Dopo anni di silenzio critico, in cui di Virginia Woolf appariva solo qualche sporadico saggio, o qualche pubblicazione sconnessa, che non potevano rendere giustizia alla forza di un’opera che va letta nel sua interezza e nel suo sviluppo, negli ultimi anni il mondo dell’editoria sembra aver ritrovato vivo interesse per la complessa figura di questa intellettuale difficile e scomoda.
Rallegra il fatto che anche in Italia negli ultimi tempi alcune case editrici abbiano dedicato uno spazio sempre maggiore alla sua riscoperta, pubblicando opere di estremo intereresse.
In coincidenza con l’anniversario dei settant’anni dalla scomparsa della scrittrice, esce per la collana “La tartaruga” del gruppo Baldini Castoldi Dalai (casa editrice milanese meritevole di aver pubblicato negli ultimi anni cinque opere critico-biografiche) “Virginia Woolf, mia zia”, la biografia più completa della scrittrice, composta dal nipote Quentin Bell, opera preziosa per l’appassionato, che mancava sui nostri scaffali dal 1974. Una scrittura semplice e lineare, una biografia che si legge come un romanzo, realizzata con la puntigliosità e l’attenzione al dettaglio del biografo, con l’affetto e il trasporto del vincolo di sangue, con la devozione dell’amante della prosa d’arte. Minimum fax propone invece il tascabile di quel “Diario di una scrittrice”, già pubblicato nel 2009 nella preziosa collana “I quindici”, che raccoglie la selezione tratta dai diari di Virginia curata dal marito Leonard Woolf e data alle stampe nel 1953, dodici anni dopo che la scrittrice si tolse la vita annegandosi nel fiume Ouse. Le due opere possono coinvolgersi e colmarsi vicendevolmente essendo per molti aspetti complementari. Infatti, laddove Bell privilegia gli aspetti intimi e personali della donna Virginia proponendo con chiarezza e ricchezza di fonti una serie importante di vicissitudini esistenziali legate soprattutto alla complessità delle relazioni familiari e ad eventi dolorosi come la morti del fratello Toby, del padre Leslie e del suo migliore amico Lytton Strachey, i Diari si concentrano maggiormente su tutto ciò che riguarda lo scrivere e sulla meticolosa e ansiosa attività di romanziera e critica letteraria della scrittrice londinese.
D’altra parte, distinguere la vita della scrittrice Virginia Woolf dalla vita della donna Virginia Woolf è impresa alquanto ardua. Le sue storie sono infatti permeate di un così intenso, per quanto trasfigurato, autobiografismo ed i luoghi della sua vita rivivono in modo diffuso nelle sue opere come nel caso del romanzo capolavoro “Gita al faro”, dove Virginia rievoca le figure del padre, della madre e dei fratelli durante le loro vacanze nell’incantata casa in Cornovaglia, sulle rive dell’Oceano.
Virginia e il suo mondo.
I luoghi e le esperienze furono dunque essenziali alla sua scrittura e, nonostante le violente crisi depressive che la tenevano per lunghi periodi lontana dal resto del mondo e che la portarono al tragico epilogo della sua esistenza, la Woolf non fu un’artista solitaria e appartata ma creò attorno a se una rete di amicizie e legami che nemmeno la malattia poté recidere.
Alla morte dei genitori si trasferì con i fratelli da Hyde Park Gate a Gordon Square, nel quartiere londinese di Bloomsbury. In questi anni, dal 1905 circa fino all’avvento della II guerra mondiale, la spaziosa casa di Gordon Square diventò il centro del famoso circolo intellettuale denominato Gruppo di Bloomsbury in cui i membri erano soliti riunirsi negli incontri del giovedì sera. Uno dei fondatori fu Thoby, l’amato fratello di Virginia, che insieme alla sorella Vanessa iniziò a prendere parte attivamente alle riunioni del gruppo e ne divenne membro centrale. Restie a frequentare l’agiata classe borghese londinese, dalla cui stupidità e superficialità si sentivano nauseate e escluse (se ne ha un affresco vivissimo in “Mrs Dolloway”), le due sorelle trovavano in quegli incontri tanto stimolanti il luogo dove il loro intelletto vivo e la loro sensibilità artistica potessero essere compresi e valorizzati. Ne facevano parte Stratchey Lytton e Clive Bell, scrittori e mentori letterari per Virginia, Leonard Woolf, il suo futuro marito, il grande economista J.M.Keynes, il pittore Duncan Grant. Gli appartenenti erano anticonformisti e spregiudicati, criticavano le restrizioni del periodo Vittoriano in cui erano stati educati, e celebravano l’affrancamento e la libertà dalle limitazioni sociali, religiose e sessuali delle epoche precedenti. Il fatto che Virginia e Vanessa, due donne, trascorressero le loro serate in compagnia di uomini dai costumi strambi e deprecabili, convivessero poi più tardi con loro in appartamenti misti e in tenute di campagna, tardassero il loro debutto in società, non curassero il loro vestiario, erano atteggiamenti che la società perbenista non poteva tollerare. Virginia fu anche un'attivista all'interno dei movimenti femministi per il suffragio delle donne e le sue idee di emancipazione e le sue analisi sulla condizione femminile si ritrovano spesso nelle sue opere. “In A Room Of One's Own” (1929) tratta il tema della discriminazione femminile, mentre in “Three Guineas” (1938) si occupa del ruolo dominante dell'uomo nella società a lei contemporanea. Il rapporto con la donna viene visto anche sul piano sentimentale ed in questo contesto si inserisce la presunta storia d'amore fra Virginia e la sua amica Vita Sackville-West, una relazione che ispira la scrittrice nella stesura del romanzo “Orlando”.
Ma la Woolf fu la più grande outsider della letteratura inglese post-vittoriana anche dal punto di vista dello stile narrativo che, sulla scia dell’esperienza del contemporaneo James Joyce, contribuisce a rivoluzionare abbandonando gli schemi tradizionali a favore di un percorso narrativo che privilegia il monologo interiore al fine di esprimere il flusso di coscienza dei suoi personaggi.
Colta, intelligente, ironica, dissacrante, spregiudicata e controcorrente.
I suoi meravigliosi e indimenticabili personaggi non avrebbero potuto nascere che in un consesso all’altezza della sua folle particolarità.