In un borgo sperduto dell’Appennino emiliano dove non accade nulla ma «si vive e basta», la vecchia Zelinda trascina la sua misera esistenza di lavandaia che ogni giorno con la sua capra scende al torrente a lavare i panni. A scrutarne i gesti sempre uguali è un «prete da sagre» disilluso e ironico. Tra i due prende forma un dialogo stentato che ruota attorno a un non detto: una domanda che l’anziana donna lascia solo affiorare rinviando di giorno in giorno il momento di formularla. E alla fine, tra schermaglie e reticenze, la domanda arriva tanto potente quanto spiazzante. «Racconto perfetto» secondo il celebre giudizio di Eugenio Montale, nella essenzialità con cui mette a nudo la fatica di vivere in un mondo che non è più sentito come casa propria, il capolavoro di D’Arzo sembra alla fine rivelare tutto e invece forse, suggerisce Alberto Casadei, «nasconde ancora il suo intimo segreto».
Silvio D’Arzo (pseudonym of Ezio Comparoni) was born in Reggio nell'Emilia in 1920. He wrote of the loneliness of the human being, the unpredictability of destiny, the search for a consolation that gives meaning to existence. Despite his untimely death, his production is wide and heterogeneous, including essays on English and American literature (Stevenson and Conrad in particular), and several poems. However, today he is mostly remembered as a fiction writer. His best-known short novella is The House of the Others, described by Eugenio Montale as "a perfect story".
Un racconto che ho letto alcune volte e che amo profondamente. La prima volta avevo pochi anni di più del giovani prete del secondo capitolo: nella descrizione che ne fa Silvio D'Arzo in alcuni tratti mi riconoscevo. Ora ho pochi anni di più del vecchio parroco e quanto lo comprendo! Allora e oggi tanto struggimento e partecipazione al dolore e alla quieta disperazione della protagonista.
Questa volta l'ho ascoltato letto benissimo da Mario Cei. L'ascolto aggiunge una terza dimensione alla lettura : )
Dopo il riascolto di maggio 2025: sempre più innamorato di questo racconto
Ci possiamo fidare del più grande poeta italiano del novecento quando afferma che "Casa d'altri" è un racconto perfetto? Direi di sì, ci si può fidare; è Eugenio Montale a dirlo. Anche Giorgio Bassani ne fu ammirato insieme ad altri scrittori e critici. Ambientato nei pressi di Bobbio, in un'epoca indefinita ma sicuramente remota, "Casa d'altri" narra l'evoluzione di un grande equivoco. Questa incomprensione nasce tra un prete dalla corporatura falstaffiana - come lo descrive l'autore - e un'anziana e minuta signorina, una lavandaia sempre affaccendata. Un misterioso desiderio di sapere è il movente che spinge la vecchia lavandaia a rivolgersi al curato che, annoiato e sempre in cerca di un pretesto per uscire dalla monotonia mortale del paese, intorbidisce la vera natura della sua domanda. Ci sarà una lettera che non arriverà mai al destinatario e alla fine, poco prima dell'ultima pagina, una sconvolgente verità. Sullo sfondo della storia un paese di quattro case immerso nella Val Trebbia. La forza di questo racconto è nella sospensione emotiva che viene a crearsi tra il parroco disilluso, che cerca di entrare nelle viscere di un segreto e la lavandaia che, solo dopo una lunga "danza di silenzi", ne rivelerà la sua potenza inaccettabile. La scrittura di Silvio D'Arzo è completamente bella, sembra un dato all'apparenza banale ma da lettore innamorato sono convinto che sia la lettura come esperienza estetica a muovermi sempre verso la narrativa letteraria. Nello specifico la sua scrittura rispetta i dettami del realismo di matrice tardo verghiana con alcuni guizzi descrittivi, in particolar modo nella fotografia del paesaggio, tendenti nello spasmo a un panismo quasi dannunziano.
Siamo a Montelice un piccolissimo imprecisato paese nel sud. Ci vivono perlopiù anziani e conducono un’esistenza tristemente monotona, ma c’è una vecchia che ne conduce una ancora più mesta: uno stralcio di solitudine che prova a farsi capire almeno dal prete. In tutto questo racconto aleggia una domanda sospesa che avremmo preferito non sapere. Una breve e potente indagine esistenziale.
