Il 5 maggio 1750 il trealberi Matilda salpa da Napoli per le terre del Levante; a bordo, tre gentiluomini inglesi appassionati di Omero, decisi a ritrovarne le tracce, e un valente artista italiano, grazie ai cui disegni l’Europa riscoprirà le meraviglie del mondo antico. Il viaggio era stato progettato a sognato in eleganti interni inglesi, fra legni lucenti e scoppiettii aromatici nei caminetti, messo a punto nelle dolcezze di un autunno romano, è infine intrapreso con l’arrivo, nel porto di Napoli, della nave noleggiata a Londra – un trealberi fornito di tutte le comodità indispensabili al benessere di giovani aristocratici e di un’invidiabile biblioteca. La spedizione, che si protrae fino all’estate del 1751, percorre le coste del Mediterraneo, da Smirne a Costantinopoli, dalla piana di Troia all’Egitto, trasformandosi in carovana armata per penetrare nell’interno, accumulando marmi e dati archeologici, deviando dal percorso per scoprire e rivelare al mondo le meraviglie di Palmira e di Baalbeck. Giaveri ricostruisce l’affascinante avventura che inaugurerà una nuova stagione d’amore e di studi per l’antichità classica, congiungendo il Secolo dei Lumi con quello del Romanticismo. Un libro storicamente preciso e letterariamente libero. Perchè leggere una storia di mare navigando su quello stesso mare può condurre i giovani avventurosi a mirabili scoperte ma anche a discussioni divertite e irriverenti sui grandi testi omerici. Il viaggio è infatti accompagnato dalla lettura dell’Odissea. Mentre i tre raffinati grecisti di Oxford discutono di poesia orale o dell’esistenza stessa di Omero, il disegnatore piemontese pone un quesito ingenuo che scatena un’indagine serrata e «L’avventuriero che giunge a Itaca e rivendica il trono si chiama davvero Ulisse?»
I giovani inglesi e l’artista italiano che nel 1750 partono da Napoli alla volta di Smirne, Costantinopoli, Troia e Palmira possono domandarsi, rileggendo l’Odissea nelle luminose ore di navigazione sul «L’avventuriero che giunse a Itaca e si rannicchiò a dormire sulla spiaggia si chiamava davvero Ulisse?»
“Nei Mari di Ulisse” è un romanzo piuttosto peculiare, che supera i confini della narrativa. La penna di Maria Teresa Giaveri trasporta lə lettorə nel mondo e nei misteri di Omero, attraverso la cornice di un Grand Tour settecentesco che tocca anche le coste della mia Napoli. Tra realtà e una serie di licenze poetiche, questo libro diventa una vera e propria lectio sull’importanza dell’Iliade e dell’Odissea e sulla figura ambigua di Ulisse, uomo dal molteplice ingegno e dalle infinite identità. È forse questa la forza e la più grande debolezza di questo testo, un ibrido tra opera di saggistica, travelogue e romanzo storico. I passeggeri della nave Matilda, gentiluomini inglesi (realmente esistiti) appassionati di epica greca e archeologia, mi sono quasi sembrati figure evanescenti (come le ombre interrogate da Ulisse), dei mezzi attraverso i quali l’autrice ha potuto portarci nella leggendaria Itaca, sacrificando, però, tutto il resto. Poco si vede e si sente di Napoli, Istanbul, Budrum e delle stesse Palmira e Baalbeck, che hanno portato due di questi viaggiatori, Robert Wood e James Dawkins, a pubblicare dei volumi importantissimi per gli studiosi del tempo. Questo libro è un’immensa celebrazione dell’amore europeo per l’età classica, che ha superato il tempo e lo spazio, abbracciando molteplici generazioni di letteratə, storicə, antropologhə. Ma è impossibile ignorare l’assenza di una componente narrativa che non riesce a mettere radici in pagine e pagine di critica letteraria. In sostanza, “Nei Mari di Ulisse” è una lettura più che soddisfacente per chi ha già una conoscenza delle opere di Omero, ma una leggera delusione per chi si aspetta un’opera di narrativa a tutto tondo.