Vivi per 27 anni senza conoscere, se non sommariamente, un poeta o uno scrittore che sia. Poi, un giorno, attraverso i versi di qualcun altro (in questo caso Eugenio Montale) ti imbatti in un nome, che ti risuona sulle labbra per la strana sonorità; ti colpisce anche il titolo di una sua raccolta, che rimanda al silenzio. Al non far rumore. E sei in quella fase della tua vita in cui sembra quell'assenza di rumore ti calzi a pennello. Allora inizi a leggerlo.
Ed è in quell'istante che il vaso di Pandora si rompe, accecandoti con tutta la bellezza contenuta al suo interno.
Dei versi struggenti, e più li leggi più aumenta la difficoltà nel non far affiorare le lacrime tra le ciglia.
Osservi, quasi vergognandotene, l'estremo dolore di una vita passata ad osservare da dietro un vetro il lento fluire gioioso dei giorni. Un essere di profondità incommensurabile, coi suoi versi teneri e disarmanti in tutta la loro cruda realtà. Oggettivi e onesti, che descrivono le cose per quelle che sono, senza orpelli, eppure quanta poesia. Ogni parola dipinta attentamente, scelta con cura tra i miliardi di parole esistenti. Mi ha commosso, mi ha aperto voragini nel cuore e sulla pelle. Mi ha reso insonne e mi ha fatto da specchio, come nessuna superficie riflettente aveva fino ad ora ancora fatto.
Maestria poetica mai trovata prima.
Sarà solo che è "nelle mie corde". Anima affine.
Perchè ci sono libri che questo devono fare... aprirti delle ferite come piccole finestre sul mondo che ti fanno osservare la realtà per quella che è, splendida viva e dura, ma "senza perdere la tenerezza".