Nell’impulso irrefrenabile che ci spinge talora a strapparci alla nostra sedentarietà e a partire verso una meta ignota non c’è quasi mai nulla di razionale; sono piuttosto le nostre antenne a suggerirci su quali sentieri potrà placarsi, forse, l’irrequietezza che ci consuma. Lo sa bene Vasilij Golovanov, che ha elevato la prassi del «viaggio insensato», oltre che a esercizio spirituale, a vero e proprio genere letterario. Le sue «derive» ci conducono verso destinazioni improbabili, e non importa che si tratti della sorgente quasi invisibile dello sterminato Volga o del suo delta nel Mar Caspio – uno dei «luoghi più volatili della Storia», dove ogni ondata migratoria ha lasciato, come su una lavagna, una traccia di civilizzazione inesorabilmente rimossa da quella successiva. Dalle steppe dove la Russia europea si smarrisce nei meandri dell’Asia centrale fino alla mitica località di Čevengur, scaturita dall’immaginazione di Platonov, passando per la tenuta aristocratica di Prjamuchino, culla dell’anarchico Michail Bakunin – di cui ripercorre, in modo a dir poco strepitoso, le tragicomiche vicende –, Golovanov esplora il complesso rapporto di filiazione tra lingua e territorio, spazio geografico e luogo metafisico. Nella convinzione che solo inoltrandoci in questi labirinti potremo davvero comprendere la letteratura russa, altrimenti destinata a restare per noi indecifrabile al pari di un’iscrizione cuneiforme.
Uhm. Dura recensire un libro come questo. Dirò che vale ogni pagina e dirò che Golovanov è un viaggiatore che scrive piuttosto che uno scrittore di viaggi. Il testo è semplicemente non riassumibile se non per temi: la foce del fiume Volga, l'immensità dell'Oriente sovietico o ex sovietico, Bakunin e l'Europa, il tutto osservato da questo fine intellettuale esploratore, fotografo e scrittore. Purtroppo è mancato nel 2021 e credo dovrò cercare di recuperare tutto quello che ha scritto e che è stato tradotto in italiano. Mi chiedo anche cosa ne sarebbe di lui oggi nella Russia fascista di Putin: è un pensiero quotidiano perché amo gli scrittori russi (Golovanov è RUSSISSIMO) e la cultura russa in genere, oggi arruolati in blocco da un potere miserabile per sostenere l'ingiustificabile. Leggendolo mi sono sorpreso ad accostare la sua scrittura alle parole ed emozioni che provo leggendo Bouvier.
Книгу «К развалинам Чевенгура» я начал читать ещё при жизни автора в самом начале 2019 года. Потом в связи с работой, путешествиями и чтением более приоритетной литературы отложил. Закончил читать книгу я, увы, уже после смерти автора (Василий Голованов умер после тяжёлой болезни 12 апреля 2021); узнал я о кончине автора только сейчас.
Книгой этой я заинтересовался вследствие связи Голованова с анархистской мыслью и его знакомством с Василием Васильевичем Налимовым (1910–1997), вероятно — самым сильным представителем анархомистицизма и современной трансперсональной философии в мире.
Голованов — действительно примечательный автор со своим писательским стилем. «К развалинам Чевенгура» — это текст для неспешного, медитативного чтения человеком, у которого есть свободное время и интерес к геопоэтическому подходу автора.
Книга содержит геопоэтические эссе о странствиях автора, а также о связи ряда выдающихся личностей с определёнными хронотопами. Особенно приятно было читать про анархистов Бакунина и Армана Гатти, писателей Платонова и Хлебникова. Интересно мне было и эссе про Хазарию и про путешествие Голованова в Туву.
Желаю автору благоприятного странствия в иных мирах и временах.