Così commentai recentemente in un GDL
9 dicembre 2019
La prima vera scrittura al femminile, per me, che non scimmiotta quella dell’ autore maschio sussumendone lo stile: la Glaspell sa coniugare pensieri e sensibilità femminile con le parole che non hanno sesso in sé. Come lei solo la Bronte: la Emyle, logicamente. Infatti, io la preferisco nonostante “Jane Eyre” di Charlotte sia vista come una proto-femminista.
10 dicembre
La donna dipende dalla parola dell'uomo, dal suo sì e dal suo no. La donna tace anche quando è logorroica perché non le è concessa la parola decisiva.
Le donne che scrivono, soprattutto le più grandi, ci raccontano di donne "esemplari", nel bene e nel male, intente giustamente alla loro realizzazione: donne che si emancipano o si liberano o vorrebbero farlo.
Tutta roba sacrosanta che, per me, è soprattutto compito politico, sociale o saggistico; modi che non necessitano delle contraddizioni di cui è stratificata la vita al femminile. Della nostra visione del mondo, dei modi nascosti e vitali per non naufragare nel mare della vita non ci sono quasi mai parole. Nulla. Solo nei personaggi secondari, con tollerante bonomia, si parla di quel nostro quid, dello scegliere le piccole cose, le minuzie, della nostra capacità di intuire la verità, dietro i frame della realtà; nulla, se non riprovazione pietosa, del saper recitare al meglio il ruolo assegnatoci per vivere la doppia vita che conduciamo carezzando i fuochi fatui e i folletti che ci abitano dentro. La Gaspell l'ha fatto. Benissimo la concisione del racconto: allungarlo avrebbe solo annacquato quello che ci è chiaro fin dal primo momento: lo scoccare della solidarietà femminile quando il colpirne una è colpirle tutte.
15 dicembre
Senza saperlo o volerlo e, come direbbe il mio amato Camus, sono tre donne che si ribellano e questa ribellione ha a che fare con la rivolta. La rivolta non è la rivoluzione ma la presa di coscienza che se una cosa fa male a me fa male a noi tutte. Cominciare a parlare col noi, punto di partenza per non fermarsi alla sterile egotica ribellione, è il messaggio della Gaspell, se si vuole definirlo così.
Ci sono tre donne isolate nelle praterie del mitico west: hanno assolto al meglio il compito assegnatole di casalinghe, dall’alba al tramonto, all’ombra dei mariti ma, guarda guarda, vogliono il telefono per ciarlare.
Una sola è disperata: è quella a cui è stata tolta la voce e non solo la parola.
La poveretta, ridotta dal consorte a ruolo di ombra, si ribella allo sterile ma imperioso segno del comando del maschio: maschio era il Dio che vietò di mangiare il pomo, comando che Eva non poteva comprendere: lo mangiò.
L’eterna Eva che è in noi la spinge a comprare un canarino – una voce, solo una voce melodiosa - ma dopo poco lo trova col collo ritorto. Non regge "al delitto inutile ": a quella vista si "rivolta" e uccide il marito che l'aveva cacciata dal piccolo eden che si era ricreata. Lo uccide in nome della legge del contrappasso.
Così i fatti: sono le altre due donne, indagatrici per caso, a illuminarceli. Sono esse stesse fattrici, relegate in secondo piano anche in quel frangente in cui sono chiamate a partecipare solo per occuparsi di cose da femmine: debbono cercare qualche straccetto da portare alla carcerata, mentre i tre maschi, il testimone, lo sceriffo e il procuratore cercano “le prove” al piano di sopra.
Che cosa le insospettisce? Vedi caso, i segni di sciatteria - mai una donna come si deve, come era la poveretta ora in carcere, lascia- guidano il loro fiuto di casalinghe ferite nell’onore. Lei era una di loro, faceva le cose a puntino e qualcosa di grave è successo per lasciarsi andare: la prova regina è il povero uccellino.
Non c’è bisogno di parole, bastano sguardi di sottecchi. L’assolvono e occultano il cadaverino trovato cestino dei lavori di rammendo avvolto amorevolmente in una pezzetta chissà che i maschi possano arrivarci pure loro al cosiddetto futile motivo. Per loro donne, invece, a tutto c’è un limite: quell'ultimo inutile crudele gesto è la scintilla per la rivolta senza sentirsi eroine: più tardi ritorneranno al loro trantran, a fare il pane, a strizzare i panni e a mungere le vacche. Non si uniranno all’esercito della salvezza: il loro era stato un gesto giusto e necessario, come quello di fare conserve squisite.
22 dicembre
Sulla solidarietà femminile
Ho talmente riflettuto su questo librino che ancora non sono riuscita a scrivere la solita cuscinata, quando non è lenzuolata.
Mi dispiace dirlo: ma il problema femminile ha una concausa importante proprio nella mancanza di solidarietà tra noi, manichini in vetrina speranzose di essere sempre le prime a essere "acquistate". Siamo competitive, troppo: vogliamo essere le prime di noi per poter ricevere il premio dal cavaliere di turno.
Per ritornare al libro: la solidarietà delle due retrive donne del middle west, di ieri e di oggi-quelle pronte a votare Trump o la governatrice dell'Alaska-, scatta proprio quando la “rea” viene accusata di non sapere tenere in ordine la casa, luogo di cui ogni donna è regina per definizione.
E ci ho riflettuto fino al punto di convincermi di essere uno zio Tom al femminile o, per dirla in politichese e trasponendola ai tempi che ho vissuto, più Luther King che MalcomX.
Cioè: non ho avuto da ridire con i maschi se non nei limiti dei più o meno normali contenziosi con persone di entrambi i sessi.
Sono convinta "dentro" del mio ruolo di femmina come mi è stato assegnato dalla società maschilista, al punto di farmi bastare l'emancipazione che mi sono trovata storicamente “impiattata”?
Mi viene da scrivere che la mia vita di donna e di madre è stata fortunata.
La parola "fortuna", che come si vede uso disinvoltamente, mi esclude psicologicamente dal diritto di essere "aiutata" ( “aiuto”: un altro lapsus da schiava fatta e finita) dal mio partner e dai colleghi che ho avuto: che li abbia rubricati solo "buoni badroni"? Nessuna scintilla femminista ha mai bruciato dentro di me? Mi è sembrato tanto il poco che ho ricevuto e pagato in riconoscenza?
Mi chiedo: e se questa convinzione l’abbia invece sussunta dalle mie sodali, cioè dalle donne, quelle “sfortunate”, compiacendole per guadagnarmi un posticino nel loro cuoricino inaridito?
Eh: sì: il "che culo"! è stato il leit-motiv che affettuosamente mi hanno ripetuto. Cosa che non mi ha frenato dallo “scalmanarmi” per tutti i torti che ricevono le donne, eccetto me naturalmente. Ancora ora rifiuto, vergognosa, l’aiuto del maschio per non sentire il solito: lo vedi come sei fortunata! Zitta che non sai di cosa parli!. Cioè di fatica, di perdita di sonno, di dolore solitario: il mio maschio ha cucinato per me, ohibò.
Sì, sì, sono Zio Tom 😭😭😭