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Awarded the Nobel Prize in Literature in 1906, "not only in consideration of his deep learning and critical research, but above all as a tribute to the creative energy, freshness of style, and lyrical force which characterize his poetic masterpieces."
«T’amo, o pio bove; e mite un sentimento Di vigore e di pace al cor m’infondi, O che solenne come un monumento Tu guardi i campi liberi e fecondi,
O che al giogo inchinandoti contento L’agil opra de l’uom grave secondi: Ei t’esorta e ti punge, e tu co ’l lento Giro de’ pazïenti occhi rispondi.
Da la larga narice umida e nera Fuma il tuo spirto, e come un inno lieto Il mugghio nel sereno aer si perde;
E del grave occhio glauco entro l’austera Dolcezza si rispecchia ampïo e quïeto Il divino del pian silenzio verde.»
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Primavere elleniche (II. Dorica), 105-116
«La cura ignota che il bel sen le morde Io tergerò co ’l puro mèle ascreo, L’addormirò co’ le tebane corde. Se fossi Alceo,
La persona gentil ne lo spirtale Fulgor de gl’inni irradïar vorrei, Cingerle il molle crin co’ l’immortale Fior de gli dèi,
E, mentre nel giacinto il braccio folce E del mio lauro la protegge un ramo, Chino su ’l cuore mormorarle — O dolce Signora, io v’amo. —»
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Davanti San Guido, vv. 1-8 e 109-116
«I cipressi che a Bólgheri alti e schietti Van da San Guido in duplice filar, Quasi in corsa giganti giovinetti Mi balzarono incontro e mi guardâr.
Mi riconobbero, e — Ben torni omai — Bisbigliaron vèr’ me co ’l capo chino — Perché non scendi? Perché non ristai? Fresca è la sera e a te noto il cammino.
[...]
Ansimando fuggía la vaporiera Mentr’io cosí piangeva entro il mio cuore; E di polledri una leggiadra schiera Annitrendo correa lieta al rumore.
Ma un asin bigio, rosicchiando un cardo Rosso e turchino, non si scomodò: Tutto quel chiasso ei non degnò d’un guardo E a brucar serio e lento seguitò.»
Tentando di leggere almeno un'opera di ogni scrittore italiano ad aver vinto il Premio Nobel per la Letteratura, la prima tappa doveva essere nientepopodimeno che Giosuè Carducci.
La poesia è più o meno quello che mi aspettavo: poesia impersonale, che parla di mitologia greca, personaggi storici, arte, letteratura, stagioni, paesaggi. È la poesia di quell'epoca, simile alle sue arte visuali coetane, nel senso che se ne frega dei sentimenti o le sensazioni dell'artista, ma ha lo scopo di raggiungere una «perfezione» stetica.
E questo scopo lo raggiunge, ma semplicemente non è il mio tipo di poesia. Le due stelle vengono dal fatto che i versi sono buoni, belli e comprensibili. Sebbene scritti in toscano, i poemi non sono degli indovinelli che il lettore dovrebbe risolvere per capire di cosa parla Carducci. Purtroppo, questi versi non mi toccano, non mi muovono in assoluto, non mi fanno sentire niente. Molti di questi poemi hanno più di centocinquant'anni; sono sicuro che all'epoca erano una sensazione imparagonabile, ma oggigiorno, non proprio così.
Davanti San Guido… basterebbe quest’opera per invogliare a leggerlo, ma ci metto il carico da 90, “Funere Mersit Acerbo”. Credo di non dover dire altr, <<…e de li altri mi taccio>>
Passa la nave mia con vele nere, Con vele nere pe 'l selvaggio mare. Ho in petto una ferita di dolore, Tu ti diverti a farla sanguinare. È, come il vento, perfido il tuo core, E sempre qua e là presto a voltare. Passa la nave mia con vele nere, Con vele nere pe 'l selvaggio mare.