Questo libro, assieme a La società signorile di massa di Ricolfi, aiuta a inquadrare bene alcune dinamiche che stanno portando i conti pubblici del nostro Paese al tracollo. In soldoni: una fetta troppo ampia di persone vive più che dignitosamente sulle spalle dell'altra fetta di persone, quelli che lavorano e producono. Siccome la prima fetta - che incassa di fatto più di quanto ha versato, talvolta nulla - continua ad ampliarsi e la seconda si riduce, in un contesto di assente crescita economica e denatalità, il sistema è destinato al collasso. In questo libro vengono passate in rassegna molte storture del sistema pensionistico italiano, che cumula assieme previdenza e assistenza, con specifici focus sulle diverse categorie interessate (es. dipendenti degli enti locali, forze dell'ordine, politici) e sulle scelte economiche e finanziarie attuate (ad esempio la scellerata gestione degli immobili di proprietà dell'INPS, prima svenduti, poi occupati dall'Ente o da altri enti locali pagando fior fior di canoni che hanno fatto arricchire i privati proprietari e infine riacquistati a prezzi più elevati, con cospicue perdite totali). La soluzione, numeri alla mano, sarebbe quella di convertire il sistema, passando dal criterio di ripartizione (i contributi di chi lavora vengono subito impiegati per pagare le pensioni di chi si è ritirato) a quello di capitalizzazione (i contributi di chi lavora vengono accantonati, investiti e infine restituiti sotto forma di rendita alle stesse persone quando vanno in pensione). Non viene tuttavia spiegato come in concreto attuare il passaggio, che sarebbe ovviamente pesantissimo e andrebbe fatto in modo graduale e diluito nel tempo, per evitare che ci siano milioni di persone che, al termine di una vita lavorativa di contributi versati, si sentano dire "non ti verrà data alcuna pensione!". Un altro tassello mancante nell'intero puzzle di questo contesto - ma non era obiettivo del libro analizzare anche questi aspetti - è che tutti quei soldi che mancano dalle casse dello Stato non si sono volatilizzati, ma sono finiti nelle tasche di milioni di persone e da questi investiti (nell'economia reale, nel mattone, in strumenti finanziari, ecc...) oppure depositati nei conti correnti. La ricchezza privata degli italiani, o meglio delle generazioni che hanno vissuto quei decenni di pacchia, è infatti ancora piuttosto consistente e consente di fare in modo che il tenore di vita medio di buona parte delle persone sia ancora decoroso, spesso ben al di sopra di quello che potrebbero permettersi se potessero contare solo sul loro stipendio. I politici sanno che si tratta di una bomba a orologeria ma, all'italiana, continuano a gettare avanti la palla sapendo che il momento del crack non è ancora arrivato e forse verrà evitato ancora per un po' di tempo grazie al trasferimento di tutta questa ricchezza che avverrà dopo il decesso dei boomer. L'amara riflessione che faccio è che se da una parte è vero che tutte queste storture si sono generate a causa di provvedimenti miopi della classe politica di quegli anni, dall'altra va ricordato che la classe politica è pur sempre l'espressione di un popolo e quelle politiche generose in termini previdenziali e assistenziali sono servite a tenere buone categorie trasversali di cittadini, o meglio elettori, a cui alla fine è andata bene così e che ne hanno approfittato. Non siamo evidentemente un popolo giudizioso, capace di programmare con oculatezza sul lungo periodo. Al contrario viviamo alla giornata, non ci preoccupiamo troppo di quel che sarà e affrontiamo i problemi solo quando ormai sono deflagrati. Succederà lo stesso anche per il sistema pensionistico: è solo una questione di tempo.