Scoperto e recensito da Montale negli anni venti, Camillo Sbarbaro è riconosciuto come una delle voci più significative della poesia del primo Novecento italiano, insieme a Campana, Rebora, Boine. Nella sua produzione, peraltro di quattro sole raccolte, "Pianissimo" è una delle opere più emblematiche, che denuncia un disagio esistenziale e una crisi di valori. Ripubblicato nel 1954, in una redazione profondamente mutata rispetto a quella iniziale, "Pianissimo" non riscosse nella nuova veste i favori della critica per la sua decisa rottura con l'imperante modello dannunziano e crepuscolare. Ed è la versione iniziale ad essere qui riproposta, affidando alle note e al commento il confronto con le varianti successive.
Sbarbaro si trova su quella labile linea di confine tra i poeti destinati all’oblio e quelli entrati nel canone. Pochissimo letto, si riserva di mantenersi nella nostra memoria perlopiù grazie alle antologie scolastiche, che ne limitano di molto la portata (lo accademicizzano, e propongono sempre la stessa manciata di poesie dedicate al padre) ma quantomeno ne perpetrano il nome. Destino beffardo e ingiusto, Sbarbaro fu maestro del nostro più grande poeta del Novecento, Montale (e fu lo stesso a sottolinearlo più volte) e fu, soprattutto, poeta ben più grande di alcuni che hanno avuto miglior sorte (Quasimodo su tutti, ma direi anche Campana, il cui rinnovato successo editoriale degli ultimi anni continua a risultarmi inspiegabile). È ora buona che si inizi a riscoprirlo davvero, perché Pianissimo (così come la successiva raccolta di prose Trucioli) è un libro di altissimo pregio, incastonato tra umori leopardiani e baudeleriani e stilemi per l’epoca nuovissimi, addirittura anticipatori su quella generazione di autori italiani ed europei che dopo la Grande Guerra contribuirono a cambiare per sempre i connotati del fare poetico. Eccellente quest’edizione Marsilio, che ripropone i testi originali del ’14 (e non le edizioni ritoccate ma dai più ritenute inferiori del ’54 e ’61) e che offre al lettore un’ottima introduzione e un ancor migliore apparato critico curati da Lorenzo Polato.
Erede di Baudelaire e Leopardi, frequentemente rapportabile a D’Annunzio, ho trovato le poesie di Sbarbaro toccanti e meritevoli di approfondita attenzione. Dai toni e temi crepuscolari, la raccolta del poeta ligure mette a nudo il suo animo: un animo delicato, sensibile, abitante un mondo arido, desertico, petroso. Per questo, il poeta é come un sonnambulo che si muove assente nel trambusto cittadino ove solo la natura, espressione dell’infanzia e di un contatto profondo, o il dolore, in quanto dotato di prorompente incisività, possono consentire di ritrovare sé stessi e lottare contro l’avviluppante indifferenza della consuetudine. Due noti componimenti sono dedicati al ricordo del padre.
"... pel rimorso che sta in fondo ad ogni vita, d'averla inutilmente spesa, come la feccia in fondo del bicchiere, per la felicità grande di piangere, per la tristezza eterna dell'Amore, pel non sapere e l'infinito bujo... Per tutto questo amaro t'amo, Vita." (p. 47)
Pianissimo è una sorta di diario morale dove l’essere umano diventa “cosa” (oggetto) che guarda lo scorrere della propria vita dall’esterno rendendolo, attraverso l’apatia, incapace di “aderire” al mondo. La discesa agli inferi si percepisce in ogni verso di questa raccolta, caratterizzata da un’introduzione illuminante e note finali che mi han fatto (piacevolmente) sentire a scuola.
Breve libro di poesie semplici sul tipico male di vivere novecentesco, dove pure la sofferenza sarebbe un sollievo al confronto del vuoto che sente il poeta. Ogni tanto perdono concretezza, ma in generale si sente che derivano da un vero sentire e non da una posa intellettuale, tanto che mi sembrava di poter capire quel sentimento. Sembra quasi di leggere Pavese, ma più formale, o Montale, ma meno metaforico e profondo. Un po' ripetitivo: nella ricca introduzione si suggerisce che sia fatto di proposito per dare unità alla raccolta, che è effettivamente omogenea, cosa che ho apprezzato. È ancora più semplice sentirsi in relazione con le poche poesie dedicate al padre e alla sua morte, di misurata commozione. Le note si dilungano con paragoni con altri poeti antecedenti e confronti con i rifacimenti del poeta scritti qualche decennio dopo: ho smesso presto di leggerle perché mi sembravano troppo alambiccate per un lettore non accademico come me.
Vivi per 27 anni senza conoscere, se non sommariamente, un poeta o uno scrittore che sia. Poi, un giorno, attraverso i versi di qualcun altro (in questo caso Eugenio Montale) ti imbatti in un nome, che ti risuona sulle labbra per la strana sonorità; ti colpisce anche il titolo di una sua raccolta, che rimanda al silenzio. Al non far rumore. E sei in quella fase della tua vita in cui sembra quell'assenza di rumore ti calzi a pennello. Allora inizi a leggerlo. Ed è in quell'istante che il vaso di Pandora si rompe, accecandoti con tutta la bellezza contenuta al suo interno. Dei versi struggenti, e più li leggi più aumenta la difficoltà nel non far affiorare le lacrime tra le ciglia. Osservi, quasi vergognandotene, l'estremo dolore di una vita passata ad osservare da dietro un vetro il lento fluire gioioso dei giorni. Un essere di profondità incommensurabile, coi suoi versi teneri e disarmanti in tutta la loro cruda realtà. Oggettivi e onesti, che descrivono le cose per quelle che sono, senza orpelli, eppure quanta poesia. Ogni parola dipinta attentamente, scelta con cura tra i miliardi di parole esistenti. Mi ha commosso, mi ha aperto voragini nel cuore e sulla pelle. Mi ha reso insonne e mi ha fatto da specchio, come nessuna superficie riflettente aveva fino ad ora ancora fatto. Maestria poetica mai trovata prima. Sarà solo che è "nelle mie corde". Anima affine. Perchè ci sono libri che questo devono fare... aprirti delle ferite come piccole finestre sul mondo che ti fanno osservare la realtà per quella che è, splendida viva e dura, ma "senza perdere la tenerezza".
Amato la prima parte, la seconda mi ha lasciato un po' sgomenta ma alla fine ritengo che i temi portati oltre a rapirti emotivamente sono descritti quasi sempre molto bene.
Sbarbaro ha davvero il mio cuore. Non mi sono mai sentito così vicino ad un poeta. Ricorderò le sue parole per sempre. Un dei regali migliori che ho ricevuto in vita mia.
Non ho mai letto sistematicamente le poesie di Sbarbaro.
Ma alcune di loro sono tra le mie preferite da molti anni:
"Padre, se anche tu non fossi il mio padre, per te stesso egualmente t'amerei. [...]"
"Taci, anima stanca di godere e di soffrire (all'uno e all'altro vai rassegnata). [...]"
"Voze, che sciacqui al sole la miseria delle tue poche case, ammonticchiate come pecore contro l'acquazzone; e come stipo di riposti lini sai di spigo, di sale come rete; [...]" (quest'ultima non è di Pianissimo, però è bellissima)