Quando si parla di "Casa d'altri", il racconto di Silvio d'Arzo - o, con il nome con cui fu pubblicato, Sandro Nedi, o, ancora, il suo vero nome, Ezio Comparoni - è inevitabile citare il giudizio di Montale a riguardo: "é un racconto perfetto".
Perché?
Perché, "un'assurda vecchia: un assurdo prete: tutta una assurda storia da un soldo" è un racconto perfetto?
E perché, in fondo, per parlare di "Casa d'altri" ci si rifugia, quasi sempre inevitabilmente, nel giudizio lapidario (ma corretto, eh) di Montale?
Il perché, credo, di entrambe le domande è riconducibile alla capacità di D'Arzo di creare un racconto che non spiega, ma mostra, che mette davanti al lettore una storia, e lascia che sia lui, nella totale libertà a muovercisi al suo interno. Un lavoro, quello di D'Arzo, che segue un po' la regola di Hemingway o Carver dell'iceberg: ovvero che soltanto il 10% emerga, e che tutto il resto sia sommerso. Non c'è parola in "Casa d'altri" che non sia perfettamente bilanciata, che non concorra a creare l'atmosfera crepuscolare in cui si muovono i suoi personaggi, o che vada a rompere quell'incantesimo di sospensione in cui la realtà è sempre mostrata, mai spiegata. In questo sono esemplari le descrizioni dei luoghi, della luce, mai di riempimento, ma sempre fondamentali nel riuscire a rendere universale questa sensazione di fine in cui si muove il prete: "l'aria intorno era viola, e viola i sentieri e le erbe dei pascoli e i calanchi e le creste dei monti".
La storia in sé è piuttosto semplice: a un vecchio prete di montagna, appena dopo la seconda guerra mondiale, si approccia una vecchia, con una domanda, che però gli farà soltanto alla fine. Intorno a questa trama semplicissima, fatta di avvicinamenti e allontanamenti, in una specie di danza fra i due, sta la perfezione di cui si diceva prima. "Casa d'altri", infatti, può essere il racconto della fine di un mondo, quello tradizionale, e l'avvento di un altro; può essere il racconto dell'ultima possibilità di un "prete da sagre" di poter sentirsi degno di se stesso; può essere il racconto di due vecchiaie, di due solitudini, e di due modi differenti di accettare la resa e la consapevolezza della resa; può essere, in fondo, il racconto di una solitudine universale e disperata, incarnata in un microcosmo. Ma tutto questo non lo renderebbe perfetto. Ciò che lo rende perfetto, per me, è il fatto che "Casa d'altri" è tutto questo contemporaneamente, in ogni singola pagina, ognuno può vedere, leggere, questi racconti, e tutti convivono insieme, senza mai escludersi.
E da questo, inoltre, secondo me, deriva il fatto che ogni volta che si parla di "Casa d'altri" ci si trincera dietro: "Montale ha detto che è il racconto perfetto". Perché a spiegarlo, a dire così e cosa lo si rovina. E' un racconto che vive di atmosfere, di sensazioni, di immagini, che le parole possono soltanto che deturpare.
Quindi. Com'è "Casa d'altri"? Il racconto perfetto, secondo Montale.
In questa edizione Feltrinelli, sta anche il racconto "Due vecchi". Anche lì, non sarà il racconto perfetto, però madonna se è un racconto di Cristo.