Mi ha fatto piangere, mi ha fatto sperare, mi ha dato ragione di perseverare nella mia recente ossessione per il nome delle cose. Non ho mai letto descrizioni così belle e ispirate dell'alternarsi delle stagioni, del giorno e della notte, dello scorrere della vita umana e animale. Mi sono posta dopo tanto tempo le grandi domande: può l'uomo vivere solo? può vivere senza l'amore? esiste la felicità, quella che dura nel tempo? e dove cercarla? Più che a Bobi, il vagabondo acrobata che per la prima parte del libro sembra avere tutte le risposte, mi sono affezionata al vecchio Jourdan, a Marthe, agli altri abitanti della piana che non si rassegnano a una vita opaca e cercano la gioia nei narcisi, nel cervo e le cerve delle montagne, nei cavalli liberi nell'erba alta, e soprattutto l'uno nell'altro. E se l'epilogo, al culmine di un crescendo di inquietudine, sembra mettere in dubbio la riuscita della loro impresa, sta al lettore in fin dei conti scegliere in cosa credere: nella distruzione o nella speranza.
"La jeunesse, dit l'homme, c'est la joie. Et, la jeunesse, ce n'est ni la force, ni la souplesse, ni même la jeunesse comme tu disais: c'est la passion pour l'inutile".
"Il y avait toujours quelque chose de pas clair. Et l'éclaircissement ne venait presque plus de Bobi, ni de sa voix, ni de ses mots, l'éclaircissement venait du chaud, du feu, du gel, du mur, de la vitre, de la table, de la porte qui battait dans le vent du nord et des dalles du parquet qui suaient doucement l'argile quoique vieilles. L'éclaircissement venait de toutes ces choses mais c'était encore gauche et maladroit, et le seul avantage de Bobi c'est qu'il mettait des mots d'homme sur ces mots de feu, d'argile, de bois et de ciel pur. Il essayait de mettre des mots d'homme. Mais ça n'était pas tout à fait ça. Si on avait pu avoir des mots-feu et des mots-ciel, alors oui".
p.s. Orione sarà sempre, da qui in poi, il fiore bianco della carota selvatica.