momento in cui è diventata pericolosa per il suo ego fragile.
Madame Bovary avverte Flaubert: “Non sarò più l’inchiostro di cui ti nutrirai, ma io stessa la penna che scrive. […] Non mi specchierò mai più sentendomi vicina alla legione di eroine adultere che ho creduto sorelle - poveri fantasmi! - solo perché tu non me ne hai fatte conoscere altre. […] Vivrò vicino alle cose con le parole, e dunque per sempre in un mondo che mi appartiene”.
Anna Karenina scrive a Dolly: “Adesso che sono tornata in me, so chi sono, né Karenina né Vronskaja ma Anna. […] Sono stata e sono madre, ma sono stata anche amante e ora più di tutto mi sento una donna libera. […] Ma il mio vero risarcimento è la libertà interiore che mi sono conquistata, che tu e Kitty, con la vostra comprensione, mi avete aiutato a desiderare più di ogni altra cosa. Ed è un desiderio che si esaudisce ogni giorno perché io ora mi accetto per quella che sono: una donna che ha sbagliato in una società piena di sbagli, una donna che, ciononostante, non ha perso l’amore dentro di sé”.
Ogni lettera, poi, restituisce la sensazione che a scriverla sia stata l’eroina di turno e non una stessa persona dietro le quinte! Pregevole è, infatti, il risultato raggiunto dall’autrice nel replicare i loro eloqui. Il pastiche è ben riuscito, a mio modesto avviso. Da ultimo, non serve necessariamente aver letto le opere originali da poco: le introduzioni a ogni capitolo rievocano l’intreccio delle storie che hanno consegnato le eroine alla nostra Cultura, nonché gli aspetti problematici evidenziabili dalla visione femminista dell’autrice.
“La morte della protagonista è uno stereotipo letterario su cui ha indagato Francesca Serra nel libro ‘La morte ci fa belle’: ‘Nella difficile arte di morire, le donne sono insuperabili. Lo fanno ormai a occhi chiusi, da così tanti secoli e sempre con lo stesso risultato: la morte le rende ancora più belle. Contro ogni legge di natura, come il fiume che risale la corrente o l'asino che vola. Il boom delle belle donne morte non conosce flessioni di mercato. Dalle cornici dei capolavori conservati nei musei di tutto il mondo ci fissano con sguardo spento ma incantevole. Nei libri di ogni genere e lingua spuntano come i funghi, anche laddove non se ne capisce la ragione’. Il mito della sposa-cadavere e l'associazione fra avvenenza femminile e fine tragica sono tanto consolidati da cristallizzarsi nella lapidaria, e inquietante, frase di Edgar Allan Poe: ‘Non c'è niente di più poetico al mondo della morte di una bella donna’. Sempre a Francesca Serra, e all'ironia disvelante della sua scrittura, devo l'aver messo a fuoco il legame tra donne-lettura-piaceri proibiti e peccato che affligge la cultura occidentale almeno dai tempi dell'antica Grecia, e che si riassume alla perfezione nella frase di Jean-Jacques Rousseau, nell'introduzione alla sua ‘Nouvelle Héloïse’: ‘Jamais fille chaste n'a lu des romans’ (Una ragazza casta non hai mai letto romanzi). Come spiega Serra in un altro libro, ‘Le brave ragazze non leggono romanzi’, il paradosso e l'ipocrisia che la frase di Rousseau cela consiste nel fatto che il mercato editoriale, già ai tempi del filosofo svizzero, era fortemente sostenuto dalla lettura femminile, come peraltro oggi, e gli scrittori lo sapevano benissimo. Sono cresciuta con eroine che si dibattono tra una vita morigerata e noiosissima e l'anelito alla fuga, all'autoaffermazione, che spesso si manifesta con il tradimento coniugale o la dissipazione; non ho dubbi sul fatto che Francesca da Rimini, Emma Bovary o Marguerite Gautier (la signora delle camelie) abbiano contribuito a modellare il mio immaginario sentimentale o, come afferma Kate Zambreno nel suo Heroines, abbiano perfino trovato il modo di insinuarsi in alcuni miei gesti, pensati per essere significativi o attraenti agli occhi di uno sguardo maschile.”