This is a reproduction of a book published before 1923. This book may have occasional imperfections such as missing or blurred pages, poor pictures, errant marks, etc. that were either part of the original artifact, or were introduced by the scanning process. We believe this work is culturally important, and despite the imperfections, have elected to bring it back into print as part of our continuing commitment to the preservation of printed works worldwide. We appreciate your understanding of the imperfections in the preservation process, and hope you enjoy this valuable book.
Awarded the Nobel Prize in Literature in 1906, "not only in consideration of his deep learning and critical research, but above all as a tribute to the creative energy, freshness of style, and lyrical force which characterize his poetic masterpieces."
This book represents a poet in deliberate conversation with history. Carducci, often called Italy’s “official poet”, is frequently misunderstood as merely academic or ceremonial.
Yet these poems reveal a writer wrestling intensely with the tension between classical form and modern disillusionment.
Carducci’s relationship with antiquity is not nostalgic but confrontational. He invokes Roman and Greek forms not to escape modernity, but to judge it. Meter becomes discipline; classical allusion becomes resistance against what he perceived as moral and aesthetic decay in post-unification Italy.
The poems in Rime Nuove oscillate between civic grandeur and private melancholy. One moment, Carducci sings of landscapes imbued with historical memory; the next, he retreats into introspection, haunted by loss, aging, and ideological disappointment.
The collection’s power lies precisely in this oscillation. It refuses to stabilise into a single emotional register.
Stylistically, Carducci is unapologetically formal. His commitment to metre and structure can feel austere, even forbidding, to modern readers.
Yet this severity is ethical as much as aesthetic. For Carducci, form is a moral stance—a refusal of chaos, sentimentality, and rhetorical excess.
What distinguishes Rime Nuove from neoclassical pastiche is its emotional undertow. Beneath the polished surfaces runs a current of mourning: for lost revolutions, betrayed ideals, and a unified Italy that failed to fulfill its promise.
Carducci’s classicism becomes a shelter against disappointment rather than an escape from reality.
The Nobel committee recognised Carducci for restoring dignity and rigour to poetry at a moment of cultural flux. Rime Nuove exemplifies this achievement. It does not console; it steadies. It reminds the reader that poetry can still speak with authority without surrendering complexity.
To read Carducci today is to encounter a poetry that demands patience and respect. Its rewards are not immediate, but cumulative.
Over time, the poems reveal themselves as acts of moral self-discipline—art as resistance against both vulgarity and despair.
«T’amo, o pio bove; e mite un sentimento Di vigore e di pace al cor m’infondi, O che solenne come un monumento Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento L’agil opra de l’uom grave secondi: Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento Giro de’ pazïenti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto Il divino del pian silenzio verde.»
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Primavere elleniche (II. Dorica), 105-116
«La cura ignota che il bel sen le morde Io tergerò co ’l puro mèle ascreo, L’addormirò co’ le tebane corde. Se fossi Alceo,
La persona gentil ne lo spirtale Fulgor de gl’inni irradïar vorrei, Cingerle il molle crin co’ l’immortale Fior de gli dèi,
E, mentre nel giacinto il braccio folce E del mio lauro la protegge un ramo, Chino su ’l cuore mormorarle — O dolce Signora, io v’amo. —»
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Davanti San Guido, vv. 1-8 e 109-116
«I cipressi che a Bólgheri alti e schietti Van da San Guido in duplice filar, Quasi in corsa giganti giovinetti Mi balzarono incontro e mi guardâr.
Mi riconobbero, e — Ben torni omai — Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino — Perché non scendi? Perché non ristai? Fresca è la sera e a te noto il cammino.
[...]
Ansimando fuggía la vaporiera Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore; E di polledri una leggiadra schiera Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo Rosso e turchino, non si scomodò: Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo E a brucar serio e lento seguitò.»
Tentando di leggere almeno un'opera di ogni scrittore italiano ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura, la prima tappa doveva essere nientepopodimeno che Giosuè Carducci.
La poesia è più o meno quello che mi aspettavo: poesia impersonale, che parla di mitologia greca, personaggi storici, arte, letteratura, stagioni, paesaggi. È la poesia di quell'epoca, simile alle sue arte visuali coetane, nel senso che se ne frega dei sentimenti o le sensazioni dell'artista, ma ha lo scopo di raggiungere una «perfezione» stetica.
E questo scopo lo raggiunge, ma semplicemente non è il mio tipo di poesia. Le due stelle vengono dal fatto che i versi sono buoni, belli e comprensibili. Sebbene scritti in toscano, i poemi non sono degli indovinelli che il lettore dovrebbe risolvere per capire di cosa parla Carducci. Purtroppo, questi versi non mi toccano, non mi muovono in assoluto, non mi fanno sentire niente. Molti di questi poemi hanno più di centocinquant'anni; sono sicuro che all'epoca erano una sensazione imparagonabile, ma oggigiorno, non proprio così.
Davanti San Guido… basterebbe quest’opera per invogliare a leggerlo, ma ci metto il carico da 90, “Funere Mersit Acerbo”. Credo di non dover dire altr, <<…e de li altri mi taccio>>
Passa la nave mia con vele nere, Con vele nere pe 'l selvaggio mare. Ho in petto una ferita di dolore, Tu ti diverti a farla sanguinare. È, come il vento, perfido il tuo core, E sempre qua e là presto a voltare. Passa la nave mia con vele nere, Con vele nere pe 'l selvaggio mare.