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"Andermans huis" is een novelle over een oude priester die in een afgelegen gehucht in de Italiaanse bergen gefascineerd raakt door Zelinda, een mysterieuze bejaarde vrouw die hij elke dag aan het kanaaltje kleren en darmen ziet wassen. Dit verhaal moet het vooral van zijn interessant sfeertje hebben: het isolement in de bergen, het gebrek aan communicatie, ... Leuk om eens een avond mee door te brengen en het maakt nieuwsgierig naar d'Arzo's andere werk.
"En nu was het voorbij. Er was iets gebeurd, één keer, en nu was alles voorbij."
"Ik deed het raam open dat uitkijkt op de vlakte. Vlagen regen en de geur van nat gras namen bezit van de kamer."
"Maar zijn gelijk was nu eenmaal iets te groot, en dat is voor mij net zoiets als ongelijk hebben of erger."
Breve racconto di un luogo immobile, di cose non dette, di boschi e luci struggenti, silenzi profondi su vite incompiute. Una commozione incredibile per Zelinda ed il suo segreto.
'Andermans huis' nam me vanaf de eerste pagina mee naar een klein Italiaans dorpje, verscholen tussen de bergen. Het voerde me door de seizoenen heen, alsof ik zelf over de bergpaden liep en de geur van houtvuren rook.
Het verhaal draait om een ontmoeting tussen een priester en een oude vrouw die hem een belangrijke vraag wil stellen – maar niet durft. Er ontstaat een subtiel kat-en-muisspel: de priester probeert te achterhalen wat er in de brief staat die zij ooit schreef, maar nooit durfde af te geven.
In het hoofd van de pastoor ontvouwt zich een ontroerend schouwspel, vol nieuwsgierigheid, twijfel en mededogen. Wanneer de vraag uiteindelijk valt, voelde ik me eenzaam in de bergen. Met een kleine traan in mijn ogen las ik de laatste tien pagina’s, tot kippenvel me bij het slothoofdstuk overviel.
Het is een prachtig verhaal, en pijnlijk kort – zoals het leven. Of is het leven soms juist lang genoeg?
Eng.
'The House Of Others' drew me in from the very first page, carrying me to a small Italian village nestled between the mountains. It led me through the changing seasons, as if I were walking the mountain paths myself, breathing in the scent of woodsmoke.
The story revolves around a meeting between a priest and an old woman who wishes to ask him an important question – yet cannot bring herself to do so. What follows is a subtle game of cat and mouse: the priest tries to uncover what is written in the letter she once composed but never dared to deliver.
Within the pastor’s mind unfolds a moving spectacle, full of curiosity, doubt, and compassion. When the question finally comes, I felt alone in the mountains. With a small tear in my eye, I read the last ten pages, until goosebumps overtook me at the final chapter.
It is a beautiful story, and painfully short – like life itself. Or perhaps life is sometimes long enough?
Als Apenins, entre les muntanyes, hi ha un poble remot i aïllat de quatre cases, on bàsicament hi viu gent gran. Gent gran que viu i després es mor, com ens explica el narrador, el mossèn del poble, d’uns 60 anys. Un dia apareix la vella Zelinda, una dona gran que viu sola, allunyada dels altres i que no es relaciona amb ningú del poble. Silenciosa i discreta, es dedica a fer de bugadera. El mossèn sent curiositat i té l’esperança que un dia se li acostarà com fan tots els altres habitants i que podrà conèixer-la i saber què la fa viure aïllada.
No vull aixafar-vos la lectura, que és una delícia, però bàsicament al llarg de les pàgines d’aquesta història, el mossèn va traslladant al lector el seu neguit creixent, la seva set de saber el que no sap. D’Arzo (i Cucurella-Jorba, amb la seva traducció tan bonica) aconsegueix mantenir la intriga, tot i que no hi ha fets extraordinaris.
Amb una prosa delicada i sensible, Silvio D’Arzo va escriure una història commovedora i trista, en què fins i tot la natura és blava; un drama que reflexiona sobre la vida, la mort i la soledat d’una manera molt bonica i amb unes imatges precioses de la natura, la nit i el fred (gairebé podries subratllar tot el llibre). A Casa aliena hi ha converses de paraules i converses de silencis i de gestos. Hi ha els secrets que no podem ni volem explicar a ningú, ni tan sols a nosaltres mateixos; aquells que només pensar-los ja couen.
È un racconto di 45 pagine, il classico libro di cui comprare un po’ di copie da regalare ogni volta che si incontra qualcuno che lo merita. È la fine di ottobre, in un paese sperduto nell'Appennino emiliano un prete avvista una vecchia selvatica che vive sui monti e osserva la sua vita, e insieme la propria e quella di tutti. La vecchia deve porre una domanda specifica al prete: quale, lo si scopre solo alla fine del racconto, che per una buona metà racconta come quest'ultimo si interroghi su quale possa essere questa domanda. Eugenio Montale lo definì «il racconto perfetto».
Racconto breve e abbastanza intenso; forse ho trovato la narrazione un po’ segmentata ma nondimeno si costruisce un’atmosfera montana quasi sospesa fuori dal tempo. Tutto quello che succede vive e prospera all’interno delle dinamiche del piccolo paesino dove si interlaccia una curiosa relazione tra il prete e Zelinda, l’anziana lavandaia. Incontri veloci e fugaci, con tanto non detto e con una curiosa lettera che appare e scompare. Zelinda mi è piaciuta moltissimo, le sue motivazioni e le sue riflessioni mi hanno sinceramente commossa. Ne avrei letto volentieri più pagine!
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Een weerbarstige parel van een vertelling. Een soort Don Camillo die bij afwezigheid van Don Pepone na dertig jaar herderen over een bergdorp van minder dan tien huizen het allemaal wel goed vindt. Dan komt een oude vrouw zijn wereld binnen en dat verstoort danig zijn rust want hij is nieuwsgierig, voelt dat er iets is en wil haar 'ontmoeten' maar op zijn eigen termen. Daarmee begint het spel maar hij blijkt geen idee te hebben van de inzet en zijn regels schieten te kort. Schitterend.
Een kort, grijs en somber boek dat ik twee keer heb gelezen om te begrijpen wat er nu eigenlijk in gebeurt. Waarom komen al die personages langs? Om de doelloosheid te schetsen van de pastoor? Om een leven te laten zien dat tot weinig leidt?
M'ha passat el mateix que amb la lectura de El viatge (de Pirandello): lectura curta, però molt bonica, i que m'ha deixat sense paraules. Una mica com a la vella de la història...
Casa d'altri, Silvio D'Arzo (1951; Rea edizioni 2023)
Mai mi sarei avvicinata a questo minuscolo libro se non me ne avesse parlato una fida amica lettrice, mai gli avrei dato fiducia se non avessi letto la grande considerazione in cui era tenuto da "pezzi grossi" come Montale, Pasolini, Bassani, mai ci avrei capito qualcosa se non avessi letto recensioni qua e là, se non avessi ascoltato su youtube l'invitante presentazione di Walter Siti.
La storia è ambientata in un contesto di montagna nei pressi di Bobbio (erroneamente indicata da alcuni commentatori nei pressi di Reggio Emilia, forse perché D'Arzo - pseudonimo di Ezio Comparoni - era di quella città) e il protagonista/io narrante è un curato già abbastanza avanti con l'età. Il suo gregge di parrocchiani è esiguo e, al di là della terra e le bestie, ha ben pochi diversivi: fare ogni tanto un pellegrinaggio a Oropa o Loreto, partecipare al funerale di qualche compaesano. L'episodio centrale è l'incontro fra il prete e Zelinda, un'anziana (si fa per dire, 63 anni...) che vive con una capra e si sostenta lavando i panni altrui al fiume. Un dialogo frammentato e scarno porta con sé uno struggente sentimento di partecipazione al dolore e alla quieta solitudine dell'anziana donna.
Dato alle stampe nel 1951, quando il giovane autore aveva 31 anni (sarebbe poi prematuramente scomparso per leucemia l'anno successivo), Casa d'altri era originariamente incluso in una raccolta di racconti dallo stesso titolo, e solo recentemente è stato recuperato e pubblicato come romanzo a se stante. È una lettura breve e intensa, a tratti molto poetica.
"«Io ho una capra che porto sempre con me: e la mia vita è quella che fa lei, tale e quale. Viene in fondo alla valle, torna su a mezzogiorno, si ferma davanti al fosso con me, e poi la porto al canale, e quando vado a dormire va a dormire anche lei. E anche nel mangiare non c’è gran differenza, perché lei mangia dell’erba, e io radicchi e insalata, e la differenza sta solo nel pane. E poi a momenti io non potrò mangiare più neanche quello… Come me… come me. Ecco che cosa faccio io: una vita da capra. Solo che lei... quanto può stare al mondo una capra?» «Una capra? Quanto vive una capra?» dissi io, preso così alla sprovvista. «Beh, non più di vent’anni.» «Ecco, Vent’anni e nient’altro. Solo che lei finisce più presto; senza nemmeno confronto. Io ne ho sessantatré quest’inverno.»"
"Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, / Silenziosa luna?" Così inizia il Canto notturno di Leopardi. Ho ritrovato in questo racconto lungo di D'Inzeo quella stessa monotonia del vivere, quella coazione a ripetere le stesse cose giorno per giorno che fa chiedere là al pastore, qua a una vecchia e un prete, se esista un senso per tutto questo. Un borgo dell'Appennino emiliano, sette case e tante capre, dove non si fa altro che "vivere": questo lo sfondo di un racconto in cui un prete vuole sapere quale sia la domanda che una vecchia si porta dentro e non esprime. Ma quando lo fa, il prete, la persona più adatta proprio a rispondere a una domanda come quella, non può dire niente. E allora non si può che attendere di raggiungere davvero una casa che si possa considerare propria, perché il mondo è "casa d'altri".
"Casa d'altri was defined by Montale as "a perfect story". It seems made of air, so much so that it can be summed up in two lines: "An absurd old woman: an absurd priest: an absurd story for a penny". And yet - for its ability to touch the meaning of life in depth - it is one of the most beautiful stories of the twentieth century."
It might be perfect, but by comparison with other masterpieces of the world literature it is an OK story, 6/10. I agree it seems made of air, in the sense that it is a fairly linear and simple story, but I am not sure this is a positive thing.
Anyway, the last part is indeed very deep and must have been even controversial for the time, and is what perhaps make this story stand out.
Consiglio a tutti l' ascolto dell' audiolibro, disponibile su Rai play sound - la voce del lettore è espressiva e coinvolgente, e penso abbia dato un grande contributo alla resa del racconto. L'atmosfera è mesta e quieta, malinconica: ho trovato nel complesso il racconto triste e desolato, ma ben scritto, con personaggi accattivanti pur se a volte abbozzati con giusto qualche tratto. Sono rimasta anche col dubbio che il finale nasconda più di quanto viene detto, ma magari è solo suggestione. Consigliato!
Un racconto che ho trovato perfetto per questo momento della mia vita che mi vede salire ogni giorno verso una piccola scuola di montagna. L’inverno che dura cinque mesi, i suoni, l’atmosfera, lo scorrere lento del tempo e di queste vicende.
"L’aria fuori viola e viola i sentieri e l’erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti… c’è quassù una certa ora. I calanchi si fanno color ruggine vecchia e poi viola, e poi blu… le capre si affacciano agli usci con degli occhi che sembrano i nostri. E non c’è sole né luna nel cielo."
La freschezza e il gelo della montagna, il calore immenso di Zelinda e il vuoto di un prete che stranisce. Non sarà la perfezione di cui parlava Montale ma di certo è un racconto che mi ha commosso, emozionato e profondamente coinvolto.
un intenso dilemma teologico in cui D'Arzo ci porta a interrogarci sul senso della vita e su quanto valga comunque la pena di essere vissuta. Non offre risposte ma fa porre tantissime domande, in così poco spazio. Si capisce perché Montale lo abbia definito il racconto perfetto